INTELLIGENCE, GERMANO DOTTORI AL MASTER DELL’UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA: “TRUMP, PRESIDENTE GEOECONOMICO OSTILE ALLE GUERRE, PREFERISCE RICORRERE ALLE ARMI ECONOMICHE”.
Rende (19.3.2025) – La geoeconomia nel mondo fuori controllo è il titolo della lezione tenuta da Germano Dottori, già docente di Studi Strategici presso la Luiss-Guido Carli e consigliere scientifico di Limes al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
La lezione ha riguardato la costruzione del paradigma geoeconomico statunitense come strumento di potere e influenza globale dagli anni ’90 all’amministrazione Trump.
Nella prima parte della lezione, Dottori ha ricostruito le caratteristiche principali della politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
La fine della Guerra fredda e la dissoluzione dell’URSS comportarono un mutamento nelle percezioni di sicurezza in America, accentuando l’importanza della dimensione economica rispetto a quella militare. Il modo di assicurare maggior produttività, competitività e sviluppo tecnologico divenne centrale nel dibattito. Il Giappone e l’Europa comunitaria vennero inoltre identificati come altrettante fonti di minaccia al benessere degli americani. Gli effetti di questo cambiamento non tardarono a manifestarsi anche nella politica.
Le elezioni presidenziali del novembre 1992 rappresentarono il punto di svolta: George H.W. Bush (1924 – 2018), vincitore della Guerra fredda e della prima Guerra del Golfo e promotore di un ordine mondiale “compassionevole” basato su interventi di polizia internazionale e su una nuova centralità dell’ONU, venne sconfitto da Bill Clinton, che pose al centro della sua proposta politica il rilancio dell’economia americana con lo slogan “It’s the economy, stupid!”, inaugurando un’era di politiche orientate al recupero della competitività e al primato economico e tecnologico. Alla sconfitta di George H.W. Bush contribuì anche la figura di Ross Perot (1930 – 2019), il più forte candidato indipendente del dopo-guerra, dando ulteriore peso ai temi economici nel dibattito che precedette il voto.
Negli anni successivi, gli Stati Uniti riformularono la loro strategia, incorporandovi i risultati degli studi condotti su modelli di crescita di successo adottati da economie come quella tedesca e giapponese dopo la Seconda guerra mondiale.
Il modello liberoscambista ricardiano (basato sulla teoria dei vantaggi comparati) venne sottoposto a critica, abbracciando un modello di sviluppo più protezionista, mirato a individuare e favorire settori strategici e ad accrescerne la competitività e lo sviluppo tecnologico. Queste idee sono presenti anche nell’attuale progetto trumpiano.
Dottori ha peraltro sottolineato come Donald Trump intenda sfruttare la leva economica anche per ottenere vantaggi geopolitici, in alternativa all’uso diretto della forza militare. È stato ricordato come il segretario al Commercio Howard Lutnick abbia esplicitato come gli USA abbiano iniziato a utilizzare la coercizione economica per influenzare il comportamento di altri attori internazionali, come nel caso di Messico e Canada.
A differenza degli strumenti di coercizione tradizionali basati sul ricorso alla forza militare, le armi economiche permettono di ottenere risultati infliggendo danni temporanei e reversibili, cosa che lei rende più accettabili della guerra classica, che lascia dietro di sé enormi conseguenze materiali, psicologiche e politiche, ed implica sempre rischi di escalation e instabilità.
Nell’opinione del docente, Trump ha adottato un approccio protezionista con l’obiettivo di rilanciare la manifattura nelle zone industriali in declino (Midwest, Grandi Laghi) a causa delle dinamiche della globalizzazione, anche per ridurre l’instabilità interna e i fenomeni criminali.
Questo progetto si avvicina più a una visione di destra sociale europea che alla tradizionale politica repubblicana, e rappresenta una rottura con i paradigmi precedenti, persino quelli abbracciati da Trump durante i suoi primi quattro anni alla Casa Bianca: si è infatti passati da misure volte alla promozione dello sviluppo economico per finalità di politica internazionale ad interventi la cui finalità prioritaria è di politica interna.
Dottori ha proseguito sostenendo che l’amministrazione Trump ha finora perseguito la stabilità, anche per ridurre l’impegno diretto degli USA nelle operazioni di polizia internazionale, incentivando invece una gestione più condivisa della sicurezza internazionale e cercando di delegare parte delle responsabilità collegate al suo mantenimento ad altri Paesi alleati o partner strategici, utilizzando strumenti di coercizione economica piuttosto che l’intervento militare diretto.
L’idea del “grande accordo” con Mosca che pare tornare in auge – ha notato Dottori – riprende di fatto le teorie geopolitiche di Nicholas J. Spykman (1893 – 1943), secondo cui la stabilità mondiale sarebbe stata garantita meglio da una collaborazione americano-sovietica, che avrebbe consentito di stabilire un fermo controllo sulle aree periferiche dell’Eurasia (Europa occidentale e Asia orientale) in cui erano scoppiati gli incendi che avevano condotto alle guerre mondiali.
Spykman riteneva che la pace sarebbe stata più facilmente mantenuta se USA e URSS avessero condiviso la gestione dell’ordine mondiale e la stessa creazione delle Nazioni Unite ebbe alla base questo presupposto.
Tuttavia, la realtà post-bellica vide prevalere un modello differente, con l’Europa occidentale inglobata nella sfera d’influenza americana e l’Europa orientale sotto il controllo sovietico fino al crollo dell’URSS.
L’approccio trumpiano al mondo si basa su questa eredità storica. Secondo tale visione, gli USA dovrebbero cercare di condizionare il comportamento degli altri Stati attraverso leve economiche, sia di tipo coercitivo sia come incentivo. Questo è evidente, ad esempio, nella politica americana verso il Medio Oriente e un caso esemplare di questa strategia è l’idea di trasformare la Striscia di Gaza in un’area turistica internazionale. Dietro questa proposta, apparentemente provocatoria, c’è la logica dell’uso dello strumento economico come spinta affinché le parti in conflitto adottino comportamenti cooperativi.
Dottori ha concluso concentrandosi sull’Italia: quanto sta accadendo in America e sul piano della stabilità globale ha implicazioni dirette per il nostro Paese, che ha un forte interesse alla pace. Il progressivo disimpegno americano dal Mediterraneo e dall’Africa non dovrebbe essere necessariamente visto come una minaccia per l’Italia, dal momento che potrebbe rivelarsi invece un’opportunità per sviluppare una politica estera di più alto profilo, investendo in strumenti di influenza e assumendosi maggiori responsabilità nella gestione della sicurezza regionale.