La prova del cittadino. La Maturità nell’epoca della sicurezza cognitiva
🇮🇹L’Esame di Stato può essere letto come un dispositivo attraverso cui la Repubblica si rivolge simultaneamente a un’intera coorte generazionale, producendo una rappresentazione indiretta della cittadinanza che intende valutare. Ogni anno centinaia di migliaia di studenti ricevono la stessa selezione di tracce. Considerata nel suo insieme, essa non è soltanto una rosa di testi, ma un sistema.
🇬🇧The State Exam can be read as an institutional device through which the Republic addresses an entire generational cohort, producing an indirect representation of the citizenship it evaluates. Each year hundreds of thousands of students receive the same set of prompts. Taken as a whole, this selection is not merely a collection of texts but a system.
La Maturità non valuta solo gli studenti: contribuisce a delineare l’idea di cittadino che lo Stato presuppone. La prima prova è, in questo senso, l’unico atto di trasmissione culturale somministrato simultaneamente, nello stesso giorno e nella stessa forma, all’intera coorte – quest’anno 527.747 candidati – che varca la soglia della vita adulta. La seconda prova, frammentata per indirizzo, non ha questo stesso carattere: verifica competenze, ma non si rivolge a tutti attraverso un medesimo testo.
L’oggetto di analisi non è la singola traccia bensì la selezione nel suo complesso.
Lette come sistema, le sette proposte compongono un repertorio relativamente coerente di facoltà civiche: la memoria e le sue patologie (Brancati); il confine e la sua dissoluzione (Furedi); la fatica contro l’illusione del risultato senza sforzo (Calabresi); il disincanto di un mondo interamente spiegato (Husmann); lo scarto tra percezione e realtà (Pavese e Bianucci); la democrazia come relazione e come costume civile (Saragat).
Non si tratta solo di temi, ma di attitudini.
Il punto non è quali facoltà vengono citate, ma a quale livello sono poste.
Nella maggior parte dei casi, infatti, sono attribuite al soggetto: la memoria come esercizio personale, il discernimento come competenza individuale, la fatica come disciplina del singolo, il limite come esperienza formativa. Ne emerge una costellazione implicita del cittadino come portatore di virtù personali.
Eppure, nelle democrazie, queste facoltà presentano una duplice struttura.
Ogni capacità individuale presuppone condizioni collettive che ne rendono possibile l’esercizio. La memoria si appoggia su archivi, istituzioni educative, sistemi documentali e tradizioni storiografiche; il discernimento opera entro infrastrutture informative, criteri condivisi di validazione e ambienti regolati di produzione della verità; la responsabilità personale è inseparabile dai dispositivi che ne consentono l’efficacia pubblica.

Lo sguardo si sposta, allora, dalla gerarchia tra livelli alla loro interdipendenza.
In questa prospettiva, il discorso costituente di Giuseppe Saragat (26 giugno 1946) rappresenta una discontinuità interna alla selezione. Non descrive una virtù del soggetto in sé e per sé, ma un ordine di relazioni, costumi e forme di riconoscimento reciproco. Qui la cittadinanza non appare come proprietà soggettiva, bensì come effetto di uno spazio condiviso.
Un analogo scarto emerge nella nozione di confine proposta da Frank Furedi. Nella traccia, il confine è ricondotto, prevalentemente, a una dimensione formativa e generazionale. Nella tradizione teorica e politica, tuttavia, esso non è mai soltanto un contenuto simbolico. La geopolitica classica lo interpreta come dispositivo strategico; la cartografia ne evidenzia il carattere prescrittivo; la teoria del diritto lo concepisce come atto istitutivo dell’ordine. In queste accezioni il confine è qualcosa che si produce, non che semplicemente si constata. Oggi questa funzione è attraversata da due movimenti simultanei: la progressiva dissoluzione delle frontiere nei flussi globali e digitali; la loro riattivazione attraverso forme di sovranità tecnologica, controllo dei dati e segmentazione degli spazi informativi. Se ridotto a metafora educativa, il confine perde la sua funzione di ordinamento.
È qui che si posiziona il tema della sicurezza cognitiva.
Le società contemporanee dipendono da infrastrutture che non appartengono al soggetto individuale: sistemi di archiviazione, criteri di attendibilità, procedure di validazione e ambienti informativi. Tali infrastrutture non sostituiscono le capacità del singolo, ma ne costituiscono la condizione di possibilità: il loro indebolimento non elimina le facoltà cognitive, ne modifica rendimento e distribuzione sociale. È su questo piano che interviene l’intelligenza artificiale generativa, mettendo in questione non solo la produzione di contenuti, ma la stabilità dei criteri che distinguono origine, elaborazione e simulazione dell’informazione. Il confine diventa allora epistemico: non più territoriale, ma cognitivo. Non scompare: cambia piano.

Nello stesso giorno della prima prova è stato pubblicato il report EDUNext. Nuovi scenari per l’Education e le competenze nell’era dell’IA, dell’Osservatorio Look4ward, promosso da Intesa Sanpaolo con il Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” della Luiss. Il documento propone una diagnosi convergente: il valore dell’IA non è automatico, ma dipende da condizioni sistemiche. Governance dei dati, infrastrutture organizzative e capacità istituzionali costituiscono ciò che il report definisce “systemic readiness”: un livello infrastrutturale senza il quale le competenze individuali non producono effetti significativi. In termini analitici, si tratta dello stesso livello che nella struttura della prova resta in larga misura implicito. Il report individua, inoltre, una transizione determinante: dalla memoria al giudizio. Non come semplice evoluzione cognitiva, ma come trasformazione del valore delle competenze. L’accesso agli strumenti digitali e di intelligenza artificiale non tende infatti a livellare le capacità; tende piuttosto a differenziarle, amplificandone alcune e atrofizzandone altre secondo dinamiche cumulative nel tempo
Su questo punto, tuttavia, le due prospettive divergono. Il report propone di integrare gli strumenti di intelligenza artificiale nei processi valutativi, spostando l’attenzione dalla risposta al processo. La prima prova dell’Esame di Stato mantiene invece un modello fondato sull’esercizio individuale non assistito. La differenza riguarda l’oggetto stesso della valutazione: rappresentazione di una competenza oppure esercizio effettivo della stessa.
Nel loro insieme, le tracce della prima prova della Maturità 2026 pongono una domanda: le capacità individuali restano sufficienti quando ciò che le sostiene diventa sempre più infrastrutturale? La questione non riguarda ciò che il cittadino sa fare, ma chi custodisce le condizioni che rendono possibile il suo giudizio.

Di questo “custode” esiste un esempio.
Lo richiama Paolo Crepet attraverso Mario Lodi, figura cardine della pedagogia del secondo dopoguerra. Nel suo racconto Lodi muove dall‘articolo 21 della Costituzione – Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione – e lo interroga: se “tutti” comprende i ragazzi, quale dispositivo ne rende esercitabile il diritto?
La risposta non è una virtù del singolo, ma un metodo: sottrarre i ragazzi stessi alla riproduzione di modelli preconfezionati e restituire loro la possibilità di immaginare. La libertà di pensiero non è un dato: è una costruzione. Lo stesso passaggio attraversa la Maturità 2026. Ciò che il report EDUNext registra come transito dalla memoria al giudizio, Lodi lo aveva praticato come spostamento dalla riproduzione all’espressione. In entrambi i casi, la facoltà individuale dipende da una condizione che qualcuno deve presidiare.
Quel presidio, osserva Crepet, si è progressivamente indebolito. Dopo Lodi è venuto meno il coraggio della sperimentazione; etichette e cliché hanno finito per coprire la decelerazione delle idee. È la medesima lacuna che oggi riemerge su un altro piano: quello delle infrastrutture informative, dei criteri di validazione, degli ambienti nei quali la verità viene attribuita, riconosciuta e contestata. Chi cresce libero diventa un cittadino capace di difendere non soltanto i propri diritti, ma anche quelli degli altri: la stessa cittadinanza-relazione che Saragat poneva a fondamento della Repubblica. È la forma condivisa della facoltà che la prova misura nel singolo.
Il confine si è spostato, ma la domanda che Lodi poneva davanti all’articolo 21 resta intatta.

