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LE TRE DOMANDE DI COSSIGA

Nei primi anni Novanta John le Carré è ricevuto al palazzo del Quirinale. La guerra fredda sta finendo, le democrazie occidentali cercano di capire che cosa accadrà dopo, e a qualcuno pare ragionevole chiedere consiglio al romanziere che su quel tema si esprime meglio di chiunque altro.

Le Carré porta con sé una copia autografa di Tinker Tailor Soldier Spy (La Talpa, Mondadori 2019), il libro su un traditore ai vertici del MI6 che il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ha letto in lingua originale.

Durante il pranzo Cossiga lo incalza con tre domande: è possibile fare a meno delle spie? Come può una democrazia moderna controllare la sua Intelligence? Cosa dovrebbe fare l’Italia?

Me lo chiedeva – scrive Le Carré – come se l’Italia fosse un caso a sé stante, non una democrazia come le altre, ma solo l’Italia, in corsivo”. Cossiga domanda, inoltre, quale sia l’opinione di Le Carré sui Servizi italiani: Valgono quello che costano? Sono una forza positiva o negativa?”. Tutto questo mentre, al tavolo siede una trentina di commensali: l’intero Stato Maggiore dell’Intelligence italiana. Nessuno interviene.

Quel silenzio è rivelatore. Il capo dello Stato pone tre questioni: l’efficacia dello strumento, il suo controllo democratico, la sua stessa necessità. E le pone a un romanziere d’oltremanica, non ai vertici istituzionali accomodati al suo tavolo. È il ritratto di un Paese in cui l’Intelligence esiste come apparato ma non come comunicazione e, ancor meno, come pensiero: mancano il lessico, la sede, la consuetudine per rispondere pubblicamente a interrogativi del genere. L’unico registro disponibile è quello letterario: usato e abusato. Cossiga probabilmente pensa che l’esercito in grigio possa “farsi venire qualche buona idea a contatto con una fonte fuori dai giochi“.

La scena, raccontata da le Carré nella sua autobiografia, Tiro al piccione (Mondadori, 2016), è stata ripresa dal settimanale francese L’Express, in un dossier di ventotto pagine che contiene la prima graduatoria dei Servizi di informazione europei. Vi hanno concorso sessanta professionisti di venticinque Paesi, fra i quali diciotto direttori o ex direttori di Servizio. L’Italia figura al quindicesimo posto su ventuno, con nove punti, e fra le motivazioni compare il giudizio di un ex ufficiale della CIA secondo cui nel nostro Paese non esisterebbe alcuna cultura dell’Intelligence. Ne è seguita una settimana di commenti e repliche, alcuni argomentati con finezza, non ultimo quello del presidente Socint Mario Caligiuri su Formiche.

Nel testo originale, accanto alla tabella, c’è però una colonna di quaranta parole che ne modifica il significato. Riletto alla luce di quell’interpretazione, la classifica non appare come una valutazione dei ventuno Servizi in esame, ma una scheda a cinque. A ciascun giurato è stato chiesto di indicare cinque Servizi esteri europei sulla base dell’esperienza personale, attribuendo 5 punti al primo, 4 al secondo, 3 al terzo, 2 al quarto, 1 al quinto. Il punteggio complessivo è dunque di 900, e i primi cinque Servizi – britannico, francese, olandese, ucraino, tedesco – ne racimolano 656, cioè il 73%. Ai sedici Paesi restanti ne rimangono 244. Il quindicesimo posto significa allora una cosa sola: che l’Italia compare raramente nelle cinquine. E non comparire non è giudizio negativo, ma assenza di giudizio positivo. Il documento ne fornisce dimostrazione.

L’Austria è ventesima con 3 punti, e l’inchiesta precisa che quei tre punti provengono da un unico votante, nominato per esteso. Un giurato su sessanta determina una posizione in classifica; 9 punti sono due o tre persone. Lo confermano i Paesi a zero punti, fra i quali il dossier colloca l’Irlanda, ricercata per le indagini finanziarie, e la Grecia, interlocutore obbligato ogni volta che il tema è la Turchia. Zero punti e competenza riconosciuta coesistono, senza contraddizione, perché la scheda non misura la competenza bensì la menzione. Nulla di tutto questo autorizza a concludere che il sistema italiano sia migliore/peggiore di quanto la graduatoria lasci intendere. Significa soltanto che, filtrata da questa lente, la graduatoria stima qualcosa di diverso da ciò che le è stato attribuito.

A tal proposito può essere utile analizzare i giudizi negativi rivolti agli altri Paesi. La Polonia è penalizzata per la strumentalizzazione politica degli apparati, non per la qualità delle sue reti su Mosca, che la stessa inchiesta definisce molto performanti. La Repubblica Ceca è penalizzata dagli scandali, pur riconosciuta capace di penetrare le strutture russe. L’Ungheria per sedici anni di uso politico dell’apparato, la Bulgaria per la porosità delle élite, l’Austria per la penetrazione subita, la Slovacchia per un intreccio fra nepotismo, incompetenza e contiguità. L’Italia per nepotismo e commistione con la politica. Sei casi su sette non riguardano la competenza professionale, ma il rapporto fra apparato informativo e sistema politico nazionale.

Qui l’inchiesta incontra, inconsapevolmente, la seconda domanda di Cossiga. Non se i Servizi siano bravi, ma come si controllino meglio. Trentacinque anni fa quella domanda rimase senza risposta, oggi la risposta è nella graduatoria.

La terza parte è dedicata alle valutazioni antecedenti l’invasione dell’Ucraina, e vi si documenta che nel febbraio 2022 sbagliarono la Francia, i Paesi Bassi, l’Italia e la Polonia; il rapporto – redatto da Carl Bildt nel giugno 2025 – colloca anzi Parigi a capo dei Paesi scettici. L’Estonia ebbe ragione: il 22 febbraio il suo rapporto annuale segnalava un’invasione possibile nell’imminente, e avvenne due giorni dopo. Nella graduatoria la Francia è seconda con 169 punti, l’Estonia ottava con 27. I due dati, benché nello stesso fascicolo, non vengono mai messi in relazione. Se ne ricava che, come spesso accade, la correttezza previsionale pesa sulla reputazione meno della notorietà, della portata globale e della capacità d’azione. Un indicatore costruito sulla precisione produrrebbe – probabilmente – una classifica differente.

Va considerato, a questo punto, ciò che il dossier scrive del nostro Paese.

Il passaggio sulla graduatoria non è l’unico: una scheda, nella seconda parte, ricostruisce la vicenda di un ex numero due dei Servizi attraverso i suoi rapporti con la politica e il mondo delle imprese, mentre nella terza parte, l’Italia è citata per il rapporto del febbraio 2022 con cui il Comitato parlamentare stimava poco probabile un attacco su vasta scala. Tutti fatti agli atti e ampiamente trattati dai media nazionali.

Un ultimo elemento. Il dossier documenta la costruzione di una nuova architettura dell’Intelligence europea: gruppi di lavoro promossi dalla DGSE, un centro antiterrorismo all’Aia, nuove reti di cooperazione. Eppure, nella stessa inchiesta, rappresentanti della CIA e del Mossad siedono nella giuria che valuta i Servizi europei, pur restando fuori dalla classifica. L’Italia non compare in quella rete. L’unico riconoscimento riguarda il Mediterraneo allargato: “Per sapere che cosa accade in Libia bisogna rivolgersi agli italiani“, osserva un ex direttore di un Servizio del Benelux.

Stefano Mannino e Mario Caligiuri

Per concludere, torniamo al pranzo del Quirinale.

Nel 1990 silenzio e imbarazzo impregnano la stanza, e la domanda del capo dello Stato rimane sospesa: nessuno sa ancora come parlare pubblicamente d’Intelligence.

Ma quell’uomo che, al Quirinale, non ottiene risposta non smette di cercarla: nel 2007, ormai senatore a vita, Cossiga fonda con Caligiuri, all’Università della Calabria, il primo Master in Intelligence di un ateneo italiano. Ha capito che la risposta non può venire solo da un apparato, ma deve essere prodotta altrove, in un luogo in cui si insegna a formulare domande, verificare fonti, abitare il futuro.

Le tre domande di Cossiga restano aperte e l’inchiesta francese ne aggiunge un’altra: se una graduatoria dell’Intelligence europea fosse costruita sull’accuratezza delle previsioni, anziché sulla notorietà fra pari, chi occuperebbe le prime posizioni? E chi, in Italia, avrebbe il compito di costruirla?

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