“DOVE NON C’È CONFRONTO NON C’È DECISIONE”. NEL LESSICO DI ALESSANDRO FERRARA LA CATEGORIA DECISIVA NON È LA MINACCIA, MA L’IMMAGINE DI FUTURO: È DA QUELLA CHE DISCENDONO PRIORITÀ E ANALISI
🇮🇹 Le competenze non sono mai state così alte: manca la capacità di collegarle. Conversazione con il generale Ferrara, già DIS e AISI, sul mestiere di trasformare i segnali in conoscenza — e sul perché una macchina che non dubita mai non può sostituire chi dubita per professione.
🇬🇧 Expertise has never been higher: what is missing is the ability to connect it. A conversation with General Alessandro Ferrara, formerly with DIS and AISI, on the craft of turning signals into knowledge — and on why a machine that never doubts cannot replace those who doubt for a living.
Oggi la difficoltà non è più reperire informazioni, ma attribuire loro significato. In un ambiente nel quale le minacce sono sempre meno lineari e sempre più ibride, la sfida non consiste nell’accumulare dati, bensì nel trasformare un eccesso di segnali in conoscenza capace di orientare la decisione. È il quadro delineato dal generale Alessandro Ferrara nel corso dell’incontro dedicato al rapporto tra Open Source Intelligence e situational awareness, promosso a Palazzo Madama su iniziativa della vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli. Da quella riflessione prende avvio questa conversazione.
L’interoperabilità è diventata il principio organizzatore delle architetture informative. Ma condividere dati non significa ancora produrre conoscenza. Che cosa manca perché l’integrazione tecnica diventi comprensione?
Abbiamo sempre coltivato l’ambizione di avere sotto controllo un numero crescente di banche dati, di sfruttare il loro potenziale informativo in forma integrata. Non sempre è stato possibile, spesso ciascuno si è garantita una gelosa proprietà dei propri dati. A problemi tecnici di compatibilità si sono aggiunti problemi di quel need to know che ha costituito una barriera allo sviluppo di modelli integrati. Tuttavia, è sempre più avvertito un cambio di rotta. Non è un caso che tra gli interventi qualificati come strategici nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vi sia quello sull’interoperabilità dei dati della P.A. come pilastro della riforma burocratica e digitale. Ma interoperabilità significa anche condivisione delle informazioni, e la condivisione è ormai indispensabile per fronteggiare le moderne sfide di minacce alla sicurezza sempre più interdipendenti. Viviamo nell’era delle correlazioni, un legame tanto stretto che può essere affrontato soltanto con un approccio olistico. A una realtà integrata occorre rispondere in modo altrettanto integrato.

Il dibattito sulle capacità nazionali parla di solito di competenze che mancano. La sua diagnosi è opposta: le competenze non sono mai state così alte, manca la capacità di collegarle. In quale momento della sua esperienza si è accorto che il punto debole si era spostato dalle competenze alle connessioni?
Le competenze ci sono, ma sono distribuite. Un tempo si pensava alla necessità di coordinarle; oggi bisogna andare oltre. Fino a qualche anno fa un sistema realmente integrato non era neppure pensabile, tanto è ampio lo spettro delle competenze in gioco; oggi, con l’intelligenza artificiale, è diventato più praticabile anche se pone il problema delle validazioni. Serve dunque un approccio che si fondi sulle competenze specialistiche, che devono rimanere perché sono fondamentali, ma che devono integrarsi in un sistema olistico ed essere elaborate con il supporto della macchina. Poi c’è la validazione, che dev’essere di squadra: l’analisi non è più questione di una singola competenza. L’analista solitario non esiste più. Quanto al momento, direi che è duplice, ed è anzitutto dottrinario: quando si è passati all’analisi operativa e all’analisi di contesto. Non era più sufficiente conoscere la minaccia: occorreva conoscere anche il luogo in cui la minaccia si declinava, i contesti geografici e i contesti tematici. Vedere la minaccia dentro lo spazio della competizione. Il contesto diventa allora una sorta di ring, uno spazio competitivo tra la minaccia e noi, tra l’attività di prevenzione e contrasto e la minaccia stessa. In quello sforzo capisci che la conoscenza della minaccia non basta: devi ampliarla agli aspetti sociali, politici, identitari, tecnologici. Devi sondare il campo competitivo in tutta la sua complessità. La criminalità organizzata e il terrorismo sono state le due grandi minacce che ci hanno spinto a comprenderlo, e con esse lo spionaggio: la necessità di allargare lo spettro delle conoscenze non più solo alle minacce, ma agli ambiti competitivi in cui l’azione preventiva e repressiva deve muoversi.
Per decenni gli apparati hanno operato dentro un paradigma lineare, con minacce riconducibili a categorie definite e leggibili, un modello che – come lei riconosce – ha funzionato e ha prodotto risultati importanti. C’è stato un episodio preciso in cui ha capito che non bastava più?
La logica delle specializzazioni è stata davvero importante, e risponde alla legge di Ashby: devi adeguare il tuo strumento alla complessità esterna. È accaduto, per esempio, nelle Forze dell’Ordine che hanno istituito reparti specializzati nei diversi ambiti della criminalità, dalla criminalità al terrorismo, alla criminalità economica, all’antisofisticazione monetaria, al cybercrime, alle illegalità nei settori dell’ambiente, della sanità, del patrimonio artistico. È la logica stessa della creazione dei Servizi centrali e interprovinciali di polizia giudiziaria e della Dia. Ma quell’orizzonte che si amplia, come insegna Niklas Luhmann, a un certo punto deve arrestarsi, e allora devi cercare di semplificare rispetto alla complessità. Devi razionalizzare le risorse e le attività, devi cercare nuovi modelli di coordinamento che rendano efficace l’azione preventiva e repressiva. Al netto, comunque, che, ad esempio, in materia di minacce alla sicurezza pubblica e alla sicurezza nazionale non sono ammesse semplificazioni per l’eccezionalità degli interessi tutelati. Non funziona come un esame, dove qualcuno può permettersi il lusso di “bruciare” dei capitoli del libro di testo. permetterti di saltare un capitolo. Devi allora contemperare le tue risorse e le tue possibilità con la complessità esterna: complessità che oggi impone nuovi paradigmi, che induce a trovare sempre più stringenti ed efficienti modelli di coordinamento e di interazione. Pensi all’immigrazione: è un problema geopolitico, umanitario, criminale, politico, economico, con ricadute e declinazioni sotto ogni punto di vista e in un orizzonte temporale assai ampio. Lo stesso vale per il terrorismo, per la criminalità transnazionale, per il traffico di droga. I fattori e le variabili in gioco vanno affrontati con la consapevolezza di una complessità.
“Integrazione non significa mescolare indistintamente competenze e funzioni”. Ma nella tradizione amministrativa italiana ogni integrazione ha finito per generare un nuovo organismo sopra i precedenti. Come si preserva la profondità della conoscenza esperta mentre la si inserisce, per usare le sue parole, in una nuova trama interpretativa?
Il coordinamento non basta: non basta fare riunioni. Bisogna abituarsi all’idea di un lavoro congiunto, sinergico, con una compenetrazione maggiore. Il che non significa creare un amalgama, unire tutto in un corpo unico: le specificità e le competenze vanno conservate. Significa creare fori, luoghi dove le competenze possano combinarsi in modo fattivo e non burocratico. La trama interpretativa è l’effetto, non il punto di partenza. Prima serve una visione, un’architettura che la sorregga, un foro che la gestisca e sia capace di registrare i cambiamenti, dove ciascuno porti la propria esperienza e la incroci con quella degli altri: solo così si riesce a coprire più aspetti di un contesto che diventa sempre più ampio. Perché i rischi stanno nelle faglie fra le competenze. Ognuno ha i propri corridoi – di specialità, di specificità – e sempre più occorre intrecciarli: il traffico di droga, la criminalità, il terrorismo dalle molteplici epifanie e che si intreccia con marginalità, radicalizzazione, per esempio. Occorre quindi un cambio di paradigma. Lo sguardo deve dirigersi oltre la minaccia, in quello spazio delle opportunità e delle vulnerabilità in cui sempre più la sicurezza si confronta con fenomeni sempre più complessi, con fragilità di sistema che vanno affrontate con consapevolezza e responsabilità. Tutti devono mettere in campo e condividere le migliori pratiche, io posso mettere in evidenza le fragilità che vedo dal mio osservatorio, altri settori pubblici possono guardarne altre: possiamo traguardare da più prospettive le vulnerabilità e le opportunità di un contesto, e nel loro insieme possiamo fare sistema. Perché il vero obiettivo è diventare un sistema Paese, e dunque un sistema sicurezza.
Un evento che si sviluppa in un contesto geopolitico lontano produce effetti immediati e simultanei sul nostro territorio. I confini tra sicurezza esterna e interna, tra difesa cibernetica e ordine pubblico, si fanno sempre più labili, ma le architetture giuridiche sono costruite proprio su quei confini. Quanto può spingersi avanti l’analisi transdominio prima di incontrare il limite dell’ordinamento?
Lo sguardo deve essere duplice. Viviamo in scenari complessi, tra spinte globali ineludibili e retroazioni localistiche, in uno spazio che Zygmunt Bauman definiva glocale. Parliamo del livello nazionale, ma serve poi una sincronizzazione ben più concreta a livello internazionale, proprio perché le minacce non sono più solo nazionali. Noi abbiamo sempre esportato modelli eccezionali: nel settore antimafia con una capacità investigativa e giudiziaria senza pari, basti pensare alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, con il CASA che ci invidiano e ci copiano tutti e costituisce veramente una partica organizzativa e operativa encomiabile, istituti che vengono imitati. Siamo stati all’avanguardia grazie a competenze notevoli nei rispettivi ambiti. Dobbiamo ora renderle sistema a livello nazionale in una prospettiva di scala, esportando il modello in altri ambiti non solo della minaccia. Quanto al limite, l’analisi ha la caratteristica di esplorare. Deve anticipare le sfide, comprendere opportunità e vulnerabilità dei contesti e indicare quali siano le possibili vie dove trovare soluzioni credibili. Certo, l’analisi non risolve il problema, però deve porre le domande giuste, e le domande si fanno quando ci si affaccia oltre la frontiera, quando si perlustra il futuribile che è necessariamente transdominio perché il futuro non ha frontiere. L’analisi si pone come catalizzatore rispetto alle problematiche prima teoricamente e poi nella traduzione necessaria nella prassi. L’analisi trasversale – operativa, di contesto, di scenario – deve cogliere le esigenze, le vulnerabilità, le opportunità e i segnali deboli dell’oggi e trasferirle in un domani. Rispetto all’immagine di futuro del decisore deve individuare i driver che favoriscono lo sviluppo auspicato e circoscrivere gli spoler che lo frenano.
Lei distingue il lavoro della macchina da quello dell’analista: la prima individua correlazioni, il secondo attribuisce loro significato e ne valida i risultati. Che cosa distingue un’allucinazione algoritmica dall’errore creativo di un analista?
La macchina impara, ed è sicuramente più brava di noi a imparare: riesce a gestire rapidamente una massa di dati che noi non riusciremmo mai a fare. Ma non sogna. L’immagine di futuro – quello che vogliamo essere domani, il domani che vogliamo – siamo noi a definirla, perché non esiste ancora e va immaginata con intuizione, etica, creatività. La macchina lavora su tutto ciò che esiste: è la logica stessa del machine learning. Il sogno è l’oltre dell’analisi, e quell’esplorazione è tipicamente umana. Questa è la grande differenza: siamo noi a dover dominare. È vero che certe architetture agentiche rappresentano una nuova frontiera del rischio, ma ritengo che l’uomo non possa e non debba delegare la definizione dei fini e il controllo dei mezzi per conseguirli, anche nell’ambiente tecnologicamente evoluto.
All’uomo la responsabilità ultima della decisione. Ma se il decisore diventa sempre più collegiale, come cambia la responsabilità?
È la scommessa. Quando parliamo di Europa pensiamo a un’Europa unica, ma l’Europa è un decisore plurale. La Presidenza del Consiglio, con tutti i ministri, è un organo collegiale: è una decisione plurale. Quasi nessun sistema decisionale ha un decisore unico, e a livello internazionale occorre mettere insieme più decisori. Occorre magari pensare a un decisore plurale che, al netto della dialettica democratica, converga sui temi di interesse nazionale. Gli organi plurali sono indispensabili, perché si va avanti soltanto con il confronto. Dove non c’è confronto non c’è scelta; dove non c’è scelta non c’è decisione, e, allora se non c’è un decisore, c’è un autocrate e non c’è bisogno dell’analisi come la intendiamo noi.
John Keats chiamava “capacità negativa” l’attitudine a sostare nell’incertezza senza rifugiarsi prematuramente in una spiegazione. È una definizione sorprendentemente vicina al lavoro dell’analista. La macchina, invece, produce sempre una risposta. Il rischio è che, lavorando accanto a uno strumento che non dubita mai, anche l’analista finisca per dubitare meno?
La consapevolezza dell’incertezza è anche la bellezza dell’uomo, il suo essere finito. Viviamo nell’incertezza: non il tempo della nostra vita, non sappiamo che cosa sarà domani. La vita è un insieme di equilibri, siamo funamboli sui nostri destini, e dobbiamo imparare a stare in equilibrio. L’allucinazione, se vuole, rende la macchina più umana: è una battuta, ma non del tutto. L’errore è umano, la fallibilità va rispettata. E c’è la falsificabilità popperiana: la validazione, in fondo, è sottoporre anche la macchina a un processo di falsificazione, fino a prova contraria. Detto questo, sì: lavorare con uno strumento che non conosce esitazioni può atrofizzare la capacità di dubitare. Ma solo se l’analista è pigro, e solo se il decisore preferisce la velocità alla correttezza, perché la validazione presuppone tempo. Si è forse persa la percezione del giusto tempo: esiste il giusto mezzo, ma esiste anche il giusto tempo. La reattività è indispensabile, però deve tenere conto della fallibilità che la velocità implica, e questo va ponderato di volta in volta. Ci sono situazioni in cui il tempo di reazione non ammette riflessione: quando ti segnalano un attentato intervieni, punto. Altre invece meritano ponderazione. E torna sempre il discorso dell’immagine di futuro: il decisore deve avere una visione. Solo allora può reagire nel presente, perché ha già arato il terreno che intende mettere a frutto.
Fra i segnali concreti di una trasformazione culturale già in corso lei indica la sicurezza pubblica situazionale e la costruzione di una più ampia architettura strategica della sicurezza nazionale. Lorenzo Guerini ha ricordato che siamo l’unico Paese del G7 privo di una strategia di sicurezza nazionale. La trasformazione culturale può anticipare il documento che dovrebbe orientarla, o rischia di procedere senza bussola?
Sul primo versante il tema è il rapporto pubblico-privato. Quando qualcuno con un coltello minaccia dei passanti e la gente filma invece magari di rendersi utile, nei limiti delle sue possibilità, ovviamente, e tanto “se la veda la Polizia”, o quando ciascuno nel suo piccolo non assolve correttamente al suo compito in qualsiasi ufficio pubblico o privato – assenteismo, evasione, per esempio -, allora è possibile che a poco a poco si perda la virtù di sentirsi nello stesso consesso sociale, nella stessa comunità e, quindi, di operare per il bene collettivo. E vale in senso ampio: il sindaco, gli amministratori corretti e informati, chi nel settore sociale ed economico rispetta e favorisce la legalità, favorisce il contesto e lo sviluppo civile e, dunque, facilita la sicurezza, che è precondizione non negoziabile. Questa è la sicurezza situazionale sotto il profilo dell’ordine pubblico. L’aspetto strategico è un altro. L’Intelligence di sicurezza non può non coinvolgere anche i campioni nazionali: la legge 124/2007 ha ampliato il perimetro, includendo la tutela del patrimonio industriale, economico e finanziario. Deve esserci un legame, un patto, una condivisione di interessi, perché ormai l’interesse nazionale riguarda il sistema paese. Quanto alla strategia di sicurezza nazionale ricordata dal presidente Guerini, leggendo la stampa sembra che il dibattito sia aperto e mi sembra ci sia una forte sensibilità in materia.
Per anni il problema dell’analista è stato reperire le informazioni; oggi è esattamente l’opposto, e l’overload non è più l’eccezione ma la normalità.
Viviamo nel rumore, ed è molto più difficile di prima quando avevi l’onere di cercare ed eri costretto a muoverti con una strategia di ricerca, ti muovevi su un terreno incognito e potevi tracciare una tua mappa. Per cercare l’oro, andavi in miniera: dovevi mappare i territori, sapevi dove poterlo trovare, ed era faticoso. Oggi vivi immerso in una pioggia dorata, dove però non sai mai che cosa sia oro e che cosa non lo sia. Spesso sei in un fiume che tracima e nel fango del rumore rischi di perdere la pepita.
La sfida diventa allora clusterizzare il sapere disperso, selezionare ciò che conta. Ma selezionare significa rinunciare a qualcosa: chi decide che cosa non guardare, ed è una scelta che si può delegare?
Decide il decisore, non a caso in un processo decisionale che prevede proprio la riduzione dei bias, la partecipazione di competenze distinte e soprattutto la definizione dell’immagine di futuro, la vision, le priorità necessarie e quelle opportune. Le priorità sono fondamentali: se hai una visione, hai anche le priorità: dove andare e come andarci. Abbiamo la sicurezza della cornice costituzionale e in questo selezionato spazio dobbiamo capire quale Italia vogliamo essere, e poi perseguire quell’idea. Se vogliamo un’Italia sicura, dobbiamo individuare le minacce di oggi e quelle che possono diventare le minacce di domani, ed evitare che ciò di cui oggi cogliamo solo segnali deboli diventi un segnale forte. Bisogna però sempre distinguere il ruolo del decisore da quello dell’analista. In questo processo l’analista può suggerire, può supportare, orienta il decisore, ma non decide. E un bravo analista deve costruire le alternative rispetto alla domanda decisionale: anche qui, sono sempre le domande a fare la differenza.
Documenti programmatici, piani pluriennali, discorsi ufficiali: alcune potenze annunciano le loro strategie con anni, talvolta decenni, di anticipo. Eppure, l’osservatore occidentale continua a leggerne le mosse come reazioni contingenti. Perché l’analisi fatica tanto con ciò che è dichiarato, mentre eccelle con ciò che è nascosto?
La domanda è complessa. Ho avuto modo di apprezzare la capacità informativa di campioni nazionali, ad esempio la mole di dati dell’Istat, la capacità di analisi del Censis e di Eurispes, e penso che a livello internazionale l’Italia abbia veramente eccellenze nel settore della ricerca, dello studio e della previsione. Come approccio, sono restio ad accettare la frustrazione degli analisti inascoltati perché l’analisi è solo un supporto e la decisione è dei leader che ne hanno diretta responsabilità. Penso anche che un sistema Paese non possa fare a meno della promozione e dello sviluppo di analisi e studi che abbiano una traduzione concreta nella gestione dei territori e dei mercati, che possano facilitare la comprensione delle dinamiche sociali e della loro evoluzione. Molto è stato fatto e sempre più si incrociano le iniziative pubblico-privato nel settore della ricerca. Penso anche che, al netto dell’approccio fotografico di certi studi che si concentrano sullo stato dell’arte e sull’oggi, ci siano sempre più tensioni previsionali che spero possano intercettare quelle idee di futuro di una governance chiara e di ampio respiro. In merito a ciò che è nascosto, spesso riguarda – almeno per la mia esperienza – situazioni di sicurezza pubblica e di sicurezza nazionale che attengono a minacce e sfide “sensibili”, perlopiù occulte, come la criminalità, il terrorismo o lo spionaggio, altre volte tanto incipienti da non aver forma. Le analisi in tali settori sono al centro dell’attenzione decisionale proprio per la loro sensibilità e perché coinvolgono criticità che possono ledere gli interessi fondamentali su cui c’è uno sforzo unitario. Perché non c’è dubbio che, nel settore della sicurezza, il fronte della prevenzione e del contrasto è assai unito e sistemico. In questo campo si è compreso che non basta aggregare le risorse cognitive: bisogna aiutare a mobilitare le azioni giuste. E le azioni non sono sempre facili nei diversi ambiti nazionali, perché sono sempre il frutto di una dialettica necessariamente dispendiosa, anche in termini di tempo.
La cultura dell’Intelligence ha spesso riconosciuto in Ulisse il proprio archetipo: l’uomo della metis, capace di orientarsi nell’incertezza. Adriana Cavarero, nel Canto delle Sirene, propone però un rovesciamento: delle Sirene conosciamo soltanto il racconto di Odisseo, cioè di una fonte unica e non verificabile. Che cosa suggerisce questa inversione di prospettiva a chi valuta le fonti per mestiere?
Su alcune cose non concordo. Per me Ulisse non è l’uomo dell’inganno o dell’artificio: è l’uomo condannato dal fato a viaggiare e a scoprire per tornare. E lo dimostra il fatto che rifiuti l’immortalità offerta da Calipso: cosa che pochi considerano. Ha Itaca nel cuore, e percorre tutte le vie che la sorte gli impone con spirito, con coraggio e con intelligenza. Perché l’intelligenza è altro dall’astuzia e dalla furbizia. Ulisse non è astuto: è intelligente. È un risolutore, uno che cerca le soluzioni. Il cavallo non è un inganno riuscito: è la soluzione adatta, trovata da chi conosce il nemico e le situazioni e ha il coraggio di rischiare. Anche se poi scivola pure lui sulla buccia di banana: prima si definisce Nessuno e subito dopo, incautamente, dichiara il suo nome. È la sua umanità. La cosa davvero grande, in lui, è essersi fatto legare per ascoltare il canto delle Sirene. Per un analista questo è un aspetto determinante: ascoltare le fonti anche quando sono terribili, pericolose o perturbanti; non rinunciare, anche se con l’avvedutezza di esser legati all’albero maestro, che per l’analista sono i vincoli del metodo e dei limiti. È l’immagine che apprezzo di più. L’Intelligence ascolta l’inascoltabile: deve confrontarsi, deve percorrere vie perigliose e ostili ai più e deve ancorarsi, avendo da una parte garanzie e dall’altra vincoli. C’è poi il secondo dato: il canto delle Sirene era feroce: nessuno ha avuto la possibilità di sentirle e restare vivo. Chi ha il coraggio di esplorare ne rimane contaminato, perché la verità brucia tutti coloro che esplorano. E Ulisse è un esploratore: è l’Intelligence che esplora i mari e le situazioni di limite. Là dove altri sono periti – o non sono riusciti a essere testimoni – tu vai… Poi non dimentichiamo che Ulisse è protetto da Atena: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, direbbero i miei saggi nonni.
Per l’analista di domani si moltiplicano i corsi di data science, OSINT, intelligenza artificiale. C’è però chi sostiene che la frattura resti quella fra le due culture, tecnica e umanistica, e che per comprendere il mondo occorra studiare gli algoritmi senza smettere di leggere i filosofi e i poeti. Nel reclutare e formare un analista, quanto pesa la seconda cultura rispetto alla prima?
Le considero parimenti importanti. L’analista lavora con il linguaggio, perché l’analista narra: il suo strumento principale è la parola. Ma il contesto in cui viviamo non è fatto soltanto di parola: è fatto anche di altri linguaggi digitali e algoritmici. Servono dunque strumenti di apprendimento, acquisizione e comunicazione diversi da quelli tradizionali. Fermo restando un punto, che è un mio convincimento: il digitale potenzia insieme le opportunità e le criticità, ma i valori fondanti restano quelli umani, che attengono alla vita e alla sopravvivenza. La tecnica è uno strumento per vivere meglio e sopravvivere meglio; l’importante è non esserne sopraffatti. E’, quindi, a un tempo vantaggio e minaccia, ma alla fine rischi e opportunità si traducono sempre e comunque a vantaggio – o a sfavore – dell’Uomo. Un Uomo dell’intelligence deve conoscere il campo di battaglia, analogico o digitale, gli strumenti che ne potenzino le chance o che aumentino lo spettro di esposizione ai rischi, ma sempre dovrà misurarsi con la complessità, il mistero e demoni dell’Uomo.
Comprendere la complessità invece di eliminarla, anticipare gli eventi invece di rincorrerli, orientarsi invece di subire: la triade con cui ha chiuso il suo intervento approda a un’immagine che le appartiene, “il cielo senza angoli della complessità”. Ma in un cielo senza angoli non ci sono punti cardinali. Che cosa fa da stella polare, per chi deve orientarsi lì dentro?
Nella complessità è importante essere sistema Paese, ed è importante l’immagine di futuro: sapere dove si vuole andare e che cosa si vuole essere, quali sono i valori fondanti e quali gli strumenti per raggiungere quelle immagini future. È così che ti costruisci una mappa in questo mare infinito. Come dice Alberto F. De Toni, prima si viaggiava su un aereo di linea: al netto di ritardi e scioperi, la rotta era quella, si sapeva che si partiva da un aeroporto e si atterrava in un altro. Oggi, nel pieno del caos, viaggiamo su un aliante: siamo esposti ai venti, alle atmosfere, alle situazioni. Sappiamo perfettamente da dove partiamo, ma non necessariamente che la rotta sarà quella, perché dipende da fattori esterni. Per questo occorre sapere bene che cosa si cerca, dove si vuole arrivare e avere la capacità di adattarsi e rimodularsi, rispettando la propria visione e confrontandosi con le condizioni estrinseche. Per questo ritengo fondamentale la visione del decisore: perché l’analisi non esiste senza decisore, sarebbe solo ragguaglio, glossa, cesello di dossografo. La visione di un decisore che nella sua pluralità e nella pur difficile dialettica della prassi sappia avere il coraggio di aprire l’orizzonte alla fiducia nel futuro da costruire, con la consapevolezza e la responsabilità alle quali l’analista dovrà prestare tutta la sua professionalità e lealtà istituzionale, senza personalismi o autoinganni.
Generale, c’è qualcosa che meriterebbe di entrare in questa conversazione e che io non le ho chiesto?
Penso che abbia condotto un interrogatorio stringente ed efficace. A parte gli scherzi ma rimanendo in tema, penso che alla fine il ruolo dell’analista sia quello di interrogare e interrogarsi. È il punto di domanda il segno distintivo dell’attività analitica, lavoro che non finisce mai. Perché l’analisi porta alla decisione che produce un’azione che modifica il contesto indagato. Per cui l’analista deve valutare gli impatti e i cambiamenti del contesto dell’azione, così che questo cerchio di impegno non si spezza mai, anzi diventa una spirale. E a proposito di domanda, penso che il biblico riferimento (Isaia) possa sintetizzare bene cosa siano l’Intelligence e l’analisi nelle loro diverse vocazioni: “sentinella, a che punto è la notte?” la sentinella risponde: “Viene la mattina, e viene anche la notte; se volete interrogare, interrogate pure, tornate un’altra volta”. Anche Guccini ne ha fatto una splendida versione nel brano Shomer ma mi llailah. Ebbene, è quella veglia interrogante che sfida la risacca perpetua di albe e tramonti ad assomigliare al viaggio notturno dell’analista, tra lampare decisionali che si spera possano riflettere una visione e la fiducia in quella sacralità istituzionale che è la matrice di lealtà e impegno. Senza retorica. Con un soffio di poesia.

