INTELLIGENCE, GIUSEPPE RAO AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “É LEADER CHI RIESCE A VALORIZZARE IL LAVORO DI SQUADRA”.
(RENDE 15.03.2025). La leadership nell’era digitale è il titolo della lezione tenuta da Giuseppe Rao, docente all’Università di Sassari e Consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Rao ha iniziato la sua lezione con la citazione del celebre saggio di Carlo M. Cipolla (1922-2000), Le leggi fondamentali della stupidità umana (Il Mulino, 2015), con cui lo storico ammonisce i lettori sul ruolo nefasto dei cretini, sempre all’opera, e ci indica alcuni stratagemmi per alleviare le conseguenze del loro agire.
Viviamo in un tempo in cui si sono ridotte sensibilmente le opportunità di lavoro per le giovani generazioni e in cui vi è una marcata tendenza a massificare e banalizzare il pensiero. Scrive il filosofo sudcoreano Byung-chul Han, che ora vive in Germania: “Il soggetto sottomesso non sa nemmeno di esserlo e anzi crede di essere libero”.
Il docente ha esortato gli studenti a combattere per il riconoscimento dei loro diritti e delle loro qualità, cercando di evitare atteggiamenti di rassegnazione – pur nella consapevolezza che la società, nelle sue articolazioni, spessonon riesce a riconoscere e valorizzare le qualità dei talenti.
Citando Michelangelo, Rao ha ricordato che per una persona di valore il rischio più grande non risiede nel fissare un obiettivo troppo alto e non riuscire a raggiungerlo, ma nello stabilirne uno troppo basso e ottenerlo.
Il docente ha affermato che un operatore di Intelligence deve sempre perseguire la cultura dell’innovazione, ovvero essere disposto ad assumersi rischi e impegnarsi per il cambiamento. Ciò significa che la trasformazione dei modelli organizzativi e i percorsi per raggiungere gli obiettivi devono essere preceduti dagli investimenti nel capitale umano. Questo significa incentivare la creatività e educare le persone a pensare oltre gli schemi entro i quali sono state formate. Visione degli obiettivi e gestione del cambiamento rappresentano il metodo grazie al quale le organizzazioni, sia pubbliche sia private, possono crescere.
Il docente ha quindi spostato l’attenzione sulla differenza tra leadership tradizionale e leadership nell’era digitale, caratterizzata da nuovi modelli organizzativi.
Lee Iacocca, manager statunitense di origini italiane, negli Anni ’80 salvò la Chrysler dal tracollo adottandoun modello di leadership verticale, e quindi gerarchico, in cui “il capo”custodiva informazioni e dati, gestiva i processi e adottava le decisioni in modo verticistico, attorniato da pochi collaboratori. La leadership tradizionale oggi non è più funzionale: nel mondo contemporaneo la condivisione delle informazioni è alla base dei processi di crescita e di innovazione.
Un esempio di grande visione ci è stato offerto dai Padri costituenti che hanno definito la Costituzione economica, disposizioni che disciplinano non solo i rapporti economici strettamente intesi caratterizzate dal principio della programmazione e dalla presenza di imprese pubbliche – soprattutto nel settore dei servizi e dell’innovazione tecnologica – e private. Purtroppo, quelle che Lucio Caracciolo ha definito “scriteriate privatizzazioni”, hanno indebolito in modo decisivo l’economia, il benessere il prestigio e la capacità dell’Italia di partecipare ai processi decisionali della comunità internazionale.
Adriano Olivetti aveva anticipato “la rivoluzione” dei modelli di gestione d’impresa sin dagli Anni ’30 del Novecento. Innanzitutto, egli era dotato di una visione trasversale che gli ha consentito di immaginare la crescita dell’azienda nel medio e lungo periodo. Egli per primo ha capito che un prodotto industriale deve essere il frutto della contaminazione delle “due culture” – quella scientifico-tecnologica e quella umanistica. L’azienda di Ivrea investiva nei giovani, e più in generale nelle persone, rafforzando il lavoro di squadra e i principi etici. Mezzo secolo dopo Pierre Lévy introdusse il concetto di intelligenza collettiva: “un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta a una mobilitazione effettiva delle competenze […]. Il fondamento e il fine dell’intelligenza collettiva sono il riconoscimento e l’arricchimento reciproco delle persone”. Questo significa promuovere consapevolezza e motivare le persone a offrire il loro miglior contributo all’organizzazione.
Olivetti ci ha insegnato, inoltre, che un leader deve essere legittimato dall’autorevolezza e dalla credibilità. Analogo discorso può essere fatto per la reputazione del marchio. Il valore più grande di cui un’organizzazione dispone è la sua immagine, elemento che cresce nelle società in cui le persone gli individui, soprattutto quelli appartenenti alle giovani generazioni, sono attenti alla sostenibilità e alla dignità dei lavoratori. Oggi i consumatori detengono un grande potere sulle sorti nel mercato delle singole aziende, anche se è necessario essere consapevoli dei processi di “persuasione occulta”, già svelati negli Anni ’50 dal sociologo americano Vance Packard.
Vi è poi il problema del salario. Vittorio Valletta. amministratore delegato e successivamente presidente della Fiat, nel dopoguerra, era stato criticato perché il suo stipendio mensile era dodici volte superiore a quello di un impiegato. Oggi il fenomeno è sfuggito di mano e il divario è diventato intollerabile.
Nel 1962 Roberto Olivetti, parlando del gruppo di giovani ricercatori che aveva compiuto l’impresa di progettare Elea 9003, primo calcolatore al mondo interamente a transistor sviluppato dall’Olivetti tra il 1957 e il 1959, diceva: “Al gruppo iniziale chiedevamo sia preparazione scientifica che qualità umane e morali … Le persone devono essere pagate bene; chi è impegnato nel lavoro scientifico non può avere preoccupazioni economiche. Cercavamo di capire il loro reale interesse a venire da noi, e se il lavoro proposto corrispondeva ad una vocazione. Prima del denaro, era nostra intenzione offrir loro una sfida, la possibilità di partecipare con entusiasmo e motivazioni ad un’impresa innovativa, con spirito di avventura e l’aspirazione a conquistare qualcosa di nuovo. Non potevamo promettere, ai giovani laureati, garanzie, ma solo incertezze”.
Il primogenito di Adriano Olivetti affrontava anche il problema della delega: «[La Olivetti] affidò a tre persone – Mario Tchou, responsabile tecnico del progetto, Riccardo Berla, capo del personale, e me, rappresentante della direzione generale con responsabilità ‘politica’ dell’operazione – il compito di creare la nuova struttura per l’elettronica. Operavamo con la piena fiducia dell’azienda, con l’unico vincolo di rendere conto del lavoro svolto a lunga scadenza. Ricevemmo una delega di poteri assoluta, una fiducia piena, che è elemento essenziale per poter lavorare in un settore pionieristico”.
Rao ha quindi citato l’esempio dell’ingegnere Natale Capellaro, assunto nel 1916 come apprendista operaio alla Olivetti per lavorare nel reparto di montaggio delle M1, primo modello di macchina da scrivere. Dopo esser stato sorpreso a sottrarre dall’officina alcuni pezzi di ricambio, convocato da Camillo Olivetti, padre di Adriano, si presentò con il prototipo di una tastiera, da egli stesso progettata a casa, da consegnare alle dattilografe per esercitarsi. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale Adriano Olivetti, antifascista, fu costretto all’esilio, ma quado rientrò a Ivrea scoprì che il geniale Capellaro aveva già messo a punto un prototipo di macchina calcolatrice scrivente, la Divisumma 14, che conquistò i mercati di tutto il mondo, diventando la maggiore fonte di profitto per l’azienda.
Il tema dell’innovazione è al centro delle riflessioni dello studioso statunitense Thomas Friedman, che nel libro Il mondo è piatto. Breve storia del ventunesimo secolo, interpreta la leadership del Presidente della maggiore potenza del mondo, George W. Bush, con la capacità di chiamare a raccolta la nazione ed esortarla a diventare più brillante, a impegnarsi nello studio delle scienze e nell’innovazione tecnologica, per raggiungere le nuove frontiere della conoscenza.
Il socialista Rino Formica, più volte ministro, ha riflettuto sul tema della guida dei processi: “governare non è asfaltare, è scegliere”. Compito dei leader è avere il coraggio di scegliere, con tutti i rischi che ne conseguono. In questa direzione Rao ha sollecitato gli studenti a guardare all’Intelligence come uno strumento indispensabile che può aiutare a compiere scelte consapevoli e orientate al futuro. Oggi l’intelligenza artificiale mette a disposizione degli analisti una enorme quantità di dati e di soluzioni, imponendo all’operatore il compito di selezionare e interpretare le informazioni nella prospettiva dell’assunzione di decisioni, spesso di valore strategico, ovvero nella capacità di fornire al decisore politico e istituzionale gli elementi per le soluzioni finali. In conclusione, gli agenti di Intelligence non devono delegare all’AI, bensì sviluppare flessibilità e promuovere forme di Intelligence adattive e collettive.
Avviandosi a terminare la lezione, il docente ha condiviso il filmato della vittoria di Mario Cipollini ai Campionati del mondo di ciclismo su strada – che si disputarono a Zolder, in Belgio, nell’ottobre 2002 – a suo giudizio, un esempio formidabile per studiare come si forma lo spirito di squadra. Il risultato di Zolder è dovuto alle qualità del leader – il compianto CT Franco Ballerini – dei gregari e degli uomini di maggiore talento. Ogni momento che ha preceduto la volata finale è stato preparato con una strategia, attuata magistralmente dai ciclisti azzurri, che teneva conto di: scelte dolorose (rinuncia alla convocazione di grandi corridori non adatti al percorso pianeggiante); valutazione delle incognite (terreno viscido e condizioni meteorologiche); fortuna (mancanza di cadute); affidabilità dei singoli (“tutti hanno svolto il lavoro”); intercambiabilità di ruoli (Alessandro Petacchi, che rinuncia alle sue possibilità di vittoria, e Giovanni Lombardi, il regista); cuore (“il cuore di Petacchi, splendido per qualità e lealtà”); esperienza, abnegazione, ragionamento e capacità di assumere decisioni in tempo reale (la testa di Lombardi “che accompagna capitan Cipollini sin sulla soglia della gloria”); infine il talento puro del ciclista che avrebbe dovuto portare a conclusione il lavoro della squadra (e poi c’è lui, Mario Cipollini, “il velocista più efficace e spettacolare che si ricordi”).