ApprofondimentoIn EvidenzaNotizieStudiare Intelligence

Scarponi e satelliti: l’INTELLIGENCE alla prova dell’orbita. Dialogo con GIAMPAOLO MUSUMECI ed EMILIO COZZI

Ci sono interviste che rivelano il loro valore non soltanto nelle risposte che raccolgono, ma nella capacità di far emergere il pensiero degli interlocutori. Quella con Giampaolo Musumeci ed Emilio Cozzi nasce come un confronto trasversale sui nuovi equilibri strategici dell’orbita, mantenendo la stessa complicità che caratterizza il podcast Geopolitica dello Spazio di Radio 24.

Serietà e leggerezza, in questo caso, non sono dimensioni contrapposte. È proprio nella capacità di alternare analisi e ironia che emerge uno dei tratti distintivi del loro approccio: comprendere fenomeni complessi richiede rigore, ma anche la libertà intellettuale di mettere in discussione categorie consolidate. Due passaggi dell’intervista lo mostrano con particolare chiarezza.

Il primo appartiene a Cozzi giornalista, autore televisivo e divulgatore – che già in apertura formula il paradosso fondativo del suo lavoro: nello Spazio non esiste “geo”, eppure l’orbita è diventata il centro della Terra, un’infrastruttura dalla quale dipendono comunicazioni, transazioni economiche e sicurezza. Una sua compromissione inciderebbe immediatamente non sui futuri viaggi verso Marte, ma sull’equilibrio materiale della vita quotidiana.

Il secondo appartiene a Musumeci, reporter, fotografo e conduttore radiofonico, a lungo impegnato su migrazioni, traffici e conflitti. Sollecitato dalla figura del geografo del Piccolo Principe – colui che registra il mondo senza entrare realmente in contatto con ciò che osserva – individua una delle sfide decisive dell’Intelligence: non la disponibilità del dato, ormai sovrabbondante, ma la capacità di selezionarlo, distinguendo ciò che conta dal rumore di fondo.

È questa la chiave che rende significativo il confronto fra due percorsi professionali – la ricerca e la divulgazione sullo Spazio da una parte, il giornalismo sul campo dall’altra – che convergono nell’analisi di un dominio ormai centrale per sicurezza, economia e competizione strategica.

Reid Wiseman e Christina Koch, membri dell’equipaggio di Artemis II, in visita negli stabilimenti torinesi di Thales Alenia

Nei giorni scorsi l’equipaggio di Artemis II ha visitato gli stabilimenti torinesi di Thales Alenia Space; il testimone è intanto passato all’equipaggio di Artemis III, che avrà come pilota l’astronauta dell’ESA Luca Parmitano, con il quale Cozzi ha pubblicato  Camminare tra la stelle  (Feltrinelli, 2025).

Il programma lunare è anche una storia industriale italiana.

Dallo Spazio come infrastruttura critica alla qualità del dato orbitale, dalla trasformazione delle alleanze alla sicurezza cognitiva, il dialogo con Musumeci e Cozzi attraversa alcune delle questioni che l’Intelligence è già chiamata ad affrontare in un ambiente nel quale osservare non significa più soltanto vedere, ma interpretare, attribuire e decidere.

Emilio |Decisamente orbitale. Posto che non so quanto, e se, sia mai stato davvero ormonale. E purtroppo non riguarda solo il futuro. Lo sintetizza bene una frase di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa e lo Spazio: lo Spazio non permetterà di vincere le guerre future, ma chi non lo presidia le perderà di certo. È già evidente in Ucraina, lo è stato anche in Iran, laddove i satelliti della costellazione Starlink hanno inciso sulla capacità di comunicare con le forze in campo, coordinare le operazioni, migliorare il targeting e gestire sistemi come i droni, ormai centrali nei conflitti. E sarà sempre più un pilastro dei conflitti che verranno.

Giampaolo | Non posso che concordare. Lo dimostra il fatto che è sempre più affollato lo scacchiere di quelle potenze medio-piccole che vogliono giocarsi la loro partita nello Spazio: non possiedono necessariamente infrastrutture e competenze, ma hanno capito che anche i conflitti regionali sono tutti legati tra loro e dipendono da capacità che partono dalla Terra e arrivano in orbita. È una partita, come diceva Emilio, che devi poter giocare – magari in panchina, per usare una immagine sportiva – ma devi esserci. Con l’intelligenza artificiale sarà la stessa cosa.

Emilio | È tutte e due le cose: una metafora, e una provocazione. Nello Spazio non esiste “geo”, non esistono confini, eppure oggi lo Spazio è il centro della Terra. Mi spiego: la nostra vita è, e sempre di più sarà, basata su ciò che facciamo nello Spazio e sulle tecnologie che vi mandiamo. Questo costituisce, evidentemente, un potere per chi quelle tecnologie le gestisce o addirittura le possiede: mi riferisco ai privati, da Elon Musk in giù. Lo Spazio è, dunque, un territorio in cui potenziare le capacità terrestri – dall’economia alle telecomunicazioni, dal monitoraggio climatico alla sicurezza – e insieme un asset strategico con cui definire la propria potenza rispetto ai concorrenti.

Giampaolo | Aggiungo – visto che mi sollecitavate sugli scarponi… – che più che gli scarponi conterà sempre di più la muta subacquea. Ricordo che il 95 per cento del traffico internet globale corre ancora sui cavi sottomarini: gli abissi stanno diventando una frontiera geopolitica. Quindi, non solo bisognerà essere bravi a consumare gli scarponi nello Spazio ma anche la muta sott’acqua. Quando spingi la tecnologia verso ambienti estremi – Spazio o profondità oceaniche – sei costretto a trovare soluzioni nuove che poi ricadono sulla Terra. È l’estremo che ci fa crescere. Un esempio, stante che parliamo di intelligenza artificiale: la Cina è stata la prima a posare un data center sottomarino, al largo di Shanghai. È una bella competizione con i data center spaziali. E anche quella richiede un’innovazione tecnologica incredibile che avrà ricadute sul nostro pianeta.

Giampaolo | La risposta è “democristiana”, nel senso che un po’ un mix. Prendo due conflitti assai diversi, quello libanese e quello ucraino, nei quali la commistione fra altissima tecnologia e visione dallo Spazio si scontra con la guerra di trincea combattuta come cento anni fa. In Ucraina è molto visibile: ci sono trincee dove gli uomini restano per settimane, perché uscire significa esporsi alla sorveglianza e al fuoco dei sistemi autonomi. Molte funzioni del combattimento sono affidate a droni e robot. E allo stesso tempo, senza quella tecnologia, senza Starlink, senza le immagini satellitari, quegli uomini in trincea non ci arriverebbero nemmeno. Lo stesso vale per l’allargamento della guerra in Medio Oriente, dove convive un modernariato bellico: penso ai droni di Hezbollah, assemblati con componentistica da e-commerce. Soluzioni improvvisate, che si sono dimostrate efficacissime contro sistemi tecnologicamente avanzati ma totalmente impreparati a questo genere di minacce. Una rincorsa, tra l’artigianale e l’hi tech, che se non fosse tragica sarebbe affascinantissima, e nella quale il vantaggio non coincide con il costo maggiore. Vengo da studi economici, e porto sempre questo esempio: un carro armato Merkava, in dotazione alla Israel Defense Forces (IDF), costa fra i cinque e i dieci milioni di dollari, a seconda del modello; il drone FPV usato da Hezbollah ne costa tre-quattrocento e per neutralizzarlo si usano reti da pesca e gabbie di metallo da quaranta dollari. Questa rincorsa non è questione di investimenti ma di creatività. Drammatica creatività.

Emilio | Gli scenari bellici che vediamo – e che vedremo – sono una commistione perfetta fra il fai da te e l’avanguardia che sta nello Spazio; del resto l’osservazione della Terra e la comunicazione arrivano dai satelliti. E più vuoi che la tua azione sia puntuale ed efficace, più devi affidarti a tecnologie orbitanti. La storia dell’umanità è segnata da questa dicotomia: creare strumenti per potenziarsi e utilizzarli per distruggersi. Un tema che segna l’evoluzione dell’Uomo e da cui, pare, non riusciamo a prendere le distanze.

Giampaolo | Il termine geopolitica viene spesso usato a sproposito, come sinonimo di relazioni internazionali. In senso stretto, nasce – la dico in maniera molto brutale – dall’idea che la geografia condizioni il destino politico di un luogo o di uno Stato. E in alcuni casi lo spiega molto bene: la geopolitica ci dice, per esempio, che l’Italia è una piattaforma nel Mediterraneo, che la nostra posizione geografica determina interessi e proiezioni verso quell’area. Questo è innegabile. Il problema nasce quando la geopolitica diventa una chiave unica per decodificare ogni cosa. Non basta a spiegare l’intelligenza artificiale, i flussi economici, gli hub tecnologici, il ruolo degli attori privati. Usare soltanto quella lente significa restare dentro una lettura novecentesca del mondo, con tutti i rischi che comporta. Storicamente, alcune interpretazioni geopolitiche sono state utilizzate per giustificare politiche di espansione: dal concetto di spazio vitale del Terzo Reich fino alle letture che hanno accompagnato la pretesa di “protezione” delle popolazioni russofone nelle ex repubbliche sovietiche. Per questo va maneggiata con attenzione. La geopolitica non è una scienza esatta: è uno strumento, uno dei tanti nella cassetta degli attrezzi. Spiega alcune dinamiche, non tutte. Ci aiuta a leggere, per esempio, l’interpretazione trumpiana della dottrina Monroe – l’idea dell’America Latina come area di influenza statunitense – perché lì la dimensione geografica pesa. Ma non spiega automaticamente ogni scelta strategica: una decisione che produce la chiusura di uno stretto fondamentale per il commercio globale può essere persino antigeopolitica. La geopolitica è una parte dell’analisi. Non può sostituirla. E forse anche per questo è diventata così popolare: perché offre risposte semplici a fenomeni molto complessi.

Giampaolo Musumeci

Giampaolo |La logica del Novecento va abbandonata, sulla Terra come nello Spazio: non è più la lente giusta per capire ciò che sta accadendo. E se la domanda è quali siano oggi le lenti corrette, la risposta è che ancora non lo sappiamo: la situazione è troppo fluida. Abbiamo assistito all’indebolimento dei pilastri del multilateralismo: le Nazioni Unite, con tutte le loro fragilità; la Corte penale internazionale; lo stesso sistema delle alleanze occidentali che attraversa una fase di ridefinizione. Non siamo più nella logica dei blocchi contrapposti, ma in quella delle alleanze a geometria variabile: ogni attore – grande, medio o piccolo – dialoga, commercia e costruisce accordi in base all’interesse del momento. L’India è un caso emblematico: riesce a mantenere relazioni con interlocutori diversi, acquistando tecnologia e armamenti dagli Stati Uniti mentre mantiene una posizione autonoma nei confronti della Cina. La prima conseguenza è che dobbiamo smettere di pensare il mondo per blocchi contrapposti. La seconda è che vedremo nascere alleanze diverse a seconda dei dossier: sull’intelligenza artificiale, sullo Spazio, sulle tecnologie strategiche. Saranno accordi mutevoli, talvolta con partner inattesi. La terza riguarda le medie potenze: hanno capito che singolarmente hanno un peso limitato, ma che attraverso cooperazioni e consorzi possono diventare attori rilevanti. Vale sulla terra e vale nello Spazio dove il problema è ancor più evidente: tutti vogliono esserci, ma pochi possiedono una filiera completa. L’autonomia spaziale totale, oggi, è alla portata di pochissimi. Tutti gli altri dovranno scegliere con chi collaborare e su quali settori puntare. È un mosaico di cui possediamo soltanto le tessere. Come si comporrà, non lo sappiamo.

Giampaolo |Credo di no, e per un motivo semplice: le barriere all’ingresso del settore spaziale sono così alte che un attore amatoriale – o ben strutturato ma illecito – fa davvero fatica a mettersi in mezzo. Bisognerebbe ipotizzare una tale democratizzazione dell’accesso allo Spazio per cui perfino una grande organizzazione criminale possa arrivare in orbita a compiere un illecito. Però – e qui passo la parola a Emilio – è anche vero che lo Spazio è un problema gigantesco, nel senso che non è normato. Quindi, più che attori illegali, dovremmo aspettarci comportamenti discutibili di attori legali: la Cina, gli Stati Uniti o qualcun altro che forza una normativa molto risicata e tira l’acqua al suo mulino.

Emilio |Ed è quello che accade, per esempio, con lo spettro delle frequenze, la principale infrastruttura invisibile della New Space Economy. Ogni satellite, per comunicare con la Terra, dipende dall’accesso allo spettro. L’Europa ha chiarito che, per aggiudicare le frequenze satellitari in una banda strategica intorno ai 2 GHz – le cui concessioni sono in scadenza – applicherà norme che daranno un vantaggio agli attori europei: per ragioni di sicurezza e di stimolo all’industria continentale, almeno due terzi dello spettro disponibile andrà a loro. Gli Stati Uniti hanno già fatto sapere che, se quelle norme saranno applicate, risponderanno di conseguenza. La gestione delle orbite e delle frequenze si configura, come un choke point – concetto caro a Giampaolo – un vero e proprio “collo di bottiglia”. Ci sono dunque regole che stanno per essere scritte, o che vanno scritte ex novo, e su quelle anche gli attori legali – senza scomodare gli hacker – rivendicheranno spazi di manovra. Poi attenzione, nulla vieta che, un domani – ed è davvero un’area grigia – qualcuno possa manomettere satelliti con sistemi elettronici per scopi propri. Ma dobbiamo ancora arrivarci.

Giampaolo | Entrambe le cose: gli hub sono, allo stesso tempo, strumenti di potere e potenziali vulnerabilità. Nel momento in cui diventano snodi essenziali per i flussi di persone, merci, dati e capitali, attirano interessi e possono diventare obiettivi strategici. È molto interessante osservare il comportamento dell’Iran nel confronto prolungato con gli Stati Uniti: non colpisce dove vuole, ma dove può.I Paesi del Golfo hanno sperimentato concretamente questa vulnerabilità: alcuni Stati, come Bahrein e Kuwait, sono stati colpiti proprio perché presentano maggiori fragilità sul piano demografico, economico e difensivo. La lezione è chiara: più un hub cresce in importanza, più deve essere considerato un asset strategico da proteggere. L’interruzione dell’aeroporto di Dubai, uno dei principali snodi mondiali per il transito passeggeri, ha mostrato come infrastrutture ritenute centrali per l’economia globale possano trasformarsi rapidamente in punti critici.

Giampaolo |Gibuti è il grande bar di Guerre Stellari: ci sono tutti, si fa prima a dire chi manca. Metto i miei due centesimi sulla scommessa: quel pezzo di Corno d’Africa sarà la grande partita di tantissimi conflitti nei prossimi dieci anni. Non è un caso che la prima base militare extraterritoriale cinese sia stata costruita proprio lì; non è un caso che Israele abbia riconosciuto il Somaliland. Quel lembo di terra è l’accesso a Bāb al-Mandab, al Mar Rosso, a Suez. Nota come Porta delle lacrime, e di lacrime ce ne saranno: l’Iran ha chiesto agli Houthi di chiudere lo stretto; non so se militarmente ce la faranno, ma la cosa si fa seria. Se i colli di bottiglia diventano due – Hormuz più Bāb al-Mandab – le merci dovrebbero circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, ovvero circa dieci giorni di navigazione e un aumento esponenziale dei costi. Gibuti è un hub militare e logistico, ma soprattutto un punto formidabile di osservazione. Anch’esso, forse, non adeguatamente protetto.

Emilio Cozzi

Emilio | Dipende dal tipo di costellazione. Siamo ormai abituati a identificare le mega-costellazioni con Starlink di SpaceX o il progetto Leo di Amazon, ma lo spazio orbitale è molto più articolato e comprende anche grandi infrastrutture pubbliche. Pensiamo, ad esempio, a Galileo, il sistema europeo di navigazione e posizionamento, che per prestazioni compete – e in alcuni aspetti supera – il GPS, oppure a Copernicus, fondamentale per il monitoraggio ambientale, la protezione civile e la gestione delle emergenze. La vera novità è la presenza di attori privati proprietari di costellazioni strategiche. Fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile che un soggetto privato potesse disporre di una capacità orbitale tale da incidere direttamente anche su uno scenario bellico, come dimostrato dal ruolo di Starlink in Ucraina. Le costellazioni, quindi, restano anche pubbliche, ma il peso crescente dei privati è un elemento ormai strutturale: chi controlla queste capacità tecnologiche avrà un’influenza sempre maggiore sugli equilibri geopolitici, strategici ed economici.

Emilio | Da un lato l’accesso ai dati spaziali sta diventando sempre più aperto e democratico: lo Spazio non è più un dominio riservato alle grandi potenze, ma un ambiente al quale possono accedere aziende, università, centri di ricerca e istituzioni prima escluse per ragioni soprattutto economiche. Dall’altro, avere accesso al dato non significa automaticamente saperlo elaborare, interpretare e trasformare in uno strumento decisionale. Ed è proprio questo il valore aggiunto offerto da molte aziende private che vendono servizi di analisi e interpretazione dei dati satellitari. Lo Spazio, in questo senso, riflette ciò che accade sulla Terra: può ampliare le opportunità per molti, ma allo stesso tempo accentuare il divario tra chi possiede infrastrutture, competenze e capacità industriali e chi invece deve acquistare quei servizi o dipenderne. Per questo molti Paesi ambiscono almeno a essere presenti nella partita spaziale: anche senza esserne i protagonisti assoluti, vogliono evitare di restarne esclusi.

Emilio | Sta cercando di costruire una sua autonomia strategica, ma lo sta facendo in una condizione evidente di rincorsa. Gli investimenti recenti lo dimostrano: la Germania, per esempio, sta destinando risorse molto significative agli asset spaziali di carattere difensivo, segno che anche le principali economie europee hanno riconosciuto il ritardo accumulato. L’Europa possiede eccellenze scientifiche, tecnologiche e industriali, oltre a un patrimonio di competenze che le consentirebbe di competere. Tuttavia, in alcuni settori fondamentali – lanciatori, sicurezza spaziale e impiego duale degli asset orbitali – sconta un ritardo importante. Non è casuale che gli investimenti stiano crescendo e che la componente spaziale legata alla difesa abbia ormai superato quella civile: 53% contro 47%, secondo l’ultima rilevazione ESA, con un trend in crescita. Lo dimostra anche la prospettiva americana del Golden Dome, il grande progetto di difesa spaziale pensato per proteggere il territorio statunitense da minacce che vanno dai droni ai missili ipersonici.

Emilio | La risposta è no. Senza una capacità autonoma di accesso allo Spazio, un attore è costretto ad affidare il trasporto dei propri asset – anche strategici – a soggetti esterni, che possono essere Stati o aziende private. È quanto accaduto all’Europa durante la crisi dei lanciatori: alcuni satelliti, compresi asset fondamentali come Galileo e alcuni Sentinel, sono stati affidati ai lanciatori di SpaceX. La crisi del 2023-24 è stata superata, ma il problema rimane. I numeri mostrano una distanza enorme: mentre l’Europa, tra Ariane 6 e Vega, ha effettuato otto lanci in un anno, SpaceX supera i centosettanta.

Emilio | Alcune applicazioni sono agli inizi: si stanno sviluppando tecnologie robotiche capaci di intervenire sui satelliti, estenderne la vita operativa o modificarne la posizione. Oggi parliamo ancora di missioni pionieristiche, ma la prospettiva di una vera logistica spaziale è sempre più concreta. Sta emergendo un’economia basata sulla manutenzione delle infrastrutture orbitali, sulla rimozione dei detriti e, in prospettiva, sul recupero di componenti ancora utilizzabili. Il passo successivo, ancora più ambizioso, sarà la manifattura orbitale: costruire nello Spazio nuovi asset utilizzando materiali e componenti recuperati. E’ un orizzonte lontano, quasi fantascientifico, ma la necessità di sviluppare queste capacità è attuale: l’aumento vertiginoso dei lanci sta congestionando le orbite terrestri, che rischiano di diventare autostrade spaziali troppo trafficate. Garantirne la sicurezza e la sostenibilità sarà una delle grandi sfide dei prossimi anni. Anche perché, sebbene lo Spazio sia teoricamente infinito, ne utilizziamo porzioni limitate: le più ambite.

Giampaolo |Prima ancora che tecnologica, questa è una questione culturale e politica. Una parte dell’ideologia nata nella Silicon Valley – da Peter Thiel a Elon Musk – attribuisce alla tecnica un primato assoluto, fino a immaginare il superamento dei limiti biologici dell’uomo. È una visione che guardo con molta cautela, perché il transumanesimo apre interrogativi etici enormi ma ha anche una forza propulsiva straordinaria che orienta investimenti, ricerca e strategie industriali. Chi lavora nello Spazio condivide quasi sempre questa tensione verso un orizzonte lontano. È una sorta di stella polare: forse nessuno di noi la raggiungerà, ma è proprio quella visione a mettere in movimento il cambiamento.

Emilio | Sono d’accordo. Si tende a pensare che Elon Musk faccia tutto questo semplicemente per accumulare ricchezza. In realtà, la sua idea originaria è un’altra: rendere l’umanità una specie multiplanetaria, convinto che prima o poi la Terra non basterà più a garantirne la sopravvivenza. È una visione che ha qualcosa di salvifico e, insieme, di inquietante. Dal punto di vista strategico, però, il dato più concreto è che una presenza robotica nello Spazio è espressione di una capacità industriale, tecnologica e politica. Quel robot qualcuno deve progettarlo, costruirlo, lanciarlo, controllarlo e soprattutto deve possedere le competenze per trasformare i dati raccolti in conoscenza e decisioni. L’esplorazione oltre l’orbita terrestre è già prevalentemente robotica: sonde e rover rappresentano la presenza tecnologica di chi li ha realizzati. Nei prossimi anni la sovranità spaziale non si misurerà soltanto dalla presenza fisica di un essere umano oltre l’atmosfera, ma dalla capacità di esserci attraverso le tecnologie.

Emilio | La sindrome di Kessler, teorizzata dall’astrofisico della NASA Donald Kessler, descrive uno scenario in cui la concentrazione di oggetti in una determinata orbita diventa così elevata che una collisione genera una cascata incontrollata di detriti, provocando nuovi impatti e rendendo progressivamente inutilizzabile quella fascia orbitale. Se accadesse, le conseguenze non riguarderebbero soltanto l’esplorazione spaziale. Oggi una parte essenziale della nostra vita quotidiana dipende dalle infrastrutture in orbita. Basti pensare che il sistema GPS non serve soltanto per orientarsi: sostiene gran parte del traffico aereo e marittimo mondiale, sincronizza transazioni finanziarie, reti di telecomunicazione, servizi sanitari e numerose altre attività essenziali. Un suo malfunzionamento non inciderebbe soltanto sulle missioni verso la Luna o Marte: avrebbe effetti immediati su miliardi di persone.

Emilio | Rispondo come risponderebbe Luca Parmitano, al quale ho posto la stessa domanda: il limite dell’esplorazione spaziale è certamente il corpo umano. Oggi non siamo ancora in grado di affrontare un viaggio interplanetario, come quello verso Marte, garantendo il ritorno in sicurezza degli astronauti, ma proprio questo limite rende fondamentale andare nello Spazio. Ogni grande sfida ci costringe a sviluppare tecnologie capaci di proteggere il corpo e produce ricadute importanti anche sulla medicina terrestre. Un essere umano biologicamente adattato allo Spazio appartiene, per ora, al territorio della fantascienza e pone interrogativi etici enormi. Certamente i robot saranno indispensabili nei luoghi dove mandare persone significherebbe esporle a rischi insostenibili, ma non credo che un’esplorazione soltanto robotica possa bastare. L’uomo conserva una capacità decisiva: quella di improvvisare, di sbagliare e di trovare soluzioni inattese. Molte scoperte fondamentali sono nate dall’imprevisto. L’intelligenza artificiale e i sistemi autonomi saranno strumenti essenziali per accompagnarci e ridurre i rischi, ma alla fine saranno gli esseri umani a spostare ancora il confine dell’esplorazione.

Emilio | Non è un paradosso: è una realtà sempre più evidente. Lo spazio vicino alla Terra è densamente popolato di satelliti, e questo sta modificando anche il modo in cui osserviamo il cielo: per astronomi e astrofili l’ambiente orbitale è diventato una sfida crescente. Quanto agli UAP, sono certamente anche un tema politico e mediatico, perché intercettano una curiosità profonda dell’opinione pubblica. Non è un caso che Donald Trump li abbia tirati fuori proprio mentre il caso Epstein e il dossier iraniano non stavano andando benissimo. Non sapere che cosa si sta osservando può significare due cose: che un altro attore possiede tecnologie che non conosciamo – e sarebbe un problema molto serio – oppure che i nostri apparati non riescono a integrare/interpretare correttamente le informazioni raccolte. Anche questo sarebbe un problema. Sull’ipotesi extraterrestre mi attengo a ciò che sostengono istituzioni ed esperti: non è impossibile, ma è altamente improbabile sulla base degli elementi disponibili. I dati oggi conosciuti non consentono di identificare con certezza quei fenomeni. La questione, quindi, non è cercare astronavi aliene, ma capire perché alcuni eventi rilevati dai nostri sensori non siano ancora classificabili.

Giampaolo |…anche perché l’ultimo grande caso di un oggetto non identificato che ha attirato l’attenzione degli Stati Uniti non riguardava una tecnologia sconosciuta, bensì un pallone aerostatico cinese che ha sorvolato il territorio americano. Pechino lo ha definito un pallone meteorologico finito fuori rotta, ma il problema è che ha attraversato aree sensibili e raccolto informazioni.

Emilio |… esattamente. E questo dimostra che spesso ciò che non riconosciamo non appartiene al campo dell’inspiegabile.

Giampaolo | La premessa è che la geografia, in questi ultimi conflitti, si è presa una rivincita straordinaria. Pensiamo allo Stretto di Hormuz: mentre discutiamo di Spazio, di Marte, di tecnologie avanzatissime, pochi chilometri di mare restano capaci di condizionare il commercio mondiale. La geografia continua a imporre le sue regole e i suoi limiti. Lo stesso vale per l’Intelligence. I satelliti sono strumenti fondamentali, ma non sostituiscono l’interpretazione umana. La vera forza nasce dalla combinazione fra osservazione tecnologica e osservazione sul campo: il dato raccolto dall’alto deve essere integrato con il contesto, con le persone, con ciò che un sensore non può cogliere. Un satellite può mostrare che un villaggio è stato devastato; ma parlare con chi vive in quei luoghi ti permette di capire cosa è realmente accaduto, quali dinamiche lo hanno prodotto, quali conseguenze potrà avere. Abbiamo, quindi, ancora bisogno dell’effimero, perché spesso è proprio il dettaglio apparentemente marginale a contenere l’informazione decisiva. La sfida futura non sarà più soltanto raccogliere informazioni: sarà selezionarle, scartare quelle irrilevanti. L’ultimo caso tragico, il bombardamento della scuola in Iran: il rapporto di intelligence risaliva a un anno prima. Una falla gigantesca, dodici mesi sono tantissimi. Se le mie fonti mi segnalano attività su un fronte di milleduecento chilometri, devo capire quali dati selezionare per prevedere se lo sfondamento arriverà a nord o a sud: non posso trattare tutti quei movimenti come equivalenti. Sarà sempre più fondamentale la qualità del dato. L’ultima volta che sono stato a Tiro, in Libano, a un chilometro e mezzo si sparava: si vedevano nuvole di fumo prodotte dai raid aerei e altre, molto simili, che erano in realtà la polvere sollevata dai tank israeliani. Al mio occhio il dato era identico: avrei dovuto integrarlo in tempo reale con una visione dall’alto capace di dirmi “quella è una bomba, quelli sono sei Merkava che avanzano verso sud”. Capacità di osservazione e capacità di interpretazione: vedere dall’alto e capire dal basso.

Emilio |Un’etica dello spazio esiste. Esiste una regolamentazione condivisa – per quanto lacunosa, come dicevamo – ed esiste il tentativo, riuscito negli ultimi venti-venticinque anni, di fare dello Spazio un ambito di collaborazione pacifica: la International Space Station (ISS) ne è forse il simbolo supremo. E per ora, nonostante i deliri vari sulla Terra, i cosmonauti russi hanno continuato a collaborare con gli astronauti americani, europei, giapponesi, canadesi. Certo, lo scenario che viene è meno facile da prevedere: servirebbero più maghi che osservatori, e io mi sento un osservatore. La criticità che il Papa vede, però, è un’altra, ed è il motivo per cui non a caso lega Spazio e intelligenza artificiale: la concentrazione di potere nelle mani dei privati. Quando un privato dispone di tecnologie che gli permettono di agire con tanta efficacia sulla Terra, vale per lui il principio di un grande filosofo, l’Uomo Ragno: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E qui sta la preoccupazione – la mia, almeno, da fan delle idee e dello spirito democratico- che un potere simile, concentrato in un solo attore, non sempre si accompagni a quelle responsabilità. Chiunque sia quell’attore: di destra o di sinistra, africano, emiratino, giapponese, italiano o canadese. L’etica, quindi, è certamente un elemento da considerare. Se fra dieci anni sarà l’elemento davvero rilevante anche nello Spazio, non te lo so dire: già oggi, fra le grandi big tech che si professano etiche – penso ad Anthropic, penso a OpenAI – è bastato un cambio di vento per farci scoprire quanto quelle intenzioni fossero fragili. Ed è esattamente questo il punto del Pontefice: l’etica nello Spazio esiste, ma dove il potere si concentra rischia sempre di arrivare per ultima.

Giampaolo | Aggiungo due aspetti. Il primo: ne parlavo in trasmissione con Alessandro Aresu, consigliere di Limes e autore del volume Geopolitica dell’Intelligenza artificiale (Feltrinelli, 2024) . L’IA cinese sta facendo passi da gigante, dentro un perimetro etico che è quello del Partito comunista. Il punto è che l’etica è estremamente relativa, legata al bagaglio culturale e storico della civiltà che la produce: la nostra etica è diversa da quella degli altri. Ho il sospetto – e spero di essere smentito dai fatti – che nello Spazio ci sia tanta collaborazione perché non c’è alternativa. È vero che ci si aiuta, come nell’etica del mare, ma verrà il giorno in cui qualcuno potrà scegliere di non collaborare e ottenere gli stessi risultati. Anzi, non collaborando otterrà risultati maggiori e alzerà una barriera all’ingresso, rendendo agli altri più difficile raggiungerli. Nessuno avrà scrupoli a farlo, perché dirà: “è eticamente in gioco la sicurezza nazionale”. Se gli Stati Uniti si troveranno al bivio – “andiamo su Marte con la Cina o da soli? “- a parità di possibilità ci andranno da soli. Perché vorrà dire vincere.

Emilio |Allora mi auguro che un asteroide, come quello dei dinosauri, ci ricordi che abitiamo lo stesso pianeta, siamo sotto lo stesso cielo: davanti a una minaccia del genere, “da soli o insieme” ha una sola risposta…

Giampaolo |…se fosse possibile, però, dopo le 22,30… ho in programma uno spaghetto con le cozze: non vorrei che l’asteroide mi rovinasse la cena.

Emilio |La storia conferma quanto dice Giampaolo: lo Spazio favorisce la collaborazione, ma quando la collaborazione viene percepita come un rischio, gli Stati scelgono la competizione. È accaduto anche fra Stati Uniti e Cina: molte forme di cooperazione scientifica e tecnologica si sono progressivamente assottigliate proprio perché lo Spazio è un dominio duale, dove le stesse tecnologie possono avere applicazioni civili e militari. Quindi sì, la cooperazione resta necessaria, ma non è scontata. Forse l’unico vero elemento capace di obbligarci a lavorare insieme sarebbe una minaccia comune.. Speriamo nell’asteroide, è l’ultima cosa che ci resta. Purché arrivi dopo cena…

Giampaolo | È già così. Casi di attacchi e interferenze sono già avvenuti, e più lo Spazio sarà popolato e conquistato, più sarà palese che può renderci ricchi e sarà strategico, più la competizione si alzerà – anche con metodi poco ortodossi, con poche firme ben incise. Succederà qualcosa, non si saprà chi è stato, e diremo: “secondo me è stato…”. Andremo per tentativi.

Emilio | I data center subacquei sono complessi, quanto quelli spaziali. Pensare data center nello Spazio, in particolare per alimentare l’intelligenza artificiale, è uno scenario molto promettente: non a caso è uno dei pilastri che hanno ispirato la quotazione di SpaceX. Ma è ancora di là da venire, perché vanno risolte criticità non semplici: la capacità dei chip e della componentistica elettronica di resistere alle temperature estreme e alle radiazioni cosmiche, che oltre l’atmosfera sono mostruosamente impattanti; e la necessità di superfici radianti – nello Spazio non hai acqua per raffreddare, devi disperdere il calore per irraggiamento – che dovrebbero essere gigantesche. Servirebbero quindi sistemi in grado di portare in orbita masse enormi, e oggi non li abbiamo: perfino Musk, che detiene il record mondiale con 170-190 lanci l’anno, per supportare la capacità computazionale dall’orbita ha previsto, quando ci sarà Starship, lanci su base oraria. Siamo lontani. Detto questo, un data center in orbita risolverebbe completamente il problema energetico: nelle orbite eliosincrone hai energia solare pulita, perenne e senza costi; basterebbero pannelli in grado di trasformarla in energia elettrica. È uno scenario verosimile, ma deve ancora arrivare. Ed è evidente che chi dovesse possedere questa capacità – fornire dallo Spazio l’alimento dell’intelligenza artificiale – avrebbe un altro asset strategico fondamentale. Perché l’intelligenza artificiale – e non lo dico io, lo dicono i dati – è destinata a cambiarci la vita: già lo sta facendo e chi ne possiede le risorse ha un potere mostruoso.

Giampaolo | Credo che a Pechino, ascoltando certi annunci del capo del Pentagono, ridano di gusto. È roba per l’americano medio, non per il mondo in cui viviamo. Mykhailo Fedorov – l’ex ministro della Difesa ucraino, già ministro della Trasformazione digitale, rimosso a metà luglio nel rimpasto di governo – ci insegna esattamente questo. Trentacinquenne, nerd, mago del tech, negli ultimi mesi ha guidato la campagna dei droni e ci ha mostrato che nei conflitti moderni essere dei Rambo non serve a niente. Il testosterone, diciamo così, va misurato in altri ambiti: non è il bicipite, non è quanti chili sollevi. Certo, in un conflitto questo aspetto esiste, i militari devono addestrarsi – vale anche per gli astronauti – più il corpo è allenato, meglio funziona la testa, più sopporti lo stress – e ci saranno sempre reparti ad addestramento elevatissimo. Ma ci sono già, come in Ucraina, interi reparti dove chi veste l’uniforme pesa cinquanta chili ed è senza un filo di muscolo. Sono dronisti, hacker: combattono, ma in maniera diversa. E l’esibizione di potenza non sarà il Rambo col mitra: sarà il drone che non ti aspetti, quello che – come disse Fedorov – ha reso la penisola di Crimea un’isola con una serie di bombardamenti chirurgici. Sistemi terrestri e droni automatizzati ucraini sono stati usati per missioni d’assalto conquistando posizioni russe: sono arrivati mini-carri, mini-robot con le mitragliatrici, controllati a distanza, e i russi si sono arresi. È una cosa pazzesca, che cambierà l’iconografia del conflitto: una volta l’immaginario erano gli incursori, i paracadutisti; adesso arriva un carrettino cingolato, che sembra un giocattolo ma spara con un calibro importante, e un plotone di dodici soldati si arrende...

Emilio | Poco, nel senso che lo Spazio ha un punto di passaggio obbligato piuttosto evidente e pressoché impossibile da nascondere: se sei capace di lanciare, lanci; gli altri sanno che lanci, magari non sanno cosa, ma sanno perfettamente che sei in grado di farlo. È vero che esistono spazioplani e mezzi segreti – li hanno sia gli Stati Uniti sia la Cina – di cui non conosciamo esattamente la funzione: restano in orbita per trecento-quattrocento giorni, non si sa bene a fare che cosa. Però la Cina sa che gli Stati Uniti li hanno, e viceversa. Nello Spazio, per ora, puoi nascondere poche cose. Ben diverso è il fatto che nello Spazio puoi fare danni incredibili: per questo la Space Situational Awareness (SSA) è un altro elemento in gioco. Ma è difficile lanciare qualcosa senza che gli avversari se ne accorgano.

Emilio | Sì, senza alcun dubbio: la vera risorsa sono le menti plastiche. Pensa che un astronauta – non ricordo quale – suggerì addirittura di portare nello Spazio i capi di Stato, per dare loro una visione della Terra completamente diversa. Mentre rispondo, però, mi rendo conto che è forse più una illusione che qualcosa di realmente praticabile, con ricadute concrete.

Giampaolo | Assolutamente d’accordo. Elasticità mentale per me significa trovare soluzioni innovative a problemi complessi, ed è questo che conta, sulla Terra come altrove. Torno al caso dell’Ucraina: una resistenza di questo tipo era impensabile, tutto remava contro – i numeri, la capacità economica – eppure un pensiero laterale ha fatto sì che le cose andassero diversamente, per quattro anni e mezzo. Ed è quasi sempre così, nei problemi complessi: serve uno spostamento, una visione dall’alto o laterale – perfino contraria – che ti faccia vedere il problema in maniera diversa. E allora, a volte, il problema smette di essere un problema.

Giampaolo | Lo è. Noi tocchiamo spesso anche temi della Difesa, e su questo una fascia della popolazione ha una certa ritrosia, soprattutto perché le spese per la difesa vengono messe in contrapposizione con le spese sociali, con il welfare. C’è molta ideologia, molta polarizzazione, un dibattito un po’ avvelenato: e credo derivi soprattutto dalla scarsa conoscenza delle cose. A Nessun luogo è lontano ricevo ogni giorno decine, centinaia di messaggi: purtroppo noto che molti ascoltatori hanno un’opinione senza sapere nulla dell’argomento, non conoscono alcuni fondamentali. L’idea, mia e di Emilio, è colmare – con tutta l’umiltà possibile – un vuoto di conoscenza. Il punto è che su temi così complessi non esistono risposte semplici. La politica spesso tende a proporre soluzioni immediate, ma alcune sfide richiedono conoscenza, tempo e capacità di valutare compromessi. Il nostro obiettivo è proprio restituire questa complessità, non eliminarla.

Emilio | Si sta tentando di costruire un’infrastruttura che tenga tutto insieme: chiamiamola una politica industriale per lo Spazio. Gli investimenti aumentano da almeno dieci anni, a prescindere dai governi in carica; lo ha fatto anche il governo Meloni, promettendo circa 7,8 miliardi da qui al 2028, compreso il finanziamento triennale per l’Agenzia spaziale europea. Detto questo, credo manchi ancora una visione d’insieme. Abbiamo grandissime eccellenze e grandi gruppi Leonardo e le sue controllate e partecipate, da Thales Alenia Space a Telespazioma anche un tessuto di piccole e medie imprese e startup molto promettenti che scontano ancora fatica nell’accesso ai finanziamenti: l’Europa, rispetto alla mole globale di investimenti privati, sconta un ritardo. C’è molto da lavorare. Ma una cosa va detta: l’Italia ha capito che lo Spazio è fondamentale. Tesse relazioni in sede ESA e a livello bilaterale – con la NASA, con l’India, con gli Emirati Arabi Uniti in testa – che lo dimostrano. Mi auguro che così rimanga, e che si integri questa visione con la capacità di attrarre investimenti anche privati: quelli che, negli Stati Uniti, hanno fatto la differenza.

Emilio | Se escludiamo corsi universitari e master, direi proprio di no: mi augurerei che lo Spazio entrasse nelle competenze di base di studenti e studentesse. Ma devo allargare la risposta: mi sembra che già sulle discipline STEM ci sia una lacuna piuttosto evidente. Secondo i dati INVALSI circa il 40 per cento degli studenti italiani fatica a raggiungere la sufficienza nelle competenze matematiche, ed è molto grave. Non perché le discipline STEM siano più importanti di quelle umanistiche – assolutamente no – ma perché sono fondamentali per integrare una visione complessiva della realtà. E torno a quanto detto da Giampaolo: il nostro podcast ha l’ambizione di colmare, nel suo piccolo, una lacuna informativa. Non è questione di disinteressarsi alle missioni marziane: è questione di non capire che la tua vita dipende anche da da quelle. E se non lo sai, sconti un’ignoranza che non ti fa essere un cittadino informato.

Emilio | Parto dalla seconda domanda: nessuno, per ora. Sulla prima premetto che non sono uno specialista di Space Law, quindi rischio di essere impreciso; ma non mi sembra siano stati fatti passi da gigante. C’è certamente il tentativo di elaborare regole migliori, di aggiungerne di nuove, di rivedere le normative – facevo prima il caso del regolamento europeo sull’attribuzione dello spettro di frequenze. C’è però un tema più profondo, e qui mi ricollego a Giampaolo: stiamo vivendo una crisi evidente del diritto internazionale sulla Terra, dove le vecchie entità regolamentari hanno perso la capacità di incidere concretamente sugli equilibri globali. Pensare a regole che valgano oltre la linea di Kármán, in questo momento – lo dico con grande tristezza – mi sembra un esercizio quasi accademico, più che di concreta realpolitik. Ciò non toglie che da cittadino confido in una ricomposizione; ma ho il forte dubbio che gli equilibri, quando saranno ricomposti, saranno molto diversi da quelli cui eravamo abituati e lo Spazio ne andrà di conseguenza. Certo, per ora lo Spazio impone che si conviva e si collabori: le imprese oltre l’atmosfera sono estremamente difficili ed estremamente costose, e per fortuna – a questo punto mi viene da dire così – impongono la collaborazione internazionale. Il programma lunare Artemis ne è l’esempio: a guida statunitense, certo, ma gli Stati Uniti da soli non avrebbero le risorse per metterlo in pratica. Fare previsioni oggi è un esercizio con un margine d’errore enorme. Ma se una previsione devo farla, la faccio con serenità: la potenza spaziale cinese in aumento andrà a riverberarsi sulla potenza terrestre cinese. Su questo non ho grossi dubbi.

Emilio | Lo Spazio è una proiezione dell’umanità oltre i suoi confini, nel senso più letterale; e se giudico la storia della nostra evoluzione, non posso fare a meno di notare che non siamo mai riusciti a liberarci della nostra duplice natura. Siamo strepitosamente bravi a creare meraviglie e a superare i nostri limiti – e lo Spazio ne rappresenta la massima espressione – ma siamo altrettanto bravi a distruggerci, e a inventare modi sempre più efficaci per farlo. Temo che lo Spazio non possa che portare l’umanità, nel bello e nel brutto, oltre i suoi confini…

Giampaolo | È in crisi perché vige la legge della forza. L’assenza di misure coercitive, di sanzioni effettive da parte delle Nazioni Unite e degli altri organismi rende tutto possibile: posso violare il diritto internazionale sapendo che non mi succederà nulla; posso avere un mandato di cattura della Corte penale internazionale e viaggiare lo stesso. Va ripensato un meccanismo globale di convivenza secondo cui chi sbaglia paga – oggi chi sbaglia ed è forte non paga, chi sbaglia ed è debole paga – lì tornerà la diplomazia, quella con la D maiuscola.

Giampaolo | Vale per entrambi, ma partirei dalla politica, perché è da lì che il rapporto con l’opinione pubblica prende forma. La politica dovrebbe avere il coraggio di indicare una direzione, costruire consenso e spiegare scelte anche difficili. Sempre più spesso, invece, si limita a intercettare gli orientamenti esistenti, privilegiando ciò che raccoglie consenso immediato rispetto a ciò che serve davvero nel lungo periodo. Il problema è che così si perde la capacità di immaginare il futuro. La politica non dovrebbe limitarsi ad amministrare l’esistente: dovrebbe anche indicare un orizzonte. Che Europa vogliamo fra cinquant’anni? Un’Europa capace di essere autonoma nello Spazio? Nella Difesa? Nella tecnologia? Su queste domande sento poche risposte. Quando manca una visione, prevalgono gli slogan, soprattutto se l’opinione pubblica non dispone degli strumenti per valutare i problemi. È anche per questo che insistiamo tanto sulla divulgazione: conoscere significa poter analizzare con maggiore consapevolezza. Alla politica, in fondo, chiedo una cosa semplice: che torni a farmi innamorare di una grande idea, senza rinunciare al coraggio di spiegare la complessità.

Emilio | Il punto cieco, per me, è raccontarci che tutto il territorio nazionale sia ugualmente coinvolto nella filiera spaziale. Non è così: ci sono regioni molto più performanti di altre. Il mio augurio è che lo Spazio – settore che fa da traino – vada proprio a sostenere le competenze oggi in crisi, a partire da quelle aree: penso all’alta manifattura storicamente legata all’automotive. Rinvigorire quelle filiere attraverso le competenze spaziali è la vera sfida: lì c’è ancora molto da fare.

Giampaolo | Sì, dunque… gli spaghetti con le cozze… non li faccio rossi, ma appena appena sporcati, con due pomodorini. Cosa fondamentale della geopolitica è che le cozze non devono essere troppo rosse!

About Author