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CRISTINA DELL’ACQUA: “LE AULE SONO TERMOMETRI”

Già nel 2019, in un saggio pubblicato da Formiche, Mario Caligiuri avvertiva che il disagio sociale, amplificato dalle piattaforme digitali, poteva trasformarsi da questione di ordine pubblico in un problema di sicurezza nazionale. Tra le vulnerabilità delle democrazie indicava anche l’indebolimento delle capacità critiche dei cittadini. Riletta oggi, quella riflessione assume un nuovo significato. La ripetizione degli eventi, la loro esposizione continua e la familiarità con le immagini di violenza possono generare assuefazione: ciò che si manifesta con frequenza rischia di apparire normale, pur non essendo né accettabile né inevitabile. La questione investe l’educazione: come si formano il giudizio, il pensiero critico e la capacità di riconoscere ciò che non dovrebbe diventare consuetudine? Ne abbiamo parlato con Cristina Dell’Acqua, docente al Collegio San Carlo di Milano e all’Università IULM, autrice di Il dono del mito (Mondadori, 2026). La sua riflessione riporta al ruolo della scuola: non soltanto luogo di apprendimento, ma osservatorio delle trasformazioni sociali. Le aule registrano inquietudini, comportamenti e segnali che meritano ascolto prima di diventare emergenze. Il richiamo di Caligiuri alla fragilità del pensiero critico incontra così le parole della classicista: educare significa imparare a distinguere, interrogare la realtà e non considerare inevitabile ciò che, per il solo fatto di ripetersi, rischia di sembrare normale.

Anzitutto la pazienza: imparare che le risposte più importanti su di noi e sul mondo non arrivano nell’immediatezza, né sono preconfezionate. Poi, soprattutto per i giovani, la capacità di avere pensieri nuovi, di essere creativi. Ma temo, più di tutto, che si incrini la capacità stessa di pensare. Il pensiero si nutre di domande: più ci interroghiamo, più si sviluppa.

Trovare un equilibrio è difficile. Spesso le risposte immediate riempiono dei vuoti, anche nelle relazioni. Penso ai giovani che si rivolgono ai social network e all’intelligenza artificiale per consigli personali o confidenze nei momenti difficili. È una tendenza che dovrebbe farci riflettere: rivela uno spazio in cui mancano persone, possibilmente adulte, presenti e vicine. Diverso è il caso delle domande culturali, intellettuali o strategiche. Un adulto che usa questi strumenti con senso critico può raccogliere in pochi minuti informazioni che un tempo richiedevano giorni o settimane. Per i giovani, la strada è educarli allo stesso senso critico: ciò che si ottiene senza la fatica del pensiero è un’illusione di conoscenza.

Cambia tutto, perché ci esercita a cambiare punto di vista. Vale per Elena, considerata all’origine della guerra delle guerre, per gli eroi tragici e per le persone in carne e ossa. Guardare oltre le prime impressioni, mettersi nei panni dell’altro, significa ritrovare una capacità profondamente umana: l’empatia, di cui oggi sembra quasi si abbia paura. Comprendere non significa assolvere, ma riconoscere che la realtà è più complessa di quanto crediamo. Il mito ci insegna a guardare anche la donna apparentemente più indifendibile da prospettive inattese. È uno dei suoi doni: aiutarci a pensare liberamente. Insegnare ai ragazzi a considerare i diversi aspetti della realtà, per scegliere quale posizione prendere, significa educarli alla libertà.

Credo il contrario. La parola verità può diventare pericolosa quando qualcuno pretende di possederla. I Greci la chiamavano alétheia, con l’alfa privativo e il verbo lanthánō, “essere nascosto”. Una parola la cui etimologia richiama una negazione: la verità è ciò che non può restare nascosto, che si svela. Il latino veritas, come il nostro “verità”, è invece un’affermazione. Avvicinarsi alla verità su qualcosa vuol dire svelarla e, per farlo, non ci è concessa la superficialità. Bisogna vederne diversi aspetti: non diverse verità, ma prospettive differenti per arrivare alla verità. Pensiamo al lavoro di un avvocato: esaminare i fatti da più prospettive permette di cogliere elementi che un giudizio frettoloso trascurerebbe. Anche un compagno di classe che ci è antipatico, guardato più da vicino, può rivelare difficoltà che ignoravamo. Non si tratta di moltiplicare le verità, ma di affinare gli strumenti per cercarla: senso critico, domande, esperienza.È il senso della maieutica di Socrate, che richiamava il mestiere attribuito dalla tradizione a sua madre, levatrice: come lei aiutava a far nascere i bambini, lui aiutava a far venire alla luce i pensieri delle persone che incontrava.

Ho cominciato a insegnare nel 1991. Il rapporto è cambiato nelle tecniche, non nella sostanza. I ragazzi devono poter riconoscere nei classici storie e comportamenti che li riguardano. Come diceva la mia insegnante, certi testi – amava citare in particolare Seneca e i tragici greci – andrebbero letti dopo i quarant’anni: da giovani possiamo immaginare, ma è il tempo a insegnare. I classici devono sapere di vita, altrimenti si studiano per l’interrogazione e si dimenticano poco dopo. L’Odissea di Christopher Nolan, uscita a luglio, è un segno interessante: ha portato in sala anche molti giovani e, per alcuni, è stata l’occasione per (ri)leggere l’Odissea di Omero. Mi sembra che questo racconti un bisogno condiviso da generazioni diverse: confrontarsi ancora con queste storie e con i comportamenti che mettono in scena. Come scrive Virginia Woolf, “è ai Greci che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione, […] della nostra epoca”. La reazione dei ragazzi davanti ad Achille mi stupisce sempre. Quando leggiamo insieme il XXIV libro dell’Iliade, la scelta di restituire il corpo di Ettore a Priamo li riempie di meraviglia: è un gesto così diverso da quello che si aspettano! È proprio quella umanità a renderlo un eroe. Aristotele, nel primo libro della Metafisica, dice che impariamo quando proviamo meraviglia: queste pagine colpiscono i giovani anche perché si allontanano dalla logica di certi messaggi, film e videogiochi a cui sono abituati. Non smette mai di stupirmi la giovane Antigone, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle. C’è un verso, il 523, che desidero raccontare: “Non sono nata per i legami di odio, ma per quelli d’amore”. E a venticinque secoli di distanza è come se ogni volta Antigone ci chiedesse: “e tu?”. Una domanda potente e spiazzante, per chiunque, in particolare per i miei studenti e le mie studentesse.

Ulisse è l’eroe che ci somiglia nel viaggio verso la nostra Itaca, alla ricerca di noi stessi. Vorrei che lo fosse anche Ettore. Penso ai giovani uomini che si mettono in gioco negli affetti, nella vita familiare, che scelgono di essere padri presenti. È una cosa bellissima.

Senza semplificare – non sono una psicanalista – leggendo Ovidio ho l’impressione che il narcisista non ami fino in fondo né gli altri né sé stesso. È il suo dramma, forse legato a una visione distorta di sé. Il mito lo racconta anche attraverso Eco, la giovane donna che si consuma per l’amore non ricambiato di Narciso, finché di lei resta soltanto la voce. È un’immagine straordinaria. Il contrario dell’atteggiamento narcisista è coltivare relazioni: quelle che si scelgono e quelle che si sciolgono, perché tutte contribuiscono alla nostra vita. Anche Ulisse, per ricostruirsi, ha avuto bisogno degli altri. Coltivare relazioni significa alzare il naso dal proprio ombelico e seminare affetti, cura, attenzione, ascolto. Semi che, se abbiamo la fortuna di vivere a lungo, fioriscono nella vecchiaia. Il mito di Narciso è molto presente ai nostri giorni, in uomini e donne. Ma, per fare un esempio che mi sta molto a cuore, nei giovani padri che amano stare con i figli vedo un seme di Ettore. Ci vogliono tempo ed educazione. Mi piace pensare che per quei figli sarà più naturale, a loro volta, essere padri presenti. Ho grande fiducia in questi segnali.

È la sfida più grande per un genitore o un insegnante: distinguere tra “hai fatto un errore” e “sei il tuo errore”. Non si tratta di giustificare, ma di aiutare a capire l’errore e ad assumersi la responsabilità dei propri gesti. Responsabilità contiene in sé la parola risposta: ogni gesto ha una conseguenza. Nell’incontro con Priamo, Achille non dimentica le ragioni della sua ira, ma sa vedere nell’anziano re ai suoi piedi tutti i padri del mondo. Educare significa comprendere senza giustificare e ricordare che una persona non coincide con il proprio errore: può riconoscerlo e comprenderlo.

Il teatro è una via maestra.  Anche in classe, un insegnante può ritagliare momenti di laboratorio teatrale in cui i ragazzi entrano in una realtà diversa, interpretano ruoli lontani da sé e scoprono aspetti che la vita scolastica non sempre lascia emergere. Uno studente in difficoltà in una disciplina può rivelarsi bravissimo sulla scena, facendo emergere potenzialità che rischierebbero di restare nascoste. Il teatro aiuta a mettere in ordine parole ed emozioni. Insegna a scegliere un linguaggio adeguato e a coglierne le sfumature, ampliando le possibilità di entrare in relazione con gli altri. Allena, inoltre, la comunicazione non verbale: da adolescenti, muoversi, gesticolare e confrontarsi con l’altro può essere difficile quanto parlare. Il teatro aiuta a prendere confidenza con il proprio corpo. È anche un esercizio di autoregolazione. Nella mia esperienza, i risultati sono sempre positivi, molto spesso entusiasmanti.

Nel mondo antico Peithò personificava la persuasione, che certo poteva anche portare all’inganno. Persuadere, però, comporta la responsabilità di sostenere la bontà di una tesi senza manipolare. Oggi il confine molto sottile.  È uno degli aspetti che più mi sta a cuore insegnare, ai ragazzi e anche agli adulti, perché saper interpretare un messaggio, scritto o orale, riguarda la capacità critica e la comprensione della realtà. La strada a mio parere passa dalla retorica antica: l’arte di costruire un discorso convincente attraverso parole precise e argomenti fondati. Occorre conoscere ciò di cui si parla e saper argomentare: è il contrario dell’immediatezza. Educare a parlare bene significa insegnare a essere responsabili delle proprie parole e a capire dove un messaggio vuole condurci, che si tratti di un articolo, di una pubblicità o di un discorso politico. Comprenderne la trama aiuta a non lasciarsi ammaliare. A scuola, utilizziamo anche il  debate: un confronto a squadre, impegnativo ma anche giocoso, in cui i ragazzi si documentano e sostengono posizioni diverse, talvolta una tesi e il suo contrario. Argomentare allena la parola e lo sguardo critico, aiuta a distinguere persuasione e manipolazione senza cadere nella diffidenza generalizzata.

Sulla prima parte della domanda non ho le competenze per rispondere, è una questione tecnica. Una cosa, però, è chiara: violenza, furti e saccheggi non hanno alcuna attenuante. Non dimentichiamo che le cronache hanno mostrato anche ragazzi che manifestavano pacificamente e che hanno contribuito a rimettere ordine dove altri avevano portato il caos.

Erano spaventati, colpiti da gesti nei quali non si riconoscevano. In quei giorni erano i gesti violenti a fare più rumore. Dove avvertivo disagio, mi è sembrato necessario parlarne. L’educazione ha uno spazio enorme, a casa come a scuola. Penso all’educazione civica, che non deve zittire le idee: è importante che i ragazzi abbiano il coraggio di far sentire la propria voce, ma  sempre consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, per sé, per gli altri e, se sono minorenni, anche per le famiglie.

Il riconoscimento contribuisce a costruire l’identità per tutta la vita, non solo nell’epica. Ma conta essere riconosciuti per ciò che si è, senza sovrapporre desideri e aspettative altrui, soprattutto nei rapporti con i figli e con chi amiamo. Nell’Elena di Euripide c’è un verso bellissimo (v. 560): “è un dio anche riconoscere i propri cari”. Mi piace pensare che riconoscere chi abbiamo davanti, per l’affetto che rappresenta nella nostra vita, sia così fondamentale da avere qualcosa di divino. Essere riconosciuti e riconoscere. La parola contiene due gesti: conoscere una persona e riconoscerla ogni volta che la vita ce lo chiede. Lo sguardo di chi scommette su di noi può fare la differenza nella vita di ciascuno e di ciascuna. Quando però il bisogno di approvazione diventa dipendenza, il rapporto non è più sano. Nell’ambiente digitale, like e visualizzazioni possono alimentare un desiderio di riconoscimento senza soddisfarlo. Essere visti non è essere guardati: dietro quella fragilità può esserci un grande dolore.

Credo che entrambe le cose passino attraverso l’autostima. Il riconoscimento è reciproco, ma essere visti per ciò che siamo può metterci a disagio quando siamo legati a un’immagine diversa di noi stessi. Un ragazzo a cui si dice “ti vedo al di là del voto o di una giornata sbagliata, scommetto sulla persona che diventerai” si sente riconosciuto anche nella difficoltà. Del resto, è attraverso le fragilità che ci tocchiamo. Lo stesso vale nel lavoro: chi è consapevole delle proprie capacità sa riconoscere il merito altrui senza vedere in ogni persona un’antagonista. Non significa credersi capaci di tutto, ma sapere di poter svolgere al meglio il proprio lavoro.

Le 3D di Socrate, reading che porto a teatro con l’amica Laura Valente, sono Dubbio, Daimon e Desiderio. Il dubbio è l’insegnamento principale di Socrate: sapere di non sapere. Nello spettacolo diciamo “io non lo so”. Che bella frase! Non siamo tenuti a sapere tutto, ma a essere curiosi di tutto: informarci, studiare, ascoltare, dubitare di avere ragione. Credo che Socrate, curioso com’era, userebbe l’intelligenza artificiale, conoscendo molto bene l’arte del prompt.

Forse che cosa sia la serenità. Poi ne smonterebbe la risposta, alla ricerca dei luoghi comuni.

La risposta è nell’educazione: una scuola in cui si impara a diventare adulti responsabili, a relazionarsi con gli altri e a conoscere sé stessi. Penso alle massime delfiche care a Socrate: “conosci te stesso” e “nulla di troppo”, gnôthi seautón e medèn ágan. Il nostro equilibrio e le nostre relazioni, personali e civiche, passano anche da qui. Quel gnôthi è un imperativo: un invito morale a cercare il proprio talento, il proprio daimon, la propria vocazione e il proprio spicchio di felicità. Non è secondario: ci aiuta a costruire relazioni migliori.

Certo. Le aule sono termometri. Abbiamo la fortuna di stare con i giovani, con il futuro. Sono prove generali di vita e di convivenza, anche tra persone che non si sceglierebbero ma condividono lo stesso spazio. La scuola è un osservatorio e un laboratorio di anime. E quando sa cogliere nei ragazzi il segnale, tutt’altro che debole, della meraviglia, svolge la sua funzione più importante. Sempre in dialogo con le famiglie: l’alleanza educativa funziona quando gli adulti lavorano per i ragazzi e non si limitano a guardarli.

Mi chiederei se rifarei la scelta di insegnare. La risposta è: assolutamente sì. Quando frequentavo le scuole elementari ho avuto una maestra di vita, che ricordo con un affetto infinito. A casa raccontavo tutto ciò che succedeva la mattina: non solo le lezioni, ma anche quello che osservavo del suo lavoro. A volte usavo i ricettari di mia madre come registri. Ricordo Il cucchiaio d’argento: mia madre lo conserva ancora, pieno di appunti.

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