Oltre la soglia del visibile. L’INTELLIGENCE come GRAMMATICA del FUTURO
🇬🇧 On December 3rd in Venice Mestre, Mario Caligiuri presents Intelligence, a new title in the Treccani “Voci” series. The event, moderated by Emanuela Somalvico, explores the role of Intelligence as a method of knowledge and structural factor of democratic security. At the core lies the thesis that national security – a prerequisite for the State’s very existence according to the Constitutional Court (1977) – does not limit freedom but constitutes its condition of possibility, making central the institutions that safeguard it: Armed Forces, Police Forces, Judiciary, Intelligence services. In the knowledge society, these are no longer mere executive apparatuses but sites of advanced expertise requiring analytical and cultural capabilities. The event highlights the urgency of a national strategic culture and dialogue between institutions, academia, and citizens in the age of cognitive warfare.
🇮🇹 Il 3 dicembre a Venezia Mestre Mario Caligiuri presenta Intelligence, nuovo titolo della collana Treccani “Voci”. L’incontro, condotto da Emanuela Somalvico, approfondisce il ruolo dell’Intelligence come metodo di conoscenza e fattore strutturale della sicurezza democratica. Al centro la tesi che la sicurezza nazionale – presupposto dell’esistenza dello Stato secondo la Corte costituzionale (1977) – non limiti la libertà ma ne costituisca la condizione di possibilità, rendendo centrali le istituzioni che la presidiano: Forze Armate, Forze di Polizia, Magistratura, Intelligence. Nella società della conoscenza, queste non sono più meri apparati esecutivi ma luoghi di competenza avanzata che richiedono capacità analitiche e culturali. L’evento mette a fuoco l’urgenza di una cultura strategica nazionale e del dialogo tra istituzioni, accademia e cittadini nell’epoca delle guerre cognitive.

Il 3 dicembre, all’Hotel Bologna di Venezia Mestre, Mario Caligiuri presenta Intelligence, nuovo volume della collana “Voci” Treccani. L’incontro – condotto da Emanuela Somalvico, direttore dell’Osservatorio di Intelligence sull’Artico – si colloca in un momento in cui la cultura della sicurezza appare non più una dimensione specialistica, ma un prerequisito della vita democratica. Parallelamente, lo stesso autore ha curato per Treccani il progetto Le parole dell’Intelligence, un lessico di dieci voci che compongono un alfabeto concettuale per interpretare un mondo in costante accelerazione. Due iniziative distinte ma non distanti, accomunate dalla medesima esigenza: portare l’Intelligence nel cuore della riflessione pubblica.
Si avverte infatti un crescente cedimento linguistico, come ricorda Arjun Appadurai: continuiamo a pensare con categorie nate per un mondo analogico che non esiste più. La velocità dei mutamenti supera la capacità umana di elaborarli, rendendo urgente un metodo che selezioni, contestualizzi e renda intelligibili le informazioni. Non solo per gli Stati, chiamati a garantire sicurezza e stabilità, ma per i singoli individui, quotidianamente esposti alla disinformazione e alle manipolazioni dell’ecosistema digitale.
Questa esigenza di orientamento ha radici antiche.
Nelle culture indoeuropee il sapere autentico era concepito come un “vedere” profondo: la radice weid, che dà origine al sanscrito vidya, all’“idea” greca, al latino video, all’inglese wise e al tedesco wissen, lega insieme percezione e comprensione. Conoscere significava distinguere, illuminare, anticipare. È la stessa postura cognitiva che oggi ritroviamo nel metodo dell’Intelligence, chiamato a cogliere i segnali deboli e a inferire tendenze in un ambiente reso opaco dall’eccesso informativo.
La sicurezza nazionale, come ha stabilito la Corte costituzionale nel 1977, è presupposto dell’esistenza stessa dello Stato. Non una limitazione della libertà, ma la sua condizione di possibilità. Di qui la centralità delle istituzioni che la presidiano: Forze Armate, Forze di Polizia, Magistratura, intelligence. Strutture che incarnano la continuità dello Stato al di là delle fragili maggioranze del nostro tempo e che, per missione, tutelano la democrazia anche dalle sue derive interne.
Nella società della conoscenza queste istituzioni non possono più essere considerate meri apparati esecutivi. Sono luoghi di competenza avanzata, che richiedono capacità analitiche, interpretative e culturali. L’esempio dei Servizi israeliani – impegnati a coniugare programmatori e filosofi, tecnici e umanisti – mostra che, più la tecnologia cresce, maggiore è il bisogno di intelligenza naturale. E tuttavia, in Italia, non mancano segnali di resistenza, come se il dialogo tra accademia e istituzioni di sicurezza comportasse un rischio identitario anziché una ricchezza reciproca. È un sintomo della distanza che ancora separa parte del mondo civile dalla comprensione del ruolo delle Forze Armate e della loro funzione nel presente.
In questo scenario, l’Intelligence si configura come punto di convergenza dei saperi, capace di attraversare discipline considerate tradizionalmente estranee tra loro. È una conoscenza che nasce dalla verifica, dalla contestualizzazione, dalla consapevolezza dei limiti umani. Una forma di deep knowledge che non pretende certezze assolute, ma lavora per ridurre la “bruma” del mondo, offrendo alle decisioni un orizzonte più ampio. Un metodo che, applicato all’educazione, può disinnescare la dipendenza dalle valutazioni algoritmiche e restituire alla cittadinanza autonomia cognitiva e, di riflesso, decisionale.
Da questo punto di vista, l’investimento nell’educazione alla sicurezza rappresenta un atto democratico. L’accordo tra il Ministero dell’Istruzione e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale indica una direzione promettente. Ma la cultura della sicurezza non può limitarsi al digitale: richiede un approccio condiviso, capace di integrare mondo civile e militare senza diffidenze reciproche per costruire quella resilienza nazionale necessaria in un ambiente geopolitico competitivo.
In un’epoca segnata dalla crisi della verità e dalla manipolazione sistemica dell’informazione, l’Intelligence può diventare la sentinella del futuro: non perché possieda risposte definitive, ma perché insegna a vedere. A distinguere ciò che è rilevante, a collegare ciò che è disperso, a interpretare ciò che muta. È questa la sfida culturale del XXI secolo. Ed è questo il contributo che il lavoro di Caligiuri offre, con rigore e chiarezza, a una democrazia che vuole rimanere tale.

