Mario CaligiuriMaster in IntelligenceUniversità della Calabria

INTELLIGENCE, FRANCO GABRIELLI AL MASTER DELL’UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA: “L’INTELLIGENCE COME BUSSOLA PER IL FUTURO.”

Rende (13.12.2025) – “I Servizi di intelligence in Italia nel XXI secolo” è il titolo della lezione tenuta dal Prefetto Franco Gabrielli, direttore dei Servizi interni dal 2006 al 2008 e autorità delegata del Governo Draghi, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Gabrielli ha incentrato il suo intervento su un punto essenziale: la sicurezza, la prevenzione e l’intelligence devono essere beni comuni, sottratti alla logica delle alternanze politiche.

Ogni volta che un cambio di governo rimette in discussione strutture, equilibri e processi consolidati, si innesca un meccanismo distruttivo: si riparte da zero, si ricostruisce ciò che esisteva già, si disfa quanto era stato sedimentato.

Franco Gabrielli

Secondo il docente, la sicurezza dello Stato ha bisogno di continuità strategica, non di oscillazioni determinate da indirizzi contingenti.

Gabrielli sottolinea come in Italia permanga una forma di “cultura dell’azzeramento”: chi sale al Governo rimette mano ai “sentito dire”, cambia assetti operativi e gerarchie, talvolta senza approfondire le ragioni storiche e funzionali delle scelte precedenti.

Al contrario, si può intervenire con formule di miglioramento, ma gli elementi fondamentali devono rimanere.

In tali contesti, è il tempo che permette di eradicare determinati comportamenti.

Ciò che dovrebbe restare immutato – secondo Gabrielli – è l’architettura complessiva della sicurezza nazionale, mentre è legittimo differenziare le priorità pubbliche.

Oggi la politica italiana ha difficoltà a comprendere il lavoro dell’intelligence.

Questo determina un disagio strutturale: chi dovrebbe interpretare la realtà complessa preferisce schemi semplici, immediati, rassicuranti.

Questo è esattamente il cuore di ciò che, in altri contesti, viene analizzato attraverso gli acronimi VUCA, BANI e TODO, di origine militare e in uso nei contesti di organizzazione aziendale.

In particolare, l’acronimo VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) indica vulnerabilità, incertezza, complessità, ambiguità, è perfettamente applicabile laddove la politica vuole risposte semplificate alla complessità, non comprendendo quindi gli strumenti di intelligence, rendendone l’operato meno efficace.

Invero, la sicurezza e l’intelligence hanno bisogno esattamente dell’opposto: accogliere la complessità, leggerla e restituirla.

VUCA fotografa il fatto che viviamo in un mondo incostante, in cui le informazioni sono non chiare e definite, cambiando con una certa frequenta.

Il secondo acronimo BANI (Brittleness, Anxiety, Non-linearity, Incomprehensibility) aggiunge altri quattro elementi che connotano il tempo in cui viviamo: fragilità, ansietà, non linearità, non comprensibilità.

Un tempo ed un mondo in cui le situazioni ordinarie, le situazioni di crisi e quelle di emergenza richiedono profonda comprensione e conoscenza del contesto.

È come se ci fosse uno chef stellato, afferma il docente, che ha la capacità di creare cibo di grande qualità, ma il suo cliente è interessato a mangiare solo le patatine e l’hamburger, sicché infine anche lo chef si adegua a questa aspettativa.

E ne deriva un corto circuito, per cui non si riesce a far crescere il mondo dell’intelligence per una serie di difficoltà che poggiano sulla  poca capacità da parte dei decisori di apprezzarne l’importanza.

Infine, l’acronimo TODO, una naturale e anche arguta evoluzione dei primi due, in cui le quattro lettere identificano: un concetto di turbolenza, ovvero la modalità con cui la volatilità da fatto occasionale diviene fatto strutturale; l’oscillazione della conoscenza e della sua qualità della conoscenza, vivendo in un tempo in cui prevale un atteggiamento di non fiducia; interdipendenza dei domini; opposizione delle soluzioni, che porta all’immobilismo decisionale.

Il punto di vista di Gabrielli è un invito a ragionare, accettando l’idea che le cose possano essere viste da angolazioni diverse, poiché non esiste un pensiero unico o una modalità semplificata per governare realtà complesse.

La gestione della sicurezza richiede elasticità cognitiva, capacità di cambiare prospettiva per comprendere la complessità.

Gabrielli ha posto l’accento sulla circostanza per cui spesso (o sempre) le riforme dei Servizi di informazione nel nostro Paese sono strettamente legate a vicende più o meno scandalistiche.

Si pensi alla nascita del SID nel 1965, successiva allo scandalo SIFAR-Servizio Informazioni Forze Armate e al caso “De Lorenzo”, ma anche all’approvazione della legge n. 801/1977 connessa alle vicende che coinvolsero i vertici del SID, nonché alla legge del 2007, approvata in concomitanza con l’esplosione del caso “Abu Omar” che ha coinvolto i vertici del SISMI.

Dopo aver ricostruito la sequenza storica che ha portato alla nascita del moderno sistema di intelligence italiano, Gabrielli si è soffermato su un aspetto essenziale che attraversa l’intera evoluzione dei Servizi: la mancanza di una vera continuità strategica.

Le riforme che hanno ridefinito l’architettura dei servizi – dal superamento del SIFAR e del SID, passando attraverso gli anni del SISMI e del SISDE, fino alla legge del 2007 che ha istituito AISI, AISE e il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) – non sono state il frutto di un disegno lungimirante, ma piuttosto l’esito di reazioni contingenti a scandali o crisi reputazionali.

L’Italia ha così costruito nel tempo un sistema informativo “a strappi”, privo di quella continuità politico-istituzionale che caratterizza le democrazie più mature.

Questa instabilità ha limitato la possibilità di creare un’identità operativa e culturale solida dell’intelligence nazionale.

Le Agenzie del passato erano condizionate dalle rispettive appartenenze ministeriali e da un clima di sfiducia costante; la riforma del 2007 avrebbe dovuto superare queste rigidità, costruendo un sistema più integrato e maturo.

Tuttavia, come osserva Gabrielli, il DIS non ha ancora acquisito pienamente quella funzione strategica di coordinamento immaginata dal legislatore, e le Agenzie non hanno consolidato una tradizione culturale comune.

L’intelligence italiana resta quindi segnata da una fragilità più culturale che normativa.

A questo punto Gabrielli allarga il discorso: il problema dell’intelligence non è isolato, ma si innesta in un contesto mutato profondamente.

Viviamo in un ambiente caratterizzato dalla volatilità dei contenuti, dall’azione pervasiva degli algoritmi e dalla tendenza degli individui a confinarsi in “bolle cognitive” che confermano convinzioni già presenti.

L’informazione non aggrega più: frammenta, polarizza, semplifica.

Questo ha effetti diretti sulla capacità delle istituzioni di muoversi dentro la complessità e, in ultima analisi, sulla qualità della democrazia.

In questo quadro, la politica – sostiene il docente – ha progressivamente abdicato al proprio ruolo di guida, trasformandosi in una politica “follower”.

I sondaggi, aggiornati quotidianamente, determinano scelte e priorità, e minime variazioni di consenso vengono lette come indicatori decisivi.

Invece di orientare la società, la politica finisce per inseguirne le emozioni e le paure, rinunciando alla missione più alta: accompagnare i cittadini nella comprensione della complessità.

La riduzione del linguaggio pubblico, l’impoverimento del dibattito e l’erosione dello spazio comune di significati rendono più fragile la cultura democratica.

Per Gabrielli, questa fragilità ha conseguenze dirette anche sull’intelligence, che non può funzionare senza una società disposta ad accettare la complessità.

L’intelligence è per definizione un’attività interpretativa: vive nell’ambiguità, non nella certezza; cerca significato nel rumore; costruisce ipotesi, non verità definitive.

Una politica che rifiuta la complessità non può valorizzare un settore che, per sua natura, richiede profondità, lentezza, prudenza e capacità di interpretazione.

È in questa tensione tra velocità della politica e profondità dell’intelligence che Gabrielli colloca molte criticità del sistema italiano.

Non a caso, nel dialogo con gli studenti, quando gli viene chiesto quale sia il momento in cui la raccolta dei dati diventa capacità di riconoscere l’intenzione, Gabrielli risponde che tale momento non è né netto né definibile in modo meccanico.

Non esiste un passaggio binario tra dato e intenzione: esiste una soglia, un cambiamento di stato, in cui ciò che è stato raccolto smette di essere un inventario del passato e diventa strumento per immaginare il futuro.

Questo passaggio coincide con l’analisi, che seleziona, connette e interpreta.

L’intenzione non è mai un dato esplicito: è un’ipotesi argomentata, frutto dell’incrocio tra informazioni, contesto, attori e loro interessi.

L’analista diventa così il nodo cruciale del processo: non un semplice lettore di flussi, ma colui che costruisce una trama di senso, grazie a esperienza, disciplina metodologica e intuizione maturata nel tempo.

Le tecnologie e l’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, non sostituiscono l’intuizione umana, ma la potenziano: permettono di processare volumi giganteschi di dati, individuare correlazioni invisibili, mettere in luce anomalie.

Tuttavia, lavorano proiettando il passato sul futuro, mentre l’avversario intelligente opera spesso introducendo discontinuità.

Il passaggio dal “può essere” al “riteniamo probabile che” rimane quindi un atto irriducibilmente umano, fondato sulla responsabilità dell’analista.

Il docente rileva, inoltre, come in un operatore che si approccia al mondo dell’intelligence, la sensibilità per saper cogliere ciò che sta per accadere nasce da un cambiamento culturale.

I dati diventano, per l’operatore di intelligence storie da decifrare.

La formazione più efficace è quella dovuta all’esperienza: analisi di casi reali, debriefing approfonditi, confronto intergenerazionale tra esperienza operativa e competenze analitiche nuove.

La sensibilità ai segnali deboli emerge quando si impara a vedere l’anomalia non come un errore da contestare, ma come un possibile indizio di un disegno più ampio.

Questo insieme di elementi – la storia irrisolta dei Servizi, la frammentazione del sistema informativo, la crisi della funzione politica, la centralità dell’analisi, i limiti e i potenziali dell’intelligenza artificiale, la necessità di una formazione culturale profonda – compone un’unica diagnosi: senza una cultura democratica capace di sostenere la complessità, nessun sistema di intelligence può funzionare davvero.

La sicurezza nazionale non è solo questione di strutture o strumenti, ma di capacità interpretativa, maturità istituzionale e leadership responsabile.

Solo in tale contesto l’intelligence può essere non un archivio del passato, ma una bussola per il futuro.

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