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LA GUERRA DI TUTTI, LA GUERRA DI NESSUNO. Dominio cognitivo, resilienza democratica e ciò che uno Stato può misurare di sé

La guerra cognitiva comincia quando la vittima non sa di essere sotto attacco.

In un ecosistema informativo saturo l’inganno smette di essere un espediente tattico e diventa dimensione costitutiva del conflitto: disinformazione, manipolazione e propaganda possono intossicare e devitalizzare una società senza che nessuno ricorra alla forza. E poiché ciascuno è insieme combattente e bersaglio – ma nessuno lo dichiara e nessuno se ne assume la responsabilità – il conflitto appartiene a tutti e non appartiene a nessuno.

Nell’introduzione a Disinformare: ecco l’arma (Rubbettino, 2024), il generale Giovanni Nistri riconduce questo scenario a Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz, per il quale il potere militare di uno Stato è il prodotto di due fattori inseparabili: mezzi e volontà. L’esito di una guerra, osserva, è determinato dall’accettazione della sconfitta da parte dell’opinione pubblica di uno dei contendenti, e dipende dunque dalla volontà collettiva di continuare. Interferire su quella volontà diventa, allora, obiettivo, e non complemento.

Alberto Pagani – docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e guerra cognitiva – ne trae, su Formiche, la conseguenza di costo: colpire i mezzi richiede eserciti, industria, logistica; colpire la volontà investimenti molto meno onerosi.

L’asimmetria, però, non è soltanto di spesa. È di tempo.

Chi colpisce i mezzi deve vincere un confronto; chi colpisce la volontà deve “solo” impedire che si ripristini, mantenendo il sistema in adattamento continuo finché le risorse si esauriscono.

Nistri colloca queste attività nella zona grigia, fra pace e conflitto, precedenti e concomitanti alle ostilità, spesso permanenti, e progettate per deteriorare il dibattito pubblico, erodere la fiducia verso le istituzioni, corrompere la tenuta sociale e con essa la volontà di resistere.

La permanenza è il punto. Nelle neuroscienze questo logorio a goccia cinese prende il nome di carico allostatico: l’usura generata dall’esposizione prolungata allo stress mentale ed emotivo. Un sistema sotto pressione regge a condizione di non prosciugare, nell’adattamento, le energie e le risorse che rendono possibile la rielaborazione.

Se la volontà collettiva è un bersaglio, e se il danno consiste nell’usura anziché nella sconfitta, proteggerla presuppone la possibilità di monitorarla. Ed è in questo contesto che una democrazia si scontra con i suoi limiti. Il caso italiano ci permette di verificarlo.

Lo Stato Maggiore della Difesa, nel documento sulla competizione nella dimensione cognitiva, redatto nel 2023, parla di operazione multidominio che impiega mezzi, azioni e strumenti attraverso le connessioni fra i domini, l’ambiente informativo e lo spettro elettromagnetico per generare effetti nella dimensione cognitiva e influenzare il comportamento umano.

Nel 2025 teorizza una Difesa civile-funzionale nella quale ogni cittadino è nodo passivo e attivo del sistema.

La sua traduzione istituzionale incontra, però, un’architettura frammentata.

La tutela dalle minacce ibride è oggi distribuita fra il DIS con AISE e AISI e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, presso la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Interno per ordine pubblico e infrastrutture critiche, la Difesa per le reti e la componente militare della cyberdifesa: una ripartizione verticale davanti a una minaccia orizzontale.

È in questo quadro che il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha voluto un non paper discusso a margine del Consiglio Supremo di Difesa: le Forze Armate, strutturate e addestrate per operare in contesti di crisi prolungata, possiedono capacità di comando che possono essere integrate senza sovrapporsi quelle di Intelligence e cybersicurezza. Non, dunque, uno scavalcamento ma una voce più strutturato al tavolo, sull’ibrido e sul cognitivo.

Il disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri il 4 agosto scorso, la recepisce. La definizione di spazio cibernetico di interesse nazionale, introdotta dall’articolo 7, comprende anche le relazioni cognitive stabilite fra le componenti del perimetro; al Capo di Stato maggiore della difesa spettano la qualifica di autorità cyber, la responsabilità unica dei dati e il concorso, anche in tempo di pace, alla condotta di operazioni cibernetiche in Patria e all’estero. Il cognitivo entra dunque nell’ordinamento, ma continua a essere definito attraverso il dominio cibernetico. Più che una dimensione autonoma, resta una funzione derivata.

Sull’architettura il provvedimento è invece chiaro: vertice interforze riorganizzato, Centro interforze per il contrasto alla minaccia ibrida alle dirette dipendenze del Capo di Stato maggiore, il Reparto informazioni e sicurezza che diventa Comando interforze Cyber Intel, la filiera del brevetto di Specialista Cyber Militare, la disciplina dei sistemi senza equipaggio, il fondo per la ricerca militare, il raccordo con gli enti tecnici nazionali. Ciascuna disposizione è interconnessa alle altre.

Le sette analisi che il dossier DYNAMES dedica al testo lo ricostruiscono con precisione, sei di esse vertono sulla stessa ipotesi: dotarsi di un quadro normativo non equivale ad acquisire capacità. Vale qui il criterio già proposto per la resilienza: ciò che non viene misurato difficilmente può essere governato.

Gli indicatori, però, non sono distribuiti in modo uniforme.

Chi analizza personale, infrastrutture, cyber e politica industriale ne propone – senza difficoltà – tempi di permanenza nei ruoli specialistici, tassi di uscita dai settori critici, copertura degli incarichi, tempi di acquisizione.

Chi analizza la dimensione informativa e cognitiva non dispone di indicatori.

Il rapporto del Chief Scientist della NATO Science and Technology Organization, dedicato alla resilienza, registra 52 attività di ricerca allineate ai 7 Requisiti Baseline su quasi 4mila – meno del 2% – concentrate su energia, capacità sanitaria e comunicazioni. Il primo requisito, che riguarda la continuità di governo e la capacità di decidere e dialogare con i cittadini in una crisi, conta 6 attività, tutte concluse, nessuna in corso. Il dato restituisce, in venticinque anni, una produzione di ricerca estremamente limitata proprio sul livello che il Layered Resilience Concept dichiara fondativo degli altri due.

Se si vuole misurare la resilienza, si finisce per interrogare ciò che una popolazione crede, come decide, quanto si fida: si rilevano le convinzioni dei cittadini e se ne valuta la conformità. È ciò che i sistemi avversari sono organizzati per fare – la Relazione descrive la profilazione psicologica automatizzata dei destinatari, che individua vulnerabilità emotive e cognitive specifiche – ed è ciò che una democrazia non può fare senza snaturarsi.

L’assenza di strumenti è, da un lato, lacuna e dall’altro confine autoimposto.

Quel confine è riconosciuto dagli stessi organismi informativi.

La Relazione al Parlamento del 2026 osserva che la capacità del Cremlino di condurre campagne ibride si fonda sull’asimmetria fra sistemi politici autoritari e democratici: nella proiezione esterna Mosca sfrutta valori, diritti e libertà delle società aperte e del loro ecosistema informativo, mentre all’interno difende il suo regime con una censura capillare, dalle restrizioni a Telegram al blocco di altre piattaforme di messaggistica. Ciò che espone una democrazia è ciò che la definisce, e la contromisura simmetrica non è disponibile.

All’autorità cyber si accompagnano poteri di indirizzo in materia di informazione e comunicazione, e la centralizzazione che risolve la frammentazione apre un problema di natura diversa.

Nella seconda parte di Disinformare, Mario Caligiuri sposta lo sguardo dal nemico esterno a quello interno e sostiene – come tesi e non come constatazione – che la disinformazione più profonda sia quella di Stato, cioè la comunicazione istituzionale. Che la si condivida o meno, la conseguenza è la stessa: se il fronte interno pesa quanto quello esterno, l’attribuzione a un’unica autorità dell’indirizzo sull’informazione smette di essere una questione organizzativa.

La domanda che ne discende è posta da Nistri nello stesso volume: chi può decidere che cosa sia corretto, chi rilascia il lasciapassare che regola il flusso informativo e, soprattutto, chi controlla i controllori quando questi si attribuiscono il potere di rieducare?

La fiducia degli italiani nelle notizie, che il Digital News Report registra nel 2026 al 32% – 4 punti sotto l’anno precedente e sotto la media internazionale – rende quel confine più esposto: in un ambiente simile ogni indirizzo pubblico sul vero rischia di apparire parte in causa.

La riflessione più recente sulle minacce ibride osserva che questa forma di aggressione non è arruolabile né alla voce “guerra” né in quella “terrorismo, e che la risposta democratica non può consistere nell’imprigionare gli individui in nicchie materiali/cognitivi – la via delle non democrazie – ma nell’armarli di criteri e metodo: riconoscere il vero dal falso, gestire le fonti, valutare l’attendibilità dei dati, comparare le informazioni.

È la stessa direzione che Disinformare indica nel capitolo intitolato Educare: ecco l’arma, dove la risposta alla manipolazione di massa non è la censura ma una forma di educazione adattata all’era digitale. Ed è la direzione che l’Intelligence ben conosce, soprattutto se la si intende – come fa Caligiuri – quale metodo di selezione delle informazioni rilevanti nell’oceano di quelle irrilevanti, prima che come apparato. Vi è del resto un dato che esprime il concetto. La Relazione al Parlamento del 2026 segnala che le campagne di manipolazione informativa non mirano più soltanto a influenzare che cosa pensa un’opinione pubblica, ma come pensa: agiscono sui processi cognitivi, sulle credenze, sulle abitudini, sulle attitudini comportamentali. Se il bersaglio si è spostato dal contenuto al procedimento, la difesa non può che spostarsi con esso.

Non si può rilevare che cosa un cittadino crede senza violare il presupposto stesso della difesa. Si può rilevare se sappia valutare una fonte, costruire ipotesi alternative, riconoscere i bias. La prima analisi ha per oggetto la conformità, la seconda la competenza: due oggetti diversi producono, inevitabilmente, due Stati diversi.

È anche la risposta all’obiezione di Nistri: insegnare un metodo non è rieducare. Chi apprende a distinguere il segnale dal rumore può servirsene per dissentire dall’autorità che gliel’ha insegnato, e in questo consiste la differenza fra un’agenzia di verità e una politica pubblica di competenza.

Caligiuri descrive l’Intelligence come metodo utilizzato da tutti: persone, aziende, Stati. Se è un metodo, si insegna. Se si insegna, si valuta. Ed è ciò che rende il terzo livello prescrivibile da una norma e rendicontabile da un’amministrazione, e forse la sola forma di resilienza societaria compatibile con l’ordinamento che deve proteggere. Per difendere il dominio cognitivo la Relazione del DIS indica contromisure tecnologiche – strumenti di integrità e tracciabilità dei contenuti e sistemi automatici di rilevazione – e nomina l’alfabetizzazione della popolazione. L’impostazione educativa la colloca al centro, con l’orizzonte lungo che la caratterizza. Il disegno di legge privilegia senza esitazioni la prima linea. È una scelta coerente con la natura dello strumento, ma lascia scoperto il livello che la dottrina alleata dichiara fondativo.

Giovanni Nistri, Alberto Pagani, Mario Caligiuri

Il tema non è nuovo. La dottrina italiana della sicurezza nazionale ha indicato la via della certificazione: una sicurezza non classificata ma certificabile, fondata sull’interesse protetto anziché sulla segretezza, nel necessario equilibrio fra tutela e trasparenza. È lo stesso equilibrio che torna in gioco quando a un’unica autorità vengono attribuiti poteri di indirizzo sull’informazione.

Il provvedimento apre ora la fase parlamentare, e la forma del disegno di legge lascia alle Camere un margine preciso. Non possono dotare lo Stato di strumenti per rilevare la volontà dei cittadini, perché quel gesto coinciderebbe con la trasformazione che si vuole evitare. Possono però prescrivere, finanziare e rendicontare la competenza con cui quella volontà si forma. La differenza è minima sul piano normativo e decisiva su quello costituzionale.

Nelle pagine conclusive di Disinformare Caligiuri affida la risposta a un’etimologia: fonti è il plurale di fonte, il punto da cui sgorga l’acqua che, avvelenata, uccide e la società della disinformazione sta avvelenando i pozzi della conoscenza. Da lì la sua conclusione: “l’educazione rappresenta la forma più economica ed efficace di difesa di una nazione”. È la simmetria che chiude il ragionamento. Colpire la volontà costa incomparabilmente meno che colpire i mezzi, e su questo squilibrio si regge l’intera convenienza dell’attacco cognitivo. Ma difenderla costa altrettanto poco, a una condizione: che la si difenda insegnando a pensare, non prescrivendo che cosa credere.

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