GOVERNARE IL CAMBIAMENTO. L’Intelligence italiana tra sovranità cognitiva e ordine mondiale in trasformazione
🇮🇹 La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026 segna un cambio di paradigma: da consuntivo operativo ad atto di pensiero strategico. La minaccia contemporanea – trasversale, cognitiva, multidominio – richiede un’Intelligence capace di anticipare, non di inseguire. Al centro della trasformazione, una scelta di principio prima ancora che di metodo: l’uomo.
🇬🇧 Italy’s 2026 Intelligence Report marks a paradigm shift: from operational review to strategic thought. Contemporary threats – transversal, cognitive, multi-domain – demand an intelligence capable of anticipating rather than reacting. At the heart of the transformation lies a choice of principle before method: the human being.
L’Aula dei Gruppi parlamentari ha ospitato la presentazione della Relazione annuale Intelligence 2026. All’evento hanno preso parte il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, il direttore generale del Dis, Vittorio Rizzi, il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, il direttore dell’Aisi, Bruno Valensise.
Il documento – consuntivo e analisi che orienta la cultura della sicurezza nazionale – pone la tecnologia al centro, riconoscendo un mutamento: l’innovazione non accompagna più il cambiamento, lo orienta e lo accelera. In questo quadro, la trasformazione è tanto tecnologica quanto di postura. Di fronte a minacce simultanee nei domini fisico, digitale e cognitivo, l’Intelligence è chiamata a intercettare segnali deboli in un ambiente caratterizzato da sovrabbondanza informativa e competizione sistemica.
Governare il cambiamento significa, pertanto, ridefinire il rapporto tra conoscenza e decisione.
Chiedersi cosa intendiamo quando parliamo di Intelligence implica, oggi, un interrogativo preliminare: cosa intendiamo quando parliamo di minaccia? La Relazione 2026 risponde con coerenza: la minaccia è trasversale, persistente, multidominio. Opera sotto la soglia del conflitto armato, sfruttando le vulnerabilità delle società democratiche – apertura, permeabilità economica, pluralismo informativo – come vettori di destabilizzazione. E si trasforma più rapidamente delle difese predisposte per contenerla.
Il contesto internazionale entro cui questa mutazione si colloca è segnato da un progressivo disgregamento dell’ordine liberale affermatosi nel secondo dopoguerra. L’integrazione delle catene del valore, a lungo considerata fattore di stabilità politica ed economica, è oggi percepita anche come criticità strutturale. Il ritorno a logiche di competizione tra potenze, più esplicitamente improntate alla realpolitik, ridefinisce il rapporto tra interdipendenza e sovranità. In questo scenario, la sicurezza economica non è più variabile derivata, ma condizione primaria dell’autonomia decisionale dello Stato.
Sul piano statuale, Russia e Cina emergono come attori centrali della competizione sistemica, distinti per strumenti, obiettivi e orizzonte temporale. Mosca privilegia campagne ad alto rischio e a effetto rapido, con una crescente propensione all’escalation sotto soglia. Pechino opera su tempi lunghi, consolidando dipendenze strutturali attraverso investimenti industriali e controllo delle catene di approvvigionamento. Non si tratta soltanto di strumenti diversi, ma di concezioni differenti del tempo.
Oltre alla dimensione geopolitica, la Relazione dedica ampio spazio alla sicurezza economico-finanziaria. La competizione per la sovranità tecnologica, la tutela delle infrastrutture critiche, l’uso malevolo dei cripto-asset, la vulnerabilità delle filiere strategiche evidenziano come economia e sicurezza risultino ormai inscindibili. La sicurezza economica non è più un target settoriale ma una dimensione della politica industriale, commerciale e di sicurezza nazionale.
L’Italia, per collocazione geografica e struttura produttiva, è al centro di questa tensione. Snodo fisico e digitale nel Mediterraneo, è esposta a rischi ma al tempo stesso decisiva per la continuità delle connessioni tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente. La prevalenza di piccole e medie imprese, con risorse limitate per cybersicurezza e innovazione avanzata, rappresenta un potenziale anello debole della catena tecnologica nazionale. Il rischio informatico diventa rischio competitivo, con effetti diretti sulla posizione nelle catene globali del valore.
Il filo più audace del documento riguarda la dimensione cognitiva della minaccia.
La guerra ibrida agisce sul dominio mentale, inteso come infrastruttura immateriale: la compromissione dei processi cognitivi individuali incide sull’esercizio del libero arbitrio – il cui equivalente politico-giuridico è l’autonomia individuale – e sulla qualità deliberativa della democrazia. La distinzione tra disinformazione e manipolazione – falsificazione del contenuto vs alterazione del contesto interpretativo – mostra come l’obiettivo non sia più orientare il cittadino, ma intervenire sulle sue abitudini di pensiero, sulle soglie emotive e sulle dinamiche di attenzione. In un ecosistema informativo caratterizzato da infodemia, la saturazione diventa risorsa preziosa per chi intende destabilizzare.
Difendere i processi mentali richiede più della tecnologia: esige educazione e potenziamento della volontà. Proteggere il processo decisionale significa sedare quella che Aristotele chiamava akrasia – padroneggiando le emozioni – e rafforzare l’enkrateia – il dominio di sé – per arginare il sortilegio manipolativo. La radicalizzazione giovanile rappresenta un laboratorio di queste dinamiche laddove l’adesione ideologica appare sempre più secondaria rispetto alla fascinazione per la violenza, alimentata da comunità digitali che offrono riconoscimento identitario in assenza di radicamento offline. Un dato che assume rilievo non tanto per la sua entità quanto per ciò che rivela sul mutamento dei processi di socializzazione.

Accanto all’analisi delle sfide, la Relazione riflette sul metodo.
I cinque casi di studio dedicati all’impiego dell’intelligenza artificiale generativa rappresentano un esercizio esplorativo: scenari ipotetici formulati dagli analisti su fonti open source e confrontati con tecniche di red teaming. Tra questi, il direttore Rizzi ha illustrato la competizione nello spazio richiamando la sindrome di Kessler: il rischio di collisioni a cascata tra satelliti in orbita bassa. Nel 1978, quando gli oggetti orbitanti erano 300, l’ipotesi aveva valore teorico; oggi, con 24mila satelliti destinati a superare i 100mila nel 2035, diventa una possibilità concreta. L’IA ne colloca la soglia critica intorno al 2032, indicando come possibile risposta l’adeguamento normativo internazionale, oltre il Trattato del 1967.
La Relazione individua nella frontiera quantistica un secondo grande vettore di trasformazione. Quantum sensing, quantum computing e quantum communication sono ambiti decisivi per la sovranità tecnologica. L’Intelligence deve anticiparne le potenzialità applicative e sviluppare sistemi crittografici quantum-resistant, capaci di preservare la sicurezza delle comunicazioni.
La tecnologia amplia dunque l’orizzonte, ma giudizio e responsabilità restano umani e irrinunciabili. Non bastano dati e strumenti per governare il caos, per arginare pressioni esterne/interne, per evitare il cortocircuito tra ragione e impulso.
Kant definiva l’illuminismo come l’uscita dell’uomo da una condizione di minorità –“l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri” – imputandola non a una carenza cognitiva, ma alla mancanza di determinazione e di coraggio nell’esercitarla. Sapere aude: abbi il coraggio di pensare con la tua testa. La minorità denunciata da Kant ritorna oggi sotto forma nuova: non la deferenza all’autorità religiosa o politica, ma la deferenza all’algoritmo. La risposta – il coraggio di non delegare il giudizio – è analoga.
Alla stessa radice appartiene l’etica kantiana del dovere: l’azione giusta non è giusta perché attende compenso, ma per la sua intrinseca doverosità, indipendente da conseguenze o riconoscimenti. E’ l’etica di chi serve senza calcolare, di chi fa scudo con il proprio corpo senza misurare il prezzo della scelta. Ventuno anni fa, il 4 marzo 2005, Nicola Calipari moriva così – proteggendo Giuliana Sgrena, appena liberata – compiendo fino in fondo il proprio dovere di uomo delle istituzioni.
La Relazione 2026 non offre certezze sul mondo che verrà, né pretende di risolvere le tensioni etiche aperte dalle tecnologie emergenti. Offre, più sobriamente, un metodo.
Governare il cambiamento, nel lessico dell’Intelligence, significa presidiare ciò che non è immediatamente visibile: la sovranità tecnologica, la sicurezza economica, l’integrità del dominio cognitivo.
Significa attraversare la trasformazione senza abdicare al giudizio.

