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L’INTELLIGENCE come architettura civile: conoscenza, potere e democrazia.

Fondaco Europa Venezia porta impresso nel nome un destino di attraversamento: merci, culture, idee. È in questo scenario che Mario Caligiuri, presidente SOCINT e ordinario all’Università della Calabria, presenta il suo libro Intelligence (Treccani, Voci) , offrendo una ricognizione ampia e rigorosa su un tema spesso confinato tra stereotipi, semplificazioni o rappresentazioni cinematografiche. Emanuela Somalvico modera un dialogo che non si limita a esplorare il volume: ricostruisce la genealogia di una disciplina, ne interroga la funzione civile e ne valuta la portata geopolitica e culturale in un mondo dominato dall’informazione e dalla velocità.

Caligiuri, prendendo la parola, riporta l’Intelligence alla sua radice semantica: intelligere/comprendere e inter legere/cogliere il significato nascosto delle cose. Nella sua essenza più autentica, l’Intelligence è un dispositivo cognitivo, un metodo per individuare segnali, interpretarli e trasformarli in conoscenza concreta, in strumenti per comprendere e orientare la realtà. È una pratica antica quanto le comunità umane, che attraversa la Bibbia, gli imperi dei Faraoni, la diplomazia veneziana e i Servizi segreti romani. Oggi, nella narrazione pubblica, subisce una distorsione che la colloca a metà tra il mito e i luoghi comuni.

Ma l’Intelligence, ricorda Caligiuri, è un elemento culturale prima ancora che tecnico”. Esiste un’Intelligence dello Stato, un’Intelligence come metodo di trattamento delle informazioni, e un’Intelligence come facoltà umana. Ogni cittadino, quotidianamente, compie scelte dopo aver raccolto, analizzato e valutato dati.

Alla domanda sul percorso che ha portato alla nascita della Società Italiana di Intelligence, Caligiuri intreccia la sua biografia intellettuale con due figure decisive: il padre Michele, cui deve la passione per lo studio, e Francesco Cossiga, che denunciò l’assenza in Italia di un pensiero teorico sull’Intelligence. Da questa tensione nasce, nel 2007, il primo master universitario italiano all’Università della Calabria, dedicato alla disciplina, sostenuto da un comitato scientifico di altissimo livello istituzionale. L’obiettivo è chiaro: spezzare l’invisibilità, restituire struttura, rigore, capacità educativa all’Intelligence. Anche per questo Caligiuri cita l’esperienza israeliana – Servizi composti da hacker e filosofi, due sguardi complementari sullo stesso orizzonte – e precisa: viviamo immersi nella disinformazione, una sostanza che non percepiamo più, come l’acqua per i pesci evocata da McLuhan.

Thomas Pynchon, del resto, lo ha previsto: un mondo saturo di segnali, in cui la difficoltà non è trovare informazione, ma sottrarsi al rumore. Noam Chomsky ricorda che la manipolazione non consiste solo nell’occultare, ma nel suggerire le domande sbagliate. In questo scenario, l’Intelligence diventa formazione civile: educa al sospetto verso il dato, alla verifica della fonte, alla lettura dei contesti.

La discussione si sposta sul rapporto tra Intelligence e democrazia. Dal 2001, due abbagli degli Stati Uniti – l’esportazione forzata della democrazia e l’ingresso della Cina nel WTO – modificano l’equilibrio internazionale. La Cina utilizza il capitalismo per rafforzare il proprio modello statale; l’Occidente mostra fragilità democratica: partecipazione minima, élite meno competenti, cittadini privati degli strumenti cognitivi per controllare il potere.

Caligiuri richiama Aristotele, per il quale “l’uomo è un animale politico”: l’essere umano realizza la propria felicità pienamente solo quando impiega tutte le sue capacità e possibilità, ma senza la società non può diventare un vero Uomo. Famiglia e comunità soddisfano i bisogni primari, ma la più alta forma di umanità si raggiunge attraverso lo Stato. Tuttavia, ogni regime porta in sé il rischio di degenerazione: la democrazia può scivolare in demagogia, oggi riconosciuta nel fenomeno del populismo.

Yves Lacoste ricorda che “la geopolitica serve innanzitutto a mistificare”: ogni rappresentazione del mondo è un atto di potere. L’Intelligence disvela ciò che la rappresentazione tenta di nascondere, legge l’intenzionalità dietro mappe, narrazioni e strategie.

La riflessione ingloba le due teorie fondative della geopolitica moderna: l’Heartland di Halford Mackinder, che individua nell’Eurasia il baricentro strategico del potere terrestre; e il Rimland di Nicholas Spykman, che colloca la forza nel controllo delle fasce costiere. Teorie che, lungi dall’essere superate, illuminano i conflitti contemporanei: Ucraina, Indo-Pacifico, Artico.

Tra le affermazioni più incisive del dialogo vi è quella secondo cui la vera guerra in corso non è solo territoriale, ma cognitiva: la contesa tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Caligiuri osserva che l’umanità non ha ancora sviluppato una “coscienza dell’IA”, analoga a quella costruita attorno al nucleare. L’innovazione è in mano ai privati, non agli Stati; l’asimmetria è senza precedenti.

La mente, colonizzata dai dispositivi digitali, tende a binarizzarsi: sì/no, vero/falso, amico/nemico. La complessità si contrae. Il nudge, la spinta gentile di Richard H. Thaler – premio Nobel “per i suoi contributi all’economia comportamentale” – come pure i processi inconsci descritti da Sigmund Freud, mostrano quanto sia facile orientare pensieri apparentemente liberi. L’Intelligence si misura proprio qui: nella capacità di cogliere i segnali deboli, ciò che la maggioranza non vede, ciò che anticipa il mutamento.

Dal 2015 il termine “Intelligence” entra stabilmente nel dibattito pubblico.Le agenzie vengono riconosciute come attori credibili; in alcuni sondaggi superano persino gli esecutivi. Siamo alla quarta fase: l’Intelligence partecipa direttamente alla definizione della politica estera, dialoga con la diplomazia, siede ai tavoli negoziali. Un ritorno alle origini – i diplomatici veneziani furono, a tutti gli effetti, analisti ante litteram, custodi di una cultura della complessità che oggi torna necessaria – ma anche, forse, alla linea di Kármán. Come non ricordare le parole dell’ingegnere e fisico ungaro-americano: Sotto questa linea lo spazio appartiene a ciascuna nazione. Sopra questo livello ci sarà solo spazio libero”.

Il dialogo si chiude con un riferimento alla Scuola di Atene di Raffaello: Platone indica il Cielo, la verità ideale, il mondo delle idee. Aristotele la terra, la verità sperimentale, la natura. Due orientamenti del pensiero, due modi di concepire il vero. Brian Harley ha mostrato come ogni mappa è atto politico: mostrare significa sempre nascondere qualcos’altro. Così è l’Intelligence: non si ferma al mondo com’è: indaga ciò che la superficie non rivela.

La conclusione è una dichiarazione di responsabilità:la conoscenza non è ornamento, bensì dovere civile. L’Intelligence, nella lettura di Caligiuri, non appartiene solo agli apparati, ma alla cittadinanza. È un dispositivo che restituisce all’umano la centralità e lo protegge dalla deriva algoritmica. È la grammatica della complessità in un’epoca che premia la semplificazione. È, infine, l’architettura attraverso cui la conoscenza torna a essere potere – non dominio – e cura del mondo.

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