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L’Intelligence come cultura

Sta riaffiorando una minaccia che avevamo creduto di poter confinare al passato: la guerra. Non più una possibilità remota, ma uno scenario plausibile, alle soglie dell’Europa e, potenzialmente, dell’Italia. In questo contesto di instabilità crescente, torna a circolare la parola “riarmo”, evocando dinamiche storiche già vissute, ma inserite oggi in un quadro inedito: quello di una società iperinformata e al tempo stesso vulnerabile alla manipolazione. A sottolinearlo è Mario Caligiuri – presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del Master in Intelligence all’Università della Calabria – in una recente riflessione su Formiche.

Mario Caligiuri

Viviamo immersi in una disinformazione sistemica, che distorce e opacizza la realtà.

“L’Iran – si chiede Caligiuri – era davvero a un passo dalla bomba atomica, oppure il suo programma nucleare era ancora lontano dalla realizzazione? Il bombardamento americano lo ha annientato, o ha soltanto ritardato i suoi sviluppi?” A queste domande rispondono narrazioni contrapposte, che nella percezione pubblica tendono a equivalersi. “Ma come ammoniva già Hannah Arendt negli anni Settanta, quando le opinioni diventano intercambiabili, la verità scompare”. E la verità – oggi più che mai – è complessa, spesso scomoda, ma assolutamente indispensabile.

Caligiuri sottolinea che non ci troviamo dentro una fase di cambiamento, bensì di fronte a un salto di specie: “un passaggio evolutivo paragonabile a quello che trasformò l’uomo di Neanderthal in Homo sapiens. Eppure continuiamo a usare parole, concetti giuridici, dottrine educative pensate per un mondo che non esiste più”.

In questo scenario di transizione radicale, l’Intelligence assume un valore inedito. Non è soltanto uno strumento di sicurezza, ma un dispositivo intellettuale per comprendere l’intelligenza del mondo, una bussola per orientarsi nella complessità. Non serve più sapere: occorre capire. E la qualità del discernimento – più dell’informazione – è ciò che oggi può fare la differenza.

Abbiamo bisogno di affilare la mente “come un rasoio di Occam“. selezionare, distinguere, tornare all’essenziale. Non a caso, Caligiuri richiama Yuval Noah Harari: “nella società dell’informazione, il vero potere consiste nel decidere quali informazioni ignorare”. L’Intelligence, in questa luce, diventa una necessità sociale: “serve ai cittadini per difendersi dalla manipolazione, alle imprese per orientarsi nella globalizzazione asimmetrica, agli Stati per salvaguardare benessere e sicurezza”.

Una riflessione condivisa anche da Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella nel recente Governare le fragilità (Mondadori) dove si afferma che la sicurezza, nelle sue molteplici articolazioni, deve diventare una priorità strategica per il sistema Paese. “Ecco perché – insiste Caligiuri – è fondamentale promuovere lo studio dell’Intelligence nelle scuole e nelle università”, con un triplice obiettivo: potenziare il pensiero critico, rafforzare la competitività delle imprese, dotare gli Stati democratici della capacità di anticipare il futuro, anziché subirlo. Perché oggi le democrazie rischiano di essere schiacciate da pressioni convergenti: potenze autoritarie, colossi digitali, multinazionali finanziarie, reti terroristiche, organizzazioni criminali. E la posta in gioco non è solo il controllo dei dati: è la sopravvivenza del pensiero libero.

In tale contesto, avverte Caligiuri, “la capacità delle élite pubbliche di selezionare, analizzare e usare le informazioni in modo strategico può fare la differenza” tra lucidità e disorientamento, resilienza e collasso, “tra la vita e la morte, reale o simbolica, di un’intera comunità politica”.

Non è un caso che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, abbia definito l’Intelligence lo strumento essenziale per illuminare le decisioni politiche, salutando i nuovi assunti del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica a Palazzo Dante.

Giorgia Meloni

Nel suo intervento alla cerimonia di giuramento, Meloni ha posto al centro della riflessione una tensione strategica: quella tra efficienza dell’intelligenza artificiale e complessità dell’intelligenza umana.

“I successi dell’Intelligence – ha dichiarato – nascono da qualcosa di più profondo della pur fondamentale abilità operativa. Nascono dal patrimonio forgiato dal lavoro silenzioso e umile di generazioni di donne e uomini che nei decenni hanno servito la Nazione. […] È probabile che in futuro algoritmi pianificheranno meglio dell’uomo un’operazione. Ma per quanto performanti, non si sostituiranno mai a ciò che fa la differenza nei momenti decisivi: il cuore, la passione, la creatività, l’amore di Patria.

Una dichiarazione che restituisce piena centralità all’elemento umano, riaffermando che nessun algoritmo potrà mai sostituire la facoltà tutta umana di cogliere l’imprevedibile, leggere l’ambiguo, agire con responsabilità.

Vittorio Rizzi

Nel ringraziare la Premier, il direttore generale del DIS, Vittorio Rizzi, ha delineato i tratti di una nuova fase dell’Intelligence nazionale: sempre più esposta alla frammentazione del reale, dove i confini tra interno ed esterno, guerra e pace, verità e manipolazione si fanno permeabili. In questo mondo caleidoscopico, l’Intelligence è molto più di una funzione dello Stato: è un esercizio di comprensione, una disciplina del pensiero, un sistema informativo e formativo insieme, capace di produrre conoscenza per la sicurezza e sicurezza della conoscenza.

Uno dei passaggi più intensi del discorso ha riguardato il significato stesso del giuramento. Rizzi ha ricordato che chi entra nei Servizi non sceglie semplicemente una professione: aderisce a una missione. Una missione fondata su due assi portanti, discrezione e competenza, che non vanno intesi come silenzio passivo o abilità tecnica, ma come forma di responsabilità. Agire senza clamore, comprendere senza esporsi, decidere senza visibilità. L’Intelligence è, in questo senso, anche una scuola di misura: del tempo, delle parole, delle azioni.

Parete della Memoria dedicata ai Caduti del Comparto intelligence 

Dagli interventi di Meloni e Rizzi affiora un’immagine che merita attenzione: quella di un “pantheon del silenzio”. Non un mausoleo celebrativo, ma una costellazione invisibile di figure che hanno servito la Repubblica in assoluta riservatezza, spesso senza riconoscimenti, talvolta senza poter condividere con nessuno il senso del loro operato. Uomini e donne che hanno custodito i segreti dello Stato con disciplina, lucidità e sacrificio. È a questo pantheon che gli operatori dell’Intelligence devono riferirsi per continuità morale. Perché fare Intelligence significa anche accettare una forma di anonimato che non è solo condizione operativa, ma scelta etica. In un’epoca segnata dalla disintermediazione, dalla velocità e dalla fragilità delle democrazie, l’Intelligence è chiamata a rigenerare la fiducia e sarà tanto più efficace quanto più saprà coniugare tecnologia e umanità, calcolo e intuizione, metodo e visione. Perché la sicurezza, oggi più che mai, è una forma di cultura. E l’Intelligence, la sua grammatica invisibile.

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