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La verità come infrastruttura. Open data, guerra cognitiva e resilienza democratica nell’Europa del 2030

Nei primi minuti dei raid israelo-statunitensi contro l’Iran, social e media statali sono stati inondati da video manipolati, immagini AI e contenuti fuorvianti, rapidamente smentiti da analisti open-source. L’episodio, documentato da NewsGuard e Wired, mostra come la velocità della disinformazione oggi competa con quella della verifica, delineando il contesto in cui si colloca il white paper a firma di Domenico Caligiuri: Information-war vs open-data: dalla menzogna alla verità per la resilienza europea.

Pubblicato da Socint Press – piattaforma editoriale della Società Italiana di Intelligence diretta da Alice Felli – il dossier analizza la convergenza tra l’ecosistema europeo dei dati aperti e le dinamiche della guerra d’informazione, mostrando come i dati pubblici costituiscano al tempo stesso uno strumento di accountability democratica e un vettore di vulnerabilità cognitiva.

Fin dalle prime pagine Caligiuri indica nell’erosione della fiducia pubblica “l’arma più potente dei conflitti contemporanei”, precisando che “nel momento in cui un’immagine manipolata raggiunge milioni di schermi, prima che i reporter possano verificarla, la difesa di una società non si misura più soltanto in carri armati o firewall, ma nella capacità di accedere, interpretare e condividere rapidamente informazioni affidabili“.

Con questa constatazione il rapporto si innesta nel punto di svolta inaugurato nell’estate del 2014, quando l’abbattimento del volo MH17 e la nascita di Bellingcat segnarono il momento in cui la verità fattuale cessò di essere un dato acquisito diventando un obiettivo conteso, da verificare ora per ora, immagine per immagine, metadato per metadato.

Il bivio che il lavoro esplora è quello tra il potenziale dei dati aperti (cartografici, statistici, meteorologici, economici) e dell’OSINT che li trasforma in conoscenza operativa, e la manipolazione che governi autoritari, reti criminali e campagne di influenza sfruttano per erodere la coesione delle democrazie. Da questa polarità si sviluppa una ricostruzione che attraversa la genealogia dell’OSINT interrogandosi su come il medesimo ecosistema informativo che ha consentito di documentare i crimini di Bucha o di identificare missili da crociera russi contro infrastrutture civili sia diventato vettore di manipolazione e propaganda.

Caligiuri ricostruisce il quadro normativo europeo: la sequenza legislativa che va dalla Direttiva 2003/98/CE alla Direttiva 2019/1024, dal Data Governance Act al Data Act, dall’AI Act al Cyber Resilience Act. Ne emerge una convergenza tra regolazione digitale e sicurezza cognitiva, in linea con le più recenti riflessioni strategiche maturate in ambito euro-atlantico.

Sul piano storico, il testo mostra una disciplina che attraversa successive soglie tecnologiche senza perdere la funzione originaria: trasformare la visibilità in conoscenza verificabile. Dalla sorveglianza delle trasmissioni radio durante la Seconda guerra mondiale si giunge all’ecosistema informativo dei giorni nostri, nel quale ogni testimone connesso può diventare un sensore e ogni contenuto digitale può essere sottoposto a verifica pubblica. In questo passaggio l’OSINT cessa di essere un metodo di raccolta per diventare infrastruttura informativa a tutto campo.

La tappa decisiva è quella dell’osservazione satellitare commerciale. Con la guerra in Ucraina, aziende private come Planet Labs hanno reso pubbliche immagini quasi quotidiane di infrastrutture colpite e movimenti militari, sancendo un rovesciamento di prospettiva: per la prima volta, la vista dallo spazio non è più monopolio degli Stati. Parallelamente, realtà investigative come Forensic Architecture – e le stesse organizzazioni che hanno ricostruito l’abbattimento dell’MH17 – dimostrano che le prove open-source possono sostenere analisi giudiziarie e indagini internazionali, purché la catena di verifica digitale sia metodologicamente solida.

Pertanto, l’OSINT non è più una disciplina ancillare dell’Intelligence, ma un’arena competitiva in cui soggetti diversi si contendono velocità di verifica, legittimità narrativa e qualità metodologica.

Da rilevare, l’identificazione della simmetria della compressione temporale: la stessa accelerazione tecnologica che ha ridotto l’intervallo tra evento/verifica open-source consente alla disinformazione di occupare la finestra d’incertezza che precede il fact-checking. Il caso dell’ospedale pediatrico Okhmatdyt a Kyiv – con pochi minuti tra l’impatto e la prima ondata di narrazioni manipolative – chiarisce bene la dinamica.

La guerra dell’informazione viene analizzata nel paper come intervento intenzionale e calcolato. Il modello in cinque stadi – dalla raccolta dei dati psicografici alla normalizzazione narrativa – consente di leggere le campagne di disinformazione come operazioni pianificate, non come fenomeni spontanei. Casi come Ghostwriter o Secondary Infektion mostrano come domini a basso costo, dataset aperti e modelli generativi possano essere sfruttati da attori ostili.

Sul piano economico-industriale, il lavoro richiama l’attenzione sulla crescente concentrazione del mercato cloud europeo e sulle implicazioni che questa dinamica comporta per le ambizioni di sovranità digitale dell’Unione. In tale perimetro, si innesta la proposta di introduzione di un data dividend, meccanismo orientato a reinvestire parte dei ricavi generati dal riuso commerciale dei dati pubblici nella manutenzione delle infrastrutture informative.

La dimensione formativa è affrontata attraverso la proposta di una OSINT Academy europea, modellata sull’esperienza della Cybersecurity Skills Academy lanciata nel 2023. L’obiettivo è costruire una filiera educativa capace di formare analisti, funzionari pubblici e giornalisti in grado di operare in uno spazio informativo sempre più complesso.

In questa prospettiva, le pubbliche amministrazioni assumono un ruolo di primo piano: non soltanto produttori di dati ma dispensatori di fiducia, responsabili della qualità, della verificabilità e della tempestività della comunicazione pubblica.

Il dossier di Caligiuri misura la distanza tra l’ambizione europea di una sovranità digitale fondata sulla trasparenza e la realtà di uno spazio informativo in cui la manipolazione spesso precede la verifica. Riconoscere questo scollamento e dotarsi degli strumenti per fronteggiarlo è una responsabilità inderogabile. Questo testo offre una bussola per orientarsi e – nelle parole di Robert David Steele, ex ufficiale dei Marine e analista del Foreign Broadcast Information Service – per ridurre i“costi di verità”.

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