L’INFORMAZIONE come STRUTTURA. Il VATICANO e l’INTELLIGENCE, osservatore e osservato: cinque secoli di storia e una domanda sul futuro
🇮🇹 Presentato a Milano, al Centro Internazionale di Brera, il volume curato da Mario Caligiuri, Il Vaticano e l’intelligence, ricostruisce il rapporto tra Santa Sede e intelligence, uno dei campi meno indagati della storiografia. Dall’Entità cinquecentesca ai rapporti con la CIA, dall’elezione di Wojtyła al caso Moro, la discussione ha mostrato una Chiesa che non possiede una struttura informativa, ma è essa stessa informazione. Sullo sfondo, la sovranità che passa dallo stato di eccezione allo stato di connessione e un’Intelligence intesa come educazione all’incertezza.
🇬🇧 Presented in Milan at the Centro Internazionale di Brera, the volume edited by Mario Caligiuri, Il Vaticano e l’intelligence, reconstructs the relationship between the Holy See and Intelligence, one of the least explored fields of historiography. From the sixteenth-century Entity to relations with the CIA, from Wojtyła’s election to the Moro affair, the debate portrayed a Church that does not possess an information structure but is itself information. In the background, sovereignty shifting from the state of exception to the state of connection, and Intelligence understood as an education in uncertainty.

Tra i rapporti che hanno plasmato la storia dell’Occidente, quello tra la Santa Sede e l’Intelligence è tra i meno indagati. Poco studiato, privo di una definizione scientifica, esposto più di altri alla mitologia. Il Vaticano e l’Intelligence. Osservatore e osservato nella storia politica della Santa Sede, raccolta di saggi coordinata da Mario Caligiuri ed edita da Rubbettino, nasce per colmare questa lacuna. La presentazione si è svolta nell’ambito dei Salotti dell’Intelligence – appuntamento periodico con cui V&A e iWeek portano a Milano le novità saggistiche e letterarie in materia di Intelligence. Ospitato al Centro Internazionale di Brera – tra le annate di Critica Sociale, nell’archivio che fu di Filippo Turati – l’evento ha offerto l’occasione per una analisi che ha attraversato cinque secoli, dall’Entità cinquecentesca alle encicliche di Leone XIV.
Il libro si colloca in un progetto di lungo periodo: la ricerca condotta all’Università della Calabria e la collana Rubbettino dedicata all’Intelligence, giunta a 51 volumi e destinataria nel 2023 del plauso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ne è premessa la pentalogia che Caligiuri ha dedicato a Francesco Cossiga, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Enrico Mattei e Alcide De Gasperi. Cossiga, che più di ogni altro ha esplicitato la passione per l’Intelligence; Moro, che di Cossiga fu il maestro in questa disciplina; Andreotti, nei ruoli di straordinaria importanza ricoperti nelle istituzioni repubblicane; Mattei, con la sua visione dell’Intelligence economica applicata all’energia; De Gasperi, nei cui governi si concentrano il trattato di pace, l’avvio dell’integrazione europea, l’ingresso nella NATO, la nascita dell’ENI. Vicende che ancora oggi determinano la storia nazionale.
Il filo che lega questi lavori è robusto. Riprendendo il suo maestro Giorgio Galli, Caligiuri osserva che in Italia l’Intelligence è sempre stata interpretata in modo strumentale, per la mancanza di approfondimenti teorici e di ricostruzioni storiche. Leggere quei protagonisti attraverso l’Intelligence significa sottrarli alle riscritture. L’esempio scelto è eloquente: la statua di Moro a Maglie lo ritrae con una copia dell’Unità sotto il braccio. La lezione di George Orwell – chi controlla il passato controlla il futuro – acquista nella società digitale un orientamento ulteriore: è storia soltanto ciò che sta in rete, il resto non esiste.
Da qui il problema delle fonti, che in un campo riservato per costituzione diventa questione di metodo. Christopher Andrew ha definito l’Intelligence la dimensione mancante della storia. Per colmarla Caligiuri distingue più livelli: la documentazione diretta degli archivi, statunitensi e britannici anzitutto, e in Italia le carte rese accessibili dalle direttive di Romano Prodi, Matteo Renzi e Mario Draghi a partire da Piazza Fontana; la letteratura istituzionale, dai dibattiti parlamentari alle relazioni di COPACO e COPASIR; la letteratura scientifica; le ricostruzioni letterarie, storiche e culturali. Sul versante storiografico il primo testo è quello di Ambrogio Viviani, del 1985. Sul versante divulgativo prevalgono, nel giudizio di Caligiuri, il taglio della denuncia e quello della congiura, già censiti nel 2003 sulle pagine di Per Aspera ad Veritatem, l’attuale GNOSIS. A parte sta la memorialistica – da Nome in codice: Ulisse di Fulvio Martini alle testimonianze di Riccardo Malpica, Luigi Ramponi, Mario Mori, Francesco Pazienza, Marco Mancini – con il suo limite strutturale: chi racconta i fatti li racconta sempre dal proprio punto di vista.
Una digressione merita di essere conservata, perché dice qualcosa del luogo stesso della presentazione. Piazza Fontana, osserva Caligiuri, segna l’inizio della strategia della tensione e non a caso parte da Milano: da Milano partono le innovazioni politiche dell’ultimo secolo, dal socialismo di Turati al programma di San Sepolcro, dal CLN alla Lega, fino al Movimento 5 Stelle di Gianroberto Casaleggio.
Ma che cosa tiene insieme il Vaticano e l’Intelligence?
La risposta di Caligiuri, ripresa in apertura da Andrea Vento – saggista, giornalista e CEO di V&A -, è la parola: conoscenza, interpretazione e rappresentazione del mondo. Dalla parola discende la descrizione della realtà; la parola è un atto di identità, che dice ciò che siamo e soprattutto ciò che vorremmo essere. Il Vangelo di Giovanni si apre sul Verbo. E uno dei primi esempi di intelligence si trova nel Libro dei Numeri, quando Mosè invia dodici esploratori, uno per tribù, a verificare le condizioni della terra di Canaan. L’etimologia completa il quadro. Intelligence rinvia all’intelligenza, alle doti umane per eccellenza – logica, razionalità, pensiero – e risale a intelligere e inter-legere: comprendere, collegare, scegliere tra. Il termine designa tre realtà distinte: un apparato dello Stato; un metodo di trattamento delle informazioni che tutti utilizziamo; il complesso delle funzioni di raccolta, analisi e utilizzo. Caligiuri ne individua la definizione più efficace in una frase di Bill Gates, pronunciata a tutt’altro proposito: prevale sugli altri chi eccelle sul terreno dell’informazione, nel modo di raccoglierla, analizzarla e utilizzarla. È, senza nominarlo, il ciclo dell’Intelligence.
Archivi dei servizi e archivi vaticani custodiscono entrambi una porzione decisiva della memoria del mondo. L’Archivio Segreto Vaticano – dove “segreto” significa “privato” – fu esposto in Campidoglio nella mostra Lux in arcana.
La Santa Sede è, di fatto, l’istituzione umana più longeva. Se “il merito spetta allo Spirito Santo”, osserva Caligiuri, le informazioni hanno avuto un ruolo non secondario in questa sopravvivenza. Si tratta di una centrale informativa che ha segnato la storia universale, al punto che storia dell’Occidente, storia del Vaticano e storia dell’Intelligence diventano difficili da distinguere.
Le radici sono antiche. Nel Cinquecento, in piena guerra di religione, sarebbe nata l’Entità, struttura di Intelligence rinascimentale sulla cui effettiva esistenza i dubbi non sono stati mai del tutto sciolti; la sola grande Intelligence alternativa nella penisola era quella della Repubblica di Venezia. All’inizio del Novecento il Sodalitium Pianum introduce un ordine più preciso. Sul piano interpretativo si fronteggiano due tesi: quella di Eric Frattini, che sostiene l’esistenza dell’Entità e un predominio informativo globale del Vaticano ancora attuale; quella di David Alvarez, secondo cui il Vaticano non avrebbe quasi mai saputo mettere a frutto questa predominanza. Tra le due prosperano i falsi miti. Il sottotitolo del volume ne indica la ragione: il Vaticano osserva le vicende del mondo e, per la funzione centrale che vi esercita, è da sempre osservato.
Al di là delle tesi – e delle congetture – resta la questione della struttura.
Don Giulio Dellavite, per dieci anni segretario del cardinale Giovanni Battista Re, ne ha offerto la formulazione più netta: gli Stati possiedono una struttura di informazione, la Chiesa ha l’informazione come struttura. Il parroco del paese di montagna, il vicario di zona, il vescovo, il metropolita, la conferenza episcopale, il nunzio che riferisce alla Santa Sede in forma diretta e cifrata: uno Stato dotato di una simile architettura disporrebbe di un controllo del territorio pressoché illimitato, con informazioni in ingresso e in uscita. Chi vive sul territorio non deve cercare le informazioni né sottrarle: molto più semplicemente le riceve, spesso sussurrate. Una “ramificazione” che consente l’accesso a mondi tradizionalmente ermetici, dall’Unione Sovietica al Cile in crisi, ed è questa linfa che scorre nei due sensi a fare della Chiesa un unicum rispetto a ogni altro Servizio.
L’ironia accompagna da sempre questa percezione, e Dellavite non l’ha taciuta. I romani sciolgono la targa SCV in “Se Cristo vedesse”; il cardinale Domenico Tardini, sentendosi dire che la diplomazia e i servizi vaticani erano i primi al mondo, replicò che, se così era, c’era da chiedersi in che stato fossero i secondi. Indro Montanelli distingueva De Gasperi e Andreotti, entrambi a messa ogni giorno: il primo per parlare con Dio, il secondo con il parroco di San Lorenzo in Lucina, che raccoglieva gli umori dei parlamentari e dei salotti romani. Quanto alla domanda sulla pretesa, tutta italiana, di Servizi segreti trasparenti – contraddizione in termini, secondo un funzionario francese citato da Montanelli – la risposta di Dellavite è stata un paradosso: i servizi vaticani sono trasparenti perché non si vedono affatto.
La capillarità diventa talvolta azione. Giuliano Tavaroli, che ha vissuto la stagione del terrorismo nell’Arma dei Carabinieri, ha ricordato il ruolo della Chiesa milanese: dopo l’omicidio di Vittorio Bachelet i gesuiti del Centro San Fedele operarono nelle carceri per favorire il pentitismo, fino alla riconsegna delle armi al cardinale Carlo Maria Martini e alla pacificazione della città. I preti sono nelle carceri, sul territorio. Non è Intelligence, ha precisato Tavaroli: è ruolo attivo, che si manifesta quando la storia lo sollecita.

Un’ulteriore distinzione, introdotta dall’ambasciatore Sergio Vento, impedisce di semplificare. Il Vaticano come Chiesa universale, con oltre un miliardo di fedeli, non coincide con la Santa Sede come entità statuale. Quest’ultima eredita un potere temporale durato fino al 1870 e non convergente con gli interessi dell’unificazione italiana: un’Intelligence che l’Italia si trova in casa, ma che non sempre coincide con la propria. Lo dimostrò la Prima guerra mondiale, quando i Servizi e il controspionaggio italiani, e in particolare i Carabinieri, dovettero sorvegliare i prelati bavaresi, austriaci, croati e ungheresi presenti in Vaticano, schierati con la parte in forte contrapposizione.
Il rapporto con gli Stati Uniti è il terreno sul quale il binomio osservatore-osservato si misura con maggiore evidenza. Valeria Moroni, che ha scandagliato gli archivi della CIA, ne ha ricostruito allineamenti e disallineamenti. Già nel 1848 il senatore Edward Hannegan, sostenendo la missione voluta dal presidente James Polk, definiva il Vaticano l’emporio di Intelligence d’Europa. Un secolo dopo, con il cattolico William Donovan, alla guida dell’OSS, la relazione cambia di segno, al punto che in ambienti ostili l’acronimo CIA verrà sciolto in Catholic Intelligence Agency. Ne è figura emblematica Félix Morlion, fondatore della Pro Deo da cui nascerà la LUISS: negli archivi americani compare un suo vademecum, giunto allo Psychological Strategy Board, su come indurre gli italiani a percepire gli Stati Uniti come veri alleati. Perdere l’Italia significava perdere l’Europa.
Il terreno comune è la lotta al comunismo, con stagioni virtuose e altre meno. La Polonia di Giovanni Paolo II segna la convergenza piena: i documenti attestano che anche la Santa Sede mise a disposizione fondi per far arrivare materiali informativi a Solidarność. Il Cile ne segna la frattura. Gli Stati Uniti, osserva Moroni, non realizzarono materialmente il golpe, ma fecero in modo che avvenisse. Per la Chiesa fu un dramma: da una parte una Curia che assicurava ad Augusto Pinochet buoni uffici, dall’altra il cardinale Raúl Silva Henríquez che dava rifugio ai perseguitati. Organizzazioni religiose cilene diranno, anni dopo, che “in quel tempo Cristo era stato crocifisso di nuovo”.
Sul caso Moro si è soffermato Guido Bandera, vicedirettore della testata Il Giorno e autore con Neri Pozza di Un affare interno. Aldo Moro nei documenti inediti degli archivi USA. Il titolo viene da un telegramma del Segretario di Stato Cyrus Vance: se il governo italiano avesse chiesto aiuto, la risposta doveva essere che le Brigate Rosse erano un affare interno. Negli archivi statunitensi non c’è la prova di un coinvolgimento americano; c’è, piuttosto, una studiata assenza. “Non dare una mano – osserva Bandera – è una scelta politica: non serve determinare gli eventi quando un metodo più elegante consente di non lasciare traccia”.
Il contesto è quello di una diffidenza decennale. Gli americani sapevano dal 1965 che Moro guardava a una collaborazione con i comunisti, e gli rinfacciavano il ruolo della DC nell’ascesa di Salvador Allende. Durante il sequestro, Steve Pieczenik comprende che il fine dell’azione di governo non è salvare l’ostaggio, ma la collocazione internazionale dell’Italia. Anche l’impegno di Paolo VI, generoso, viene sostanzialmente depistato lungo il corridoio cieco del riscatto. Per questo il libro abbraccia trent’anni, dal 1948 al 1978: per uscire dall’immagine cristallizzata dei 55 giorni.
Caligiuri, chiamato a chiudere l’incontro, ha puntualizzato che Il Vaticano e l’Intelligence. “non è un libro sul passato, ma sul futuro”. Per Carl Schmitt sovrano era chi decideva sullo stato di eccezione; oggi sovrano è chi decide sullo stato di connessione: a chi concedere la comunicazione, il credito, l’identità digitale, la memoria. In questa metamorfosi la Santa Sede è ancora protagonista, come mostra il Discorso del Santo Padre Leone XIV al Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, che chiude il volume. Sui Servizi, come sulla Chiesa, circolano molti luoghi comuni, e il più falso è che l’Intelligence possa fare qualunque cosa. Non sa tutto: aiuta a capire che può succedere qualunque cosa. Per questo, ha concluso Caligiuri, “l’Intelligence è educazione all’incertezza”.

