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Sotto sorveglianza: condizionamenti, sfide e occasioni mancate della Prima Repubblica

Sorvegliata Speciale. Le reti di condizionamento della Prima Repubblica ( Rubbettino), di Romano Benini e Vincenzo Scotti, è un’analisi approfondita della fase post-bellica italiana ed evidenzia il ruolo cruciale del nostro Paese come crocevia di tensioni internazionali. Presentato al Senato, nella Sala Caduti di Nassiriya, il libro mette in luce le sfide affrontate dal nostro Paese nel contesto della Guerra Fredda e della Prima Repubblica, sottolineando l’importanza di una riflessione critica sul passato e di un rinnovato e più significativo impegno politico per costruire una prospettiva migliore per il futuro.

L’armistizio di Cassibile e i conti aperti con la storia

Vincenzo Scotti ed Enrico Borghi

“Rimarranno delusi i fautori del complottismo o coloro i quali immaginano che all’interno di questo corposo volume vi siano segreti da svelare” chiarisce subito Enrico Borghi, senatore della Repubblica, capogruppo Italia viva-Il centro-Renew Europe e membro della Commissione Affari Esteri e Difesa e del Copasir. “Vi troveranno, invece, una ricostruzione storica e una analisi politica utili a decisori, studiosi e, più in generale, alla società civile”.

Il concetto di “Italia sorvegliata speciale” affonda le sue radici nella conclusione del secondo conflitto mondiale.

Gli italiani – prosegue Borghi – tendono a pensare di aver fatto i conti con la storia l’8 settembre 1943, o forse il 25 luglio dello stesso anno, immaginando che la fine dell’esperienza storica del regime fascista coincida con la fine del conflitto armato: non è così. La Resistenza, il Comitato Nazionale di Liberazione e tutto ciò che è seguito all’armistizio di Cassibile hanno contribuito a evitare che il nostro Paese fosse trattato come la Germania e il Giappone, principali responsabili dell’innesco della Seconda guerra mondiale”.

Tuttavia, pur essendo stata sconfitta, l’Italia non ha affrontato appieno le conseguenze storiche della disfatta: perdita territoriale e democrazia debole hanno turbato la Prima Repubblica, fase in cui il nostro Paese rappresentava il confine di Yalta, tra l’Est e l’Ovest, e un elemento di permeabilità del Mediterraneo. Avevamo, a quel tempo, una politica estera di rilievo, svolgevamo una funzione di cerniera nel Mediterraneo e il Medio Oriente vedeva nell’Italia una capacità di interlocuzione e di mediazione che oggi sembra distante dal potersi ripetere”.

Con il crollo del muro di Berlino e lo spostamento del baricentro geopolitico mondiale dall’Atlantico al Pacifico, la tutela è venuta meno, ma  i condizionamenti sono rimasti: “il mondo politico ha continuato a cercare protezioni da una parte all’altra del globo appiattendosi sul passato”.

Oltre le interpretazioni classiche della Prima Repubblica

Romano Benini e Vincenzo Scotti

Questo libro evade dalle interpretazioni classiche della Prima Repubblica: “da un lato, la teoria del doppio Stato che ha alimentato un certo tipo di pubblicistica senza mai avvicinarsi alla verità storica; dall’altro, l’idea improbabile che la sovranità sia stata piena“. A rilevarlo è l’autore, Romano Benini, docente universitario e divulgatore, che specifica: “Nel periodo che va dalla Seconda guerra mondiale al crollo del muro di Berlino, e in parte anche dopo, il nostro Paese è stato influenzato da soggetti che hanno esercitato un condizionamento”.

La chiave di lettura è rigorosa e deriva dall’analisi di decine di migliaia di pagine provenienti da inchieste, atti e documenti di straordinario interesse.

Emergono, nella riflessione di Benini, appassionanti verità, come quella che il generale Charles de Gaulle rivelò a un costernato Indro Montanelli durante uno dei quattro incontri a Colombeyles-deux-églises, alta Marna, prima del suo ritorno al potere nel 1958. Durante la conversazione, de Gaulle affrontò la questione dell’unificazione europea, disdegnandola tanto da considerarne i sostenitori degli apartides, “senza patria”. Quando questo attributo fu rivolto ad Alcide De Gasperi, Montanelli lo difese precisando che l’uomo di Stato trentino rappresentava un “Paese povero” ma de Gaulle replicò: “No, Monsieur, l’Italia non è un Paese povero, è un povero Paese!“. Era chiaro che – come disse il ministro degli Esteri del governo Churchill, Sir Robert Anthony Edenl’Italia doveva pagare per aver osato aggredire altre nazioni”.

Una “aggressività” più di facciata che di sostanza, ma che determinò svolte draconiane nella storia del nostro Paese.

Il SIFAR, Servizio informazioni forze armate, Servizio segreto tricolore, nacque nel 1949 con l’imprinting  di James Angleton, alias The Kingfisher, “adottando un’impostazione che aderiva alla CIA e al sistema NATO, con accordi che evidenziavano l’assenza di reciprocità. In tutta la storia della Prima Repubblica la nostra Intelligence ha quindi servito senza mai essere servita, elemento che distingue l’Italia dalle altre nazioni”.

Benini allarga poi l’analisi alle consorterie: la massoneria, “reinventata da Frank Gigliotti, nata dalle logge di Washington e che, di fatto, preparò la strada alla funzione eversiva incarnata da Licio Gelli e la mafia, “già attiva nello sbarco del ’43, con legami riassorbiti nel sistema grazie all’intervento di Lucky Luciano. Un’ area grigia che si formò in ragione di un chiaro obiettivo:istituire una rete in grado di operare ogni qualvolta gli eventi minacciassero cambiamenti democratici nell’ordine costituito, sia politico sia economico”.

Il miracolo italiano, con i suoi sogni di sviluppo sociale e la sua promessa di prosperità, fu dunque tradito  tra il 1960 – anno in cui il Financial Time assegnò l’Oscar alla lira italiana, moneta più stabile del 1959 – e il 1964.

Enrico Mattei e Adriano Olivetti

Con ogni probabilità, nell’agosto del 1962, fu “un dispaccio dei Servizi inglesi, che lanciava un allarme in chiave NATO, a innescare l’operazione che due mesi più tardi portò all’uccisione di Enrico Mattei“. Il presidente dell’ENI – una delle più importanti società energetiche del mondo, creata dallo stato italiano come ente pubblico nel 1953 – aveva sfidato le “sette sorelle”, le grandi compagnie angloamericane del settore petrolifero, e stava organizzando un incontro con John Fitzgerald Kennedy. “Non a caso, nei cieli di Bascapé, perse la vita anche il giornalista di Time-Life, William McHale che stava riposizionando l’immagine di Mattei nell’establishment americano”.

Il 27 febbraio 1960, a morire era stato Adriano Olivetti, geniale imprenditore eporediese considerato dagli Stati Uniti una minaccia. Stava viaggiando sul treno che, da Milano, lo avrebbe condotto a Losanna. Fu stroncato, così dissero ma senza provarlo, da un infarto. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, aveva prodotto – primo in Europa – il computer da scrivania P101. La cosa era stata resa possibile grazie alla nascita della divisione elettronica aziendale, voluta dallo stesso Olivetti e da un ingegnere italo-cinese, Mario Tchou, che perse la vita un anno più tardi in un tragico incidente d’auto nei pressi di Santhià (Vc). La mattina del 9 novembre 1961 era partito da Ivrea, diretto a Milano, dove avrebbe dovuto presentare il progetto del calcolatore a cui stava lavorando in collaborazione con il matematico Mauro Pacelli. La sua morte segnò l’inizio della fine della divisione elettronica della Olivetti che, nel 1964, fu ceduta all’americana General Electric.

Benini cita anche l’operazione diffamatoria nei confronti di Felice Ippolito, vertice del Comitato nazionale per l’energia nucleare (CNEN). La campagna stampa, avviata nel 1963 da Giuseppe Saragat e promossa dal Corriere della Sera, “condannò Ippolito a 11 anni di carcere per poi essere graziato dallo stesso Saragat, divenuto dapprima ministro degli Esteri e successivamente Presidente della Repubblica“. Ma se nel ‘63 l’Italia era la terza potenza nucleare al mondo, quando nel 1969 tutto ciò finì – anche grazie all’intervento della comunità dei fisici che considerava la vicenda un clamoroso abbaglio – le ambizioni italiane erano ormai svaporate e il patto di innovazione legato al Made in Italy definitivamente sciolto.

Altra vicenda, amara e penosa, quella del rapimento, della detenzione e della morte di Aldo Moro, oggi ascritta in un quadro meno soggetto a manipolazioni ma “geneticamente modificato” da sperimentazioni arcinote.

Nei suoi scritti, Moro si concentra su aspetti che hanno contraddistinto gli ultimi anni della sua parabola politica: l’apertura al mondo arabo, con il tentativo di promuovere un’iniziativa italiana per la pacificazione del Medio Oriente, e l’unione d’intenti tra le nazioni dell’Occidente europeo per fare dell’Europa un partner di pari livello rispetto gli Stati Uniti. “Alcuni passaggi esplicitano non solo i suoi sforzi, ma anche le cocenti sconfitte rispetto a tali sforzi”. Nell’analizzare la vicenda, gli autori riferiscono di “una certa disattenzione alla chiave geopolitica” che invece potrebbe chiarire come l’obiettivo dello statista democristiano “fosse da considerarsi eversivo rispetto all’ordine di Yalta”.

La parola chiave, per Benini, è dunque coraggio.: “il coraggio di quella classe politica nell’esprimere vitalità verso un interesse nazionale che ha unito tutti gli italiani nel rispetto e nella fedeltà costituzionale, pur sapendo che c’erano due fedeltà non del tutto corrispondenti: alla Costituzione democratica e all’ordine Atlantico”.

Una intraprendenza democratica che ha permesso al nostro Paese di crescere, sperimentare e osare. “Nel Memoriale, appare evidente la consapevolezza tenace di Moro nel posizionare l’Italia e nel perseguire l’interesse nazionale. E qui sta la tragedia che lo ha colpito. E che ha colpito tutti noi”.

La complessità dell’Italia repubblicana attraverso le fonti archivistiche

Michele Di Sivo

Per Michele Di Sivo, direttore dell’Archivio di Stato, il volume di Scotti e Benini permette osservare organicamente l’evoluzione della nostra Repubblica, sin dalla sua genesi.

“Il modo in cui abbiamo affrontato la fine della Seconda guerra mondiale è diverso da quello della Germania e del Giappone. Sebbene sconfitti, abbiamo vissuto due anni, dal 1943 al ‘45, che hanno plasmato la storia della Repubblica e dato vita alla Costituzione. La complessità nel mantenere un ordinamento così elevato e la difficoltà nel realizzarlo, con un apparato statale per molti aspetti invariato rispetto al passato, sono evidenti. Questo contrasto, tra Costituzione de iure e Costituzione materiale, rappresenta una frizione, complessa e tragica, da cui non possiamo prescindere”.

Di Sivo ricorda che “l’Italia ha subito stragi come nessun altro Paese europeo e definisce “convincente” la chiave di lettura proposta dagli autori“poiché si basa su fonti rigorose ed evita complottismi e semplificazioni”. Fonti che oggi sono più ricche, grazie alla declassificazione e al lavoro dell’amministrazione archivistica che consente lo studio della documentazione degli ultimi cinquant’anni.

IL MEMORIALE DI ALDO MORO.
1978 – Edizione critica
(De Luca)

Un’altra peculiarità del nostro Paese, secondo l’archivista, “è che tutto ciò che è avvenuto non è mai finito“. Nonostante siano trascorsi decenni dagli eventi, molte delle vicende, come le stragi, sono ancora oggetto di procedimenti giudiziari: “Per legge siamo tenuti a riversare negli archivi di Stato la documentazione esaurita da trent’anni, ma spesso ci troviamo a studiare fascicoli che ancora ardono. Questa situazione crea un conflitto, tra storia e giustizia, rendendo la libertà della ricerca storica più complessa”.

Il lavoro svolto sul Memoriale di Aldo Moro, conservato all’archivio di Stato di Roma, è per Di Sivo cruciale: Un’analisi dei procedimenti relativi al rapimento e all’assassinio, durata dieci anni, e uno studio critico sulle scritture durante il processo e il sequestro, durato cinque, confermano, in maniera indubitabile e solida, che l’autore di quelle scritture è Aldo Moro, lucido e ben cosciente del contesto in cui si trovava“.

E se il rapimento Moro – come Benini e Scotti affermano – rappresenta un tornante decisivo della storia della Repubblica”, le circa cento lettere e i 237 fogli da lui elaborati nel corso dell’interrogatorio condotto dal sedicente tribunale del popolo, sono “un tornante decisivo nel rapimento.

Pertanto, debbono essere letti e compresi fino in fondo.

Gli scritti di Moro non solo forniscono una testimonianza fondamentale di quel sequestro (16 marzo – 9 maggio 1978) e della grave crisi che il Paese si trovò ad affrontare in quei giorni, ma rappresentano una chiave di decrittazione dei tre decenni precedenti. “Le sue riflessioni sul contesto politico e sociale dell’epoca sono essenziali per ricostruire la storia dell’Italia repubblicana. Inoltre, il modo in cui Moro ha continuato a scrivere anche dopo la condanna a morte rivela il suo profondo impegno nella comprensione e nella narrazione di quei fatti che hanno condizionato il nostro Paese”.    

Una lettura “per vendetta”, contro i luoghi comuni del nostro tempo

Enrico Borghi e Mario Caligiuri

Per Mario Caligiuri – presidente della Società Italiana di Intelligence e ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria – dal libro emerge una visione particolare dell’Italia: Parliamo di reti di condizionamento, di obblighi sovranazionali, di doppio stato e doppia lealtà, del ruolo dell’intelligence come apparato dello Stato e, quindi, di Stato Profondo”.

La narrazione parte dallo sbarco in Sicilia (1943) e affronta eventi di sangue come Portella della Ginestra (1947) mettendo in evidenza anche uomini e ruoli, non ultimi Franco Restivo e Angelo Vicari all’epoca della strage rispettivamente presidente della Regione Sicilia e prefetto di Palermo “poi ministro dell’Interno dal 1968 al ’72, e capo della Polizia dal 1960 al ’73, subito dopo i fatti di Genova. Una coincidenza significativa”.

Caligiuri, nel riflettere sulla propaganda occulta, si ricollega alle “occasioni mancate”: A quelle citate di Mattei e Olivetti, e a quella – speculare alla vicenda giudiziaria di Ippolito – di Domenico Marotta, già direttore dell’ISS Istituto Superiore di Sanità. Marotta fu arrestato l ’8 aprile 1964 – ottantenne e ormai in pensione – per irregolarità amministrative nella gestione dell’ente. Una vicenda controversa di cui, nel 1986, si occupò anche la prestigiosa rivista scientifica Nature definendola  “una incomprensibile vendetta politica“.

“L’annus horribilis è il 1974, quello dell’Italicus e di piazza della Loggia”. L’inflazione italiana è la più alta del mondo occidentale e il terrorismo incombe. “Secondo la lettura attenta di Sergio Zavoli, dal 1969 al 1989 si registrano 14.615 attentati che costano all’Italia 200mila miliardi, un miliardo e 200 milioni l’ora . Caligiuri, avvedutamente, si domanda quanto abbiano pesato, nel debito pubblico italiano, la vicenda del terrorismo e la mancata competitività del Paese” e se, anche su questo, “non ci siano delle reti di condizionamento”. Ed esorta a leggere questo libro, “fatto da interpretazioni documentate“, con il metodo dell’intelligence: “individuando le informazioni rilevanti tra quelle irrilevanti, contestualizzando i fenomeni, cogliendo i segnali deboli ed esercitando il pensiero contrario”. Una lettura “per vendetta” che sfida “i luoghi comuni del nostro tempo”.

Et sic est finis libri

SORVEGLIATA SPECIALE
LE RETI DI CONDIZIONAMENTO DELLA PRIMA REPUBBLICA
(Rubbettino
)

Nel concludere, Vincenzo Scotti – politico, sindacalista e imprenditore – sottolinea come le reti di condizionamento non solo hanno “reso difficile governare l’Italia” ma hanno concesso a cittadini e governanti “una visione ristretta”.

In considerazione di ciò, le debolezze del presente sono figlie della lettura del passato e “la crisi che stiamo attraversando è la diretta conseguenza del modo in cui abbiamo affrontato la storia del nostro Paese, creando narrazioni in cui ognuno ha assunto il ruolo dell’altro. I magistrati hanno svolto attività politica, mentre i politici si sono comportati come magistrati. Abbiamo trasmesso al nostro Paese una tale confusione da avvolgerci in un groviglio di fili difficile da ordinare“.

Il Memoriale di Aldo Moro, per Scotti, ha un grande merito: “Nei giorni della sua stesura, veniva detto che Moro era debole, incapace di fornire un’analisi della storia del nostro Paese. Rileggendo oggi quelle pagine si scopre l’aiuto che egli ha offerto all’Italia. Moro sapeva che più debole è la visione strategica, più difficile è governare. La Germania ha affrontato la sua storia, mentre noi abbiamo cercato  di nasconderla sotto la cenere, per non doverci fare i conti. Da questa prospettiva, Alcide De Gasperi rappresenta il punto di partenza”.

Il messaggio è forte e chiaro: “ la storia va letta con rigore, senza pregiudizi, analizzando le fonti così come si presentano. Abituandoci alla realtà per come è, senza influenzarla con ciò che vorremmo fosse.

Registrazione integrale dell’evento al link https://www.radioradicale.it/scheda/720637/presentazione-del-libro-di-romano-benini-con-vincenzo-scotti-sorvegliata-speciale-le

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