Dall’emozione all’educazione: Mario Caligiuri e la diagnosi di una crisi sistemica tra pedagogia, democrazia e sicurezza nazionale
🇮🇹 Marcello Veneziani, in un articolo su La Verità, illumina attraverso la lente di Sanremo, il primato dell’emozione sul giudizio. Kant aveva già nominato questa deriva – lo svuotamento semantico, la parola che seduce anziché orientare – come la forma più sottile di menzogna. Il saggio Maleducati di Mario Caligiuri ne disegna l’anatomia sistemica: dove la formazione cede, non cresce l’uguaglianza, cresce l’esposizione.
🇬🇧 In La Verità, Marcello Veneziani uses Sanremo as a diagnostic instrument: when emotion replaces judgment as the dominant communicative code, the phenomenon is not cultural, it is structural. Kant had already identified in semantic emptying, in the word that seduces rather than orients, the most subtle form of falsehood. Mario Caligiuri’s Maleducati traces its systemic consequences: weak formation does not merely produce inequality, it produces exposure.
L’articolo di Marcello Veneziani, pubblicato su La Verità, assume un rilievo che eccede il commento culturale. Il riferimento al Festival di Sanremo e alle Olimpiadi consente di isolare una tendenza linguistica che riflette una vasta trasformazione.
Il punto di partenza è il primato dell’emozione come codice comunicativo dominante. Non come esperienza, ma come formula sostitutiva del giudizio.
Quando il lessico si riduce a registri emotivi indifferenziati, l’impoverimento non riguarda la lingua ma la capacità di elaborazione. Ne deriva una difficoltà crescente nel distinguere livelli semantici e affettivi – emozione, sentimento, legame – con effetti diretti sulla qualità del discernimento individuale/collettivo.

Il passaggio centrale dell’analisi riguarda il saggio Maleducati. Educazione, disinformazione e democrazia (Luiss university Press, 2024) di Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di intelligence e ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria dove dirige anche il Master in Intelligence.
Il testo, che Veneziani definisce “un saggio sull’importanza dell’educazione e sull’esigenza di formare e selezionare educatori, prima ancora che giovani e fanciulli da educare”, individua nel “facilismo amorale” – rielaborazione del familismo amorale introdotto da Edward C. Banfield nel libro The Moral Basis of a Backward Society (Free Press, 1958) – un dispositivo culturale che ha sfibrato i criteri di merito, valutazione e responsabilità formativa.
L’esito non è una maggiore inclusione, bensì una redistribuzione opaca delle disuguaglianze: la trasmissione del capitale culturale scivola verso circuiti informali, mentre la scuola perde funzione orientativa e selettiva.
Il fulcro è la relazione tra crisi educativa e qualità della democrazia.
Una formazione debole anestetizza la capacità di giudizio, e una democrazia con limitata capacità di giudizio tende a svuotarsi sul piano sostanziale. In questa prospettiva, la questione educativa rientra a pieno titolo nel perimetro della sicurezza: riguarda la tenuta dei processi decisionali e la possibilità di costruire consenso informato.
La trasformazione tecnologica, dal canto suo, ha eroso le agenzie educative tradizionali senza generare equivalenti funzionali. Le piattaforme digitali ampliano l’accesso e le connessioni, ma non garantiscono orientamento. La produzione di conoscenza è sostituita, in molti casi, da dinamiche di consumo informativo frammentato.
Su scala globale, modelli differenti – dal capitalismo tecno-finanziario occidentale ai sistemi di controllo centralizzato asiatici – tendono a produrre effetti in parte convergenti: una crescente esternalizzazione dei processi cognitivi e decisionali. In assenza di adeguati strumenti formativi, ciò può tradursi in una maggiore esposizione a dinamiche di influenza e in una ridotta capacità di valutazione autonoma.
La riflessione di Veneziani richiama un nodo classico della filosofia morale.
In Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici nella teodicea (Berlinischen Monatsschrift, vol. XVIII, pp. 194-225, 1791), Immanuel Kant individua nella sincerità – intesa come responsabilità nell’uso delle parole – un criterio decisivo del giudizio. Quando il linguaggio perde funzione normativa e diventa veicolo di adattamento, si riduce la possibilità stessa del discernimento. Di fatto, la menzogna consiste non solo nel falso esplicito ma nello svuotamento semantico che porta il singolo e la comunità a smarrire la capacità di distinguere tra parola che orienta e parola che seduce.
L’educazione, quindi, non può essere assimilata a ciò che chiamiamo “trasmissione di contenuti”, ma deve essere intesa come formazione del giudizio. Questo richiede tempi, mediazioni e strutture che non sono sostituibili da dispositivi tecnologici o da logiche riduzionistiche.
Ne deriva una implicazione: la qualità della formazione incide sulla resilienza istituzionale.
Sistemi educativi indeboliti tendono a generare, simultaneamente, educati male e ineducati. La distinzione è concettualmente rilevante: la maleducazione attiva – chi è stato formato in modo inadeguato e si comporta di conseguenza – produce comportamenti prevedibili e orientati, sfruttabili soprattutto in ambito politico ed economico; l‘ineducazione passiva – chi non è stato educato affatto – genera invece una vulnerabilità diffusa e meno strutturata, particolarmente esposta alla manipolazione informativa. Nel medio periodo, entrambe le condizioni producono fragilità che possono essere deliberatamente sfruttate.
In questo senso, Maleducati si colloca oltre il perimetro pedagogico: contribuisce a definire una questione di sicurezza che richiede attenzione anche in sede di pianificazione strategica.

