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La nuova grammatica del conflitto: il mondo alla fine di un mondo. L’avvio della XV edizione del Master in Intelligence UNICAL

L’Università della Calabria ha inaugurato, sabato 22 novembre, la XV edizione del Master in Intelligence – fondato nel 2007 su impulso del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga – con una giornata di studio dal titoloL’Intelligence in guerra. Il mondo alla fine di un mondo”.

I saluti introduttivi del rettore Gian Luigi Greco, dei membri del Comitato scientifico Luciano Romito e Domenico Talia, e dei presidenti di ANVUR e CUN, Antonio Uricchio e Paolo Pedone, hanno anticipato la relazione di Mario Caligiuri, direttore del Master e presidente della Società Italiana di Intelligence.

L’evento ha riunito studiosi, analisti e funzionari che da anni osservano il mutare delle forme di potere e delle logiche di competizione: Paolo Savona, Lucio Caracciolo, Antonio Uricchio, Gian Giuseppe Pili, Giuseppe Rao, Francesco Grillo, Alessandro Aresu, Alessandro Rosina, Luigi Fiorentino, Enrico Prati, Marcello Spagnulo, Antonio Nicaso, Giuseppe Berutti Bergotto, Roberto Setola, Emanuela Somalvico, Luca Sisto, Roberto Paura, Solange Manfredi, Laura Betti e Mattia Siciliano. Dalla guerra economica alla guerra quantistica, passando per gli equilibri geopolitici, i cambiamenti demografici, le infrastrutture strategiche, lo spazio, il mare, l’Artico, i domini informativi e cognitivi: diciannove interventi hanno composto una mappa di un teatro di confronto diffuso, stratificato e interdipendente. Il riferimento ai principi costituzionali, in primis il dovere di difesa dell’Articolo 52, restituisce una dimensione civile: la sicurezza nazionale emerge come responsabilità collettiva, non riducibile al solo apparato statuale.

In questo quadro assume rilievo crescente la dimensione cognitiva della sicurezza.

L’Italia sconta una fragilità strutturale sul piano dell’alfabetizzazione critica, che riduce la capacità di interpretare la complessità e apre spazi a interferenze esterne nel dominio informativo. Nell’epoca della guerra ibrida, tale vulnerabilità non è solo un limite culturale, ma un punto di pressione strategico. Una popolazione incapace di discernere tra dato e percezione è più esposta alla manipolazione e meno in grado di esercitare una cittadinanza consapevole. Da qui la necessità di una formazione diffusa, inserita nei curricula scolastici, sostenuta da docenti preparati e da una produzione divulgativa rigorosa.

La sfida non riguarda solo minacce convenzionali. Le organizzazioni criminali moderne operano come sistemi transnazionali capaci di infiltrarsi nei tessuti economici, sociali e digitali. La funzione preventiva e interpretativa dell’Intelligence è fondamentale: leggere i segnali deboli, anticipare mosse e collegare fenomeni apparentemente scollegati consente di contrastare minacce che trascendono la dimensione militare. In tale prospettiva, l’educazione civica e la promozione di una cultura della legalità diventano strumenti di sicurezza e coesione sociale.

Torna con forza anche la centralità della geografia, intesa non come repertorio statico di luoghi ma come chiave interpretativa del potere. La rappresentazione dello spazio – dalle cartografie coloniali alle attuali competizioni per l’Eurasia – non è mai neutra: ogni mappa, come pure ogni carta di navigazione, riflette interessi, gerarchie e strategie. Comunica prima di qualunque altra comunicazione. Le teorie classiche dell’Heartland e del Rimland mostrano ancora una sorprendente capacità di lettura, confermando come il sapere geografico continui a orientare tanto le scelte dei decisori quanto l’analisi Intelligence.

L’Artico, in particolare, è emerso come laboratorio di dinamiche complesse: un tempo simbolo di cooperazione e tutela dei beni comuni, oggi teatro di interessi economici, militari e scientifici. La Russia ha riattivato basi e stretto alleanze strategiche, mentre Stati Uniti e Unione Europea consolidano presenza scientifica e infrastrutturale. Lo scioglimento dei ghiacci e le nuove rotte marittime accentuano il valore strategico della regione, e l’Italia, membro osservatore permanente del Consiglio Artico dal 2013, contribuisce con ricerca e infrastrutture, rafforzando conoscenze strategiche e tutela ambientale.

Sul piano internazionale, il contesto multipolare attraversato da revisionismi assertivi richiede al Paese un posizionamento chiaro. Come ampiamente sottolineato, la guerra cancella la politica, riducendo la capacità di dialogo e mediazione; esperienze come la strategia americana post-11 settembre evidenziano i limiti di conflitti senza scopo strategico definito, capaci di generare instabilità globale. La partecipazione alle architetture multilaterali e il rafforzamento della dimensione europea della sicurezza non sono opzioni politiche, ma condizioni per preservare autonomia decisionale e capacità di azione. Ciò implica investimenti nelle filiere industriali della difesa, nella cybersicurezza e nelle tecnologie emergenti, per contenere vulnerabilità e dipendenze critiche.

Un ruolo decisivo lo svolge anche il settore privato, custode di asset strategici che definiscono la sovranità nazionale, a cominciare dall’energia e dalle infrastrutture digitali. La crescente interdipendenza tra pubblico e privato impone una cultura condivisa del rischio e modelli di cooperazione più stabili, soprattutto alla luce della direttiva NIS2.

Accanto alla dimensione tecnica, emerge la necessità di una pedagogia della sicurezza che unisca etica, consapevolezza e responsabilità. La formazione non può limitarsi alla trasmissione di competenze: deve costruire un habitus strategico capace di orientare le scelte, riconoscere le vulnerabilità e tradurre la conoscenza in impegno concreto. È un approccio che restituisce significato a concetti spesso percepiti come remoti – Stato, Nazione, Patria – reinserendoli nel lessico di una cittadinanza matura.

Il ritorno della guerra come categoria interpretativa non sorprende chi opera nell’Intelligence. Il conflitto non è mai scomparso: ha mutato forma, fino a divenire meno riconoscibile. L’attuale scenario mostra che la guerra non rappresenta un’eccezione, bensì un contesto permanente che modifica strumenti, attori e domini. In questa prospettiva, le Agenzie sono chiamate a ripensare le loro funzioni. Non si tratta di un aggiornamento tecnologico, ma di una trasformazione culturale: continuiamo a usare concetti e categorie appartenenti a un mondo in via di estinzione. La metamorfosi tecnologica, la crescita degli attori non statali e la sovrapposizione tra economia, tecnologia e sicurezza ridisegnano ciò che intendiamo per potere, vulnerabilità e influenza. Un tratto distintivo della competizione attuale, lo abbiamo detto in partenza, è la centralità dello spazio cognitivo. Tecniche di manipolazione informativa, social network come dispositivi di orientamento percettivo e algoritmi che incidono sui comportamenti individuali e collettivi delineano un teatro di confronto sganciato dai confini fisici e imperniato sulla modellazione dell’immaginario. Per l’Intelligence ciò implica un ampliamento dell’arsenale analitico: dalla psicologia dei comportamenti collettivi all’antropologia culturale, dalla governance dell’informazione alla comprensione dei modelli algoritmici.

Parallelamente, molte categorie su cui si è edificata la cultura strategica europea del Novecento – sovranità statale, distinzione tra guerra e pace, centralità del diritto internazionale – mostrano crescente inadeguatezza. Gli Stati devono competere con attori eterogenei – regimi autoritari, multinazionali digitali e finanziarie, criminalità organizzata – in un ambiente policentrico e asimmetrico.

A ciò si aggiunge il peso della geoeconomia: il controllo delle catene del valore, la definizione degli standard tecnologici e la gestione delle infrastrutture strategiche stanno diventando strumenti determinanti del potere. Il riferimento alla dinamica demografica ricorda che la competizione si gioca anche sulla dimensione quantitativa delle popolazioni.

L’espansione dei nuovi domini – spazio extra-atmosferico, profondità marine, infrastrutture digitali – richiede competenze specialistiche che molti Paesi rischiano di non sviluppare. Sul versante interno, l’aumento delle disuguaglianze sociali costituisce un ulteriore fattore di vulnerabilità: una società frammentata è più permeabile a manipolazioni e radicalizzazioni. Per questo l’Intelligence deve integrare nei modelli predittivi l’analisi socio-economica, riconoscendo che la resilienza dipende anche dalla coesione.

Elemento di sintesi è un principio essenziale: la sicurezza è la premessa dell’esercizio di ogni altro diritto. È la funzione stessa dell’Intelligence, presidio indispensabile affinché la democrazia rimanga tale.

Da qui discende il nodo più delicato: la formazione delle élite.

Tra le armi da porre sul tappeto, l’educazione è la più decisiva. L’Intelligence richiede interpretazione, astrazione, interdisciplinarità, lettura dei segnali deboli. Nessuna tecnologia può sostituire la cultura strategica di una classe dirigente capace di comprendere la complessità del mondo. Senza questa base, un Paese rischia di non riconoscere le minacce che lo attraversano; con essa, l’Intelligence torna a ciò che è nei momenti decisivi: la capacità di leggere il presente in funzione del futuro, prima che il futuro diventi vulnerabilità.

In filigrana, ciò che emerge è l’idea che oggi si combatta più per la pace che per la guerra: una pace che richiede lucidità, misura e capacità critica. Quando si arriva a comprenderlo, il passo più intelligente è spesso il silenzio, perché è nel silenzio che ciascuno può elaborare ciò che ha appreso e affinare il proprio sguardo sul mondo. Solo così può nascere quell’attitudine di pensiero che non accetta nulla come definitivo e non smette di interrogare.

È ciò che Hegel chiamava “pensare negativamente”: una disciplina interiore che non distrugge, ma approfondisce; non semplifica, ma illumina le tensioni. Una postura imprescindibile per chiunque voglia davvero comprendere la complessità del presente e dell’Intelligence.

Rivedi l’inagurazione qui https://www.radioradicale.it/scheda/775799/lintelligence-in-guerra-il-mondo-alla-fine-di-un-mondo-convegno-inaugurale-della-xv

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