Mario CaligiuriMaster in IntelligenceUniversità della Calabria

INTELLIGENCE, PIERO DOMINICI AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “LA COMPLESSITA’ SOCIALE DELLA SICUREZZA”.

Rende (27.1.2026) – “L’emergenza educativa e la sicurezza nazionale” è il titolo della lezione tenuta da Piero Dominici, Professore di Management dei Sistemi Complessi dell’Università di Perugia, Direttore Scientifico di CHAOS e UNESCO IPL Expert, nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Dominici ha avviato la lezione con una dichiarazione programmatica, indicativa di un approccio e di un’epistemologia maturati nel corso di studi e ricerche: “La sicurezza è complessità sociale”.

Di conseguenza, usando il termine inglese, la security non può essere ridotta alla sola cyber-security e, men che meno, alla delega in bianco alle tecnologie ed ai sistemi di intelligenza artificiale; insomma, non basta provare ad esercitare il controllo tecnico-tecnologico, occorre ripensare radicalmente la sicurezza come fenomeno e processo sistemico e relazionale, aprendosi all’indeterminato ed all’imprevedibilità.

Piero Dominici

A sostegno di questa tesi, citando opportunamente alcune opere di Edgar Morin che, anche nel suo libro “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (2000), parla dell’importanza di convivere con l’incertezza, Dominici ha introdotto e definito operativamente il concetto di “epistemologia dell’errore”.

Sempre Dominici – che, in lassato, ha fatto il Dottorato internazionale con lo stesso Morin e Franco Ferrarotti (altro gigante delle scienze sociali) – ha ricordato come spesso la sua ricerca venga accostata a quella di Edgar Morin che è, senza dubbio, un punto di riferimento importante; allo stesso tempo, è emerso chiaramente come essi operino su piani epistemologici differenti, complementari ma non sovrapponibili.  

Dominici, a tal proposito, partendo da un approccio multi, inter, trans-disciplinare, compie un ulteriore spostamento decisivo: porta l’errore al centro, non soltanto come effetto collaterale dell’incertezza e della stessa complessità, bensì come categoria costitutiva, ontologica, fondativa del conoscere e dell’agire.

In questa prospettiva, egli ha sottolineato come l’errore non debba essere demonizzato o stigmatizzato (anzi!), bensì considerato una risorsa, di vitale importanza, per il pensiero, l’apprendimento e la creatività. Lo scienziato sociale romano, Fellow della World Academy of Art and Science, ha richiamato più volte l’urgenza di “abitare l’errore” e di co-costruire una “cultura dell’errore”.

Tema centrale della lezione è stato il legame tra educazione e complessità. ​

Dominici ha affermato che: “le sfide della complessità sono in primo luogo sfide educative ed epistemologiche”, cioè riguardano da vicino ciò che definiamo e riconosciamo come “conoscenza” e, ancor di più, i metodi e gli strumenti attraverso i quali pensiamo di  raggiungerla. Ha chiarito come la conoscenza non sia costituita soltanto di dati e informazioni, comunque e sempre, quantificabili e codificabili.

La conoscenza è processo dinamico, complesso, sistemico, co-creato, incarnato, legato intimamente ad un contesto e a meccanismi, di pensiero e apprendimento, cooperativi e collaborativi. Essa richiede metodi rigorosi e una preparazione, in primo luogo, epistemologica. E, nel far questo, Dominici ha criticato apertamente le tendenze, ormai, egemoni a considerare importanti solo le competenze (saper fare) e, soprattutto, a confondere la conoscenza con l’informazione, l’esperienza con i dati.

A tal fine ha ricordato e citato Hannah Arendt: “Se la conoscenza (nel senso moderno di know-how, di competenza tecnica) si separasse irreparabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di pensiero alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per quanto micidiale” (1958).

Dominici ha, in seguito, sviluppato il suo ragionamento, criticando la tendenza delle istituzioni educative e formative a formare esperti monodisciplinari, puntando tutto sugli iperspecialismi e chiarendo, ancora una volta, quanto fosse fuorviante e ingannevole contrapporre la specializzazione dei saperi alla loro multi-inter-transdisciplinarità. Dimensioni essenziali per affrontare le sfide della ipercomplessità.

E sempre a proposito delle questioni affrontate, ha ricordato il contributo di Max Weber, che aveva definito la cultura come “una sezione finita dell’infinità priva di senso del divenire del mondo, cui è attribuito senso e significato da parte del soggetto.” ​

La lectio è proseguita radicando la sua proposta di analisi, studio e ricerca, negli studi e nelle teorie di alcuni grandi fisici, citando studi sulla teoria dei sistemi e sulla fisica quantistica. Evidenziando come, nei sistemi complessi, ordine e caos coesistono e come il problema principale non sia quello di un equilibrio e di una stabilità illusori.

Dominici ha evocato anche la teoria del caos e quella, altrettanto famosa, del battito d’ali di farfalla, per mostrare come piccoli cambiamenti a livello “micro”, in un sistema complesso, possano avere effetti su scala globale (livello “macro”). ​

Un altro concetto-chiave, e punto nodale della lezione, è legato alla sua, ormai datata, definizione che ben chiarisce la relazione intercorrente tra complessità e semplificazione. Spesso erroneamente contrapposte.

Dominici, in tal senso, ha chiarito: “L’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo.”

Profondamente errato, dunque, ridurre l’idea stessa di “sicurezza” ad una questione di infrastrutture tecnologiche e/o adempimenti normativi.  Fattore umano e sociale sono determinanti e, ancora una volta, occorre un approccio sistemico e relazionale​.

La stessa fiducia, ha proseguito, è una proprietà emergente dei sistemi sociali complessi e si sviluppa attraverso relazioni che dovrebbero essere anche autentiche e trasparenti. Essa è fondamentale per la coesione sociale e per il funzionamento efficace di un’organizzazione.

Allo stesso tempo, il conflitto, secondo lo scienziato sociale e pensatore sistemico, non dev’essere visto come una minaccia, bensì come un’opportunità per generare innovazione e cambiamento; le organizzazioni devono imparare a gestirlo in maniera costruttiva, evitando di marginalizzare le voci dissenzienti e favorendo, al contrario, il confronto di idee, visioni, approcci, epistemologie diverse ed eterogenee. Solo così si possono co-creare soluzioni più creative e – si spera – concrete.

In tale contesto, in linea con la “cultura della complessità” proposta, la leadership non deve essere vista e portata avanti come un accentramento del potere e delle responsabilità, ma come un processo di progressiva responsabilizzazione degli altri attori protagonisti; proprio perché una cultura della complessità richiede leader capaci di delegare e di valorizzare i saperi e le competenze dei membri del team, favorendo la generatività di nuove idee e la crescita collettiva.

Dominici ha proseguito toccando un tema fondamentale per la società del XXI secolo, da lui definita come “civiltà ipertecnologica dell’automazione e della simulazione”, ovvero il ruolo dell’I.A., che ha definito, in tempi non sospetti, come una “nuova frattura epistemologica”, da paragonare alla teoria del caos per la fisica e, più in generale, la stessa scienza. Una frattura epistemologica, appunto, che ha sconvolto il paradigma della scienza classica; anche se, sempre Dominici, ha ricordato come egli abbia sempre criticato, fin dalla metà degli anni Novanta, la stessa definizione di “intelligenza artificiale”, considerata una “contraddizione in termini”.

Le macchine cosiddette intelligenti, infatti, operano sulla base di capacità logico-calcolatorie, ma non possiedono la capacità di astrazione, intuizione o creatività che caratterizza l’intelligenza umana. Capacità di agire/saper agire proprio quando non si sa cosa fare/decidere, quando non ci sono schemi o modelli validi, già testati. Questa la sua idea di intelligenza.

Nella parte conclusiva della sua lectio, Dominici ha analizzato emergenze e obsolescenze, dilemmi e paradossi di quella che ha definito, molto tempo fa, Società Ipercomplessa”, provando a oltrepassare le ben note polarizzazioni che, puntualmente, emergono nei momenti di transizione e, nello specifico, di fronte alle innovazioni tecnologiche.

A tal proposito, particolarmente coinvolgente, anche su un piano emotivo, è stato il momento in cui Dominici ha raccontato la sua esperienza di confine nel reparto di terapia intensiva, per diverse settimane, durante la prima ondata di Covid (2020): ci ha tenuto a ribadire, da sempre, la sua riservatezza sulla vita privata, ancor di più online; l’unica eccezione ha riguardato proprio questa sua esperienza così forte che lo ha portato a riflettere a fondo proprio sul concetto di cura, sul prendersi cura, sulla vitale importanza delle relazioni umane, sul dolore e la sofferenza, perfino sulla fiducia e la solidarietà che nessuna forma di connessione potrà mai sostituire, né tanto meno, replicare in tutta la sua complessità e multidimensionalità.

Un’esperienza forte, ancora una volta, di confine che ha messo in gioco l’umanità, le organizzazioni e gli stessi processi educativi. 

Quella della pandemia Covid é stata l’ennesima emergenza sistemica e globale, che ci ha mostrato tutta l’inadeguatezza dei paradigmi attuali e, allo stesso  tempo,tutta la nostra difficoltà nel riconoscere la dimensione sistemica e relazionale del vivente.

Un’emergenza sistemica e globale che ha lasciato strascichi pesanti,soprattutto tra le nuove generazioni: basti pensare al crescente numero di suicidi tra i giovani, al disagio psichico e sociale, amplificato dalla pandemia stessa e dall’iperconnessione tecnologica. Anche su questo punto, Dominici è stato molto chiaro: la comunicazione non è connessione”.

La tecnologia, non da oggi, ha detto il Professor Dominici, è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e criteri di giudizio, dischiudendo, dinanzi a noi, scenari e orizzonti di non facile comprensione.  È in atto l’ennesimo processo di “sostanziale ribaltamento dell’interazione tra evoluzione culturale ed evoluzione biologica”, in una fase storica in cui l’essere umano non si adatta più passivamente ai cambiamenti ambientali, ma ,al contrario, è in grado di indirizzare l’evoluzione biologica, grazie alle straordinarie scoperte scientifiche e tecnologiche. ​

L’epigenetica è un esempio di superamento delle false dicotomie, in particolare quella tra natura e cultura dimostrando che i fattori ambientali possono modificare il DNA, a dimostrazione dell’intima connessione tra biologia e ambiente. ​

Dominici ha quindi citato il sociologo tedesco Ulrich Beck secondo cui: “La produzione sociale di conoscenza viaggia di pari passo con la produzione sociale di rischio”, evidenziando l’intima correlazione tra fiducia, rischio e conoscenza per generare innovazione e cambiamento.

Controllare tutto, infatti, è solo una “grande illusione”.

In definitiva, la lezione di Dominici ha offerto una visione critica e innovativa sui temi della sicurezza, dell’intelligenza artificiale e della complessità, evidenziando l’urgenza di un cambio di paradigma che superi le false dicotomie, quello che lui ha chiamato “pensiero disgiuntivo” e le illusioni della civiltà ipertecnologica, promuovendo una cultura della corresponsabilità e della fiducia.

Soltanto, attraverso un approccio educativo sistemico e relazionale, una nuova epistemologia, basata su una preparazione multi-inter-transdisciplinare, l’umanità potrà riprendere a progredire dal momento che, come evoca un vecchio proverbio cinese: “Quando i venti del cambiamento soffiano, c’è chi costruisce muri e chi costruisce mulini.”

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