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Dall’emozione all’educazione: Mario Caligiuri e la diagnosi di una crisi sistemica tra pedagogia, democrazia e sicurezza nazionale

L’articolo di Marcello Veneziani, pubblicato su La Verità, assume un rilievo che eccede il commento culturale. Il riferimento al Festival di Sanremo e alle Olimpiadi consente di isolare una tendenza linguistica che riflette una vasta trasformazione.

Il punto di partenza è il primato dell’emozione come codice comunicativo dominante. Non come esperienza, ma come formula sostitutiva del giudizio.

Quando il lessico si riduce a registri emotivi indifferenziati, l’impoverimento non riguarda la lingua ma la capacità di elaborazione. Ne deriva una difficoltà crescente nel distinguere livelli semantici e affettivi – emozione, sentimento, legame – con effetti diretti sulla qualità del discernimento individuale/collettivo.

Il passaggio centrale dell’analisi riguarda il saggio Maleducati. Educazione, disinformazione e democrazia (Luiss university Press, 2024)  di Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di intelligence e ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria dove dirige anche il Master in Intelligence.

Il testo, che Veneziani definisce “un saggio sull’importanza dell’educazione e sull’esigenza di formare e selezionare educatori, prima ancora che giovani e fanciulli da educare”, individua nel “facilismo amorale” – rielaborazione del familismo amorale introdotto da Edward C. Banfield nel libro The Moral Basis of a Backward Society (Free Press, 1958) – un dispositivo culturale che ha sfibrato i criteri di merito, valutazione e responsabilità formativa.

L’esito non è una maggiore inclusione, bensì una redistribuzione opaca delle disuguaglianze: la trasmissione del capitale culturale scivola verso circuiti informali, mentre la scuola perde funzione orientativa e selettiva.

Il fulcro è la relazione tra crisi educativa e qualità della democrazia.

Una formazione debole anestetizza la capacità di giudizio, e una democrazia con limitata capacità di giudizio tende a svuotarsi sul piano sostanziale. In questa prospettiva, la questione educativa rientra a pieno titolo nel perimetro della sicurezza: riguarda la tenuta dei processi decisionali e la possibilità di costruire consenso informato.

La trasformazione tecnologica, dal canto suo, ha eroso le agenzie educative tradizionali senza generare equivalenti funzionali. Le piattaforme digitali ampliano l’accesso e le connessioni, ma non garantiscono orientamento. La produzione di conoscenza è sostituita, in molti casi, da dinamiche di consumo informativo frammentato.

Su scala globale, modelli differenti – dal capitalismo tecno-finanziario occidentale ai sistemi di controllo centralizzato asiatici – tendono a produrre effetti in parte convergenti: una crescente esternalizzazione dei processi cognitivi e decisionali. In assenza di adeguati strumenti formativi, ciò può tradursi in una maggiore esposizione a dinamiche di influenza e in una ridotta capacità di valutazione autonoma.

La riflessione di Veneziani richiama un nodo classico della filosofia morale.

In Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici nella teodicea (Berlinischen Monatsschrift, vol. XVIII, pp. 194-225, 1791), Immanuel Kant individua nella sincerità – intesa come responsabilità nell’uso delle parole – un criterio decisivo del giudizio. Quando il linguaggio perde funzione normativa e diventa veicolo di adattamento, si riduce la possibilità stessa del discernimento. Di fatto, la menzogna consiste non solo nel falso esplicito ma nello svuotamento semantico che porta il singolo e la comunità a smarrire la capacità di distinguere tra parola che orienta e parola che seduce.

L’educazione, quindi, non può essere assimilata a ciò che chiamiamo “trasmissione di contenuti”, ma deve essere intesa come formazione del giudizio. Questo richiede tempi, mediazioni e strutture che non sono sostituibili da dispositivi tecnologici o da logiche riduzionistiche.

Ne deriva una implicazione: la qualità della formazione incide sulla resilienza istituzionale.

Sistemi educativi indeboliti tendono a generare, simultaneamente, educati male e ineducati. La distinzione è concettualmente rilevante: la maleducazione attiva – chi è stato formato in modo inadeguato e si comporta di conseguenza – produce comportamenti prevedibili e orientati, sfruttabili soprattutto in ambito politico ed economico; l‘ineducazione passiva – chi non è stato educato affatto – genera invece una vulnerabilità diffusa e meno strutturata, particolarmente esposta alla manipolazione informativa. Nel medio periodo, entrambe le condizioni producono fragilità che possono essere deliberatamente sfruttate.

In questo senso, Maleducati si colloca oltre il perimetro pedagogico: contribuisce a definire una questione di sicurezza che richiede attenzione anche in sede di pianificazione strategica.

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