ENRICO MATTEI e l’INTELLIGENCE: le informazioni come leva dell’interesse nazionale
🇮🇹 A sessantaquattro anni da Bascapè, il fondatore dell’ENI resta al centro del dibattito pubblico. Dalla Resistenza alla diplomazia energetica, il volume Enrico Mattei e l’Intelligence. Petrolio e interesse nazionale nella Guerra fredda (Rubbettino), a cura di Mario Caligiuri, presidente SOCINT, ne propone una lettura poco esplorata: l’Intelligence non come attività circoscritta alla sicurezza dello Stato, ma come capacità di acquisire conoscenza, interpretare gli scenari e trasformare le informazioni in uno strumento di sovranità.
🇬🇧 Sixty-four years after the Bascapè plane crash, ENI’s founder remains at the centre of public debate. From the Resistance to energy diplomacy, the volume Enrico Mattei and Intelligence: Oil and National Interest during the Cold War (Rubbettino), edited by Mario Caligiuri, President SOCINT, offers a still largely unexplored perspective: the strategic use of information as an instrument of national sovereignty.

La sera del 27 ottobre 1962 l’aereo che riporta Enrico Mattei da Catania a Linate precipita nelle campagne di Bascapè, nel Pavese. Con lui muoiono il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale. Poche ore prima, a Gagliano Castelferrato, il presidente dell’ENI aveva annunciato uno stabilimento destinato a dare lavoro a quattromila persone: “Anch’io ho dovuto emigrare perché il mio paese non mi dava lavoro; sono andato al Nord, e adesso dal Nord stiamo tornando al Sud con tutta l’esperienza acquistata”.
La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricordato Mattei come un uomo che “ha creduto profondamente nell’Italia”, richiamandone la fiducia nelle capacità del Paese. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ne ha sottolineato la visione internazionale e il contributo al ruolo dell’Italia nel mondo. Parole che riportano a quelle pronunciate dallo stesso Mattei il 4 novembre 1961, davanti agli studenti italiani e dei Paesi emergenti della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi: “Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato […]. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani. Ma per fare questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi”.

Conoscere i problemi è la chiave del volume curato da Mario Caligiuri, docente all’Università della Calabria e presidente della Società italiana di Intelligence, Enrico Mattei e l’Intelligence. Petrolio e interesse nazionale nella Guerra fredda (Rubbettino, 2022). Per Caligiuri, la morte di Mattei resta “uno dei più grandi misteri d’Italia” e, come tutti i misteri italiani veri o presunti, ha avuto una disamina “ideologica, cronachistica, politica”. L’obiettivo degli autori è sottrarla alle teorie del complotto e ai vaghi sospetti per affidarla alla ricostruzione documentata. Lo fanno storici, magistrati e studiosi: Alessandro Aresu, Giovanni Buccianti, Vincenzo Calia, Giovanni Fasanella, Elio Frescani, Luca Micheletta, Giacomo Pacini e Nico Perrone. Il metodo è quello dell’Intelligence: unire fili dispersi, cogliere segnali deboli, verificare fonti vaste e contraddittorie. Un lavoro che richiede di distinguere tra fatti accertati, indizi e ipotesi interpretative. Ne esce un’analisi fatta “più di indizi che di prove”.
Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna, dove il padre Antonio comanda la stazione dei Carabinieri. A vent’anni si trasferisce a Milano. Lavora come venditore alla Max Mayer, poi fonda l’Industria Chimica Lombarda e diventa fornitore delle Forze armate. È probabile che i primi contatti con il mondo dell’Intelligence, allora soltanto militare, risalgano a quel periodo.

La Resistenza ne consolida il metodo. Dopo l’8 settembre, sulle montagne tra la bassa Ossola, il Verbano e il Cusio si formano numerose bande, poi inquadrate dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. A guidarlo è Alfredo Pizzoni, dirigente della Banca Commerciale con rapporti strettissimi con la City e con gli Alleati. Vicepresidente è il borgomanerese Achille Marazza, avvocato del Partito popolare e tra i più stretti collaboratori di Alcide De Gasperi. Il CLNAI istituisce il Corpo Volontari della Libertà, primo coordinamento delle formazioni partigiane riconosciuto dal governo italiano e dagli Alleati. Nell’aprile 1944 il Comando generale affida a Mattei un ruolo di vertice: reperire e amministrare i finanziamenti, organizzare le riunioni clandestine. Al suo fianco opera Giacomo Luigi Borgna, “Gino”, che grazie a una rete di istituti religiosi mette a disposizione del CVL gli spazi da cui dirigere la guerra partigiana. Luigi Longo ne ricorderà il rigore: “Era il tesoriere del CVL: onesto, scrupoloso, imparziale”. L’esperienza resistenziale gli consente di conoscere dall’interno il funzionamento delle reti clandestine: la fiducia come condizione operativa, la riservatezza come necessità, la circolazione selettiva delle informazioni come fattore di efficacia. Competenze che avrebbero trovato, in seguito, un diverso campo di applicazione nell’attività dell’ENI.
Il 26 ottobre 1944 la polizia individua la sede milanese della DC e arresta Mattei, trasferito poi nel carcere di Como. Lo salva il sistema dei nomi multipli. Gli agenti hanno fermato “Monti”, l’esponente politico, non “Marconi”, il comandante partigiano a cui stavano dando la caccia. Mattei evade e rientra nell’organizzazione, contro la prassi che escludeva chi era stato catturato, “bruciato” secondo il gergo dell’epoca. A guerra finita guida le formazioni “Alfredo Di Dio” e “Fiamme verdi”, la cui rete informativa, il Servizio Informazioni Patrioti di Aminta Migliari, arriverà a contare oltre 350 agenti. Riceve dall’Esercito statunitense la Bronze Star e sfila con Longo e Ferruccio Parri alla testa del corteo che attraversa Milano liberata.
Da quella stagione Mattei porta con sé uomini di fiducia. Borgna declinerà più volte l’invito a seguirlo all’AGIP. Eugenio Cefis, capo partigiano in Val d’Ossola, lo accetterà: diventerà il suo braccio destro all’ENI e, dopo la sua morte, il suo successore.

Nell’aprile 1945 Mattei è nominato commissario liquidatore dell’AGIP, incarico che egli stesso definirà “secondario e senza avvenire”. Indifferente alle pressioni di Confindustria e degli alleati americani, fa l’opposto di quanto gli è richiesto. Difende l’azienda, rilancia la ricerca di idrocarburi sul territorio nazionale e nel 1953 dà vita all’ENI. Costruisce così quello che Aresu definisce un “impero pubblico” dell’energia. Per Caligiuri, in pochissimi anni l’Italia diventa “terza potenza spaziale, terza potenza nucleare per usi pacifici, moneta più stabile nel 1960, produttrice di uno dei primi computer interamente a transistor del mondo”.
L’energia, in questa prospettiva, non è soltanto una risorsa economica: è una leva di autonomia politica, capacità negoziale e proiezione internazionale. La costruzione dell’ENI risponde anche a questa consapevolezza. Mattei si sente un servitore dello Stato e raccomanda ai collaboratori di “non dimenticare mai nei rapporti con l’estero di difendere insieme gli interessi dell’impresa e quelli del Paese”. Nella burocrazia vede però un intralcio e si colloca anche oltre lo Stato. Comprende che l’informazione non si limita a rappresentare la realtà: contribuisce a costruire il consenso, orientare le percezioni e condizionare le scelte politiche. Crea un ufficio propaganda e fonda Il Giorno. Affida ad Attilio Bertolucci la rivista aziendale Il gatto selvatico. Commissiona a Joris Ivens un documentario dal titolo programmatico: L’Italia non è un paese povero. Gli articoli ostili vengono raccolti sistematicamente e dal 1949 al 1962 riempiono trentacinque volumi, Stampa e oro nero.
Alla guerra dell’informazione si affianca la business Intelligence. Gli uffici dell’ENI nel mondo operano come antenne. In Algeria Mario Pirani organizza un servizio informativo autonomo, con rapporti redatti in un codice basato sui nomi dei musicisti. Giulio Andreotti, suo rivale politico, ricorderà lo stupore davanti a un’analisi di Mattei sulla possibile frattura tra Cina e Unione Sovietica, quando nessuno ne parlava: “Non era dunque solo intuizione, era anche un lavoro di indagine basato su documenti e dati di fatto”. La capacità di anticipare una possibile evoluzione degli equilibri internazionali non nasce mai dalla sola intuizione: è, in sostanza, il passaggio dal dato alla conoscenza strategica.
La sfida alle “Sette sorelle” si gioca sotto il simbolo del cane a sei zampe. Gli accordi con l’Iran del 1957 assegnano al Paese produttore il 75 per cento degli utili, contro il 50 per cento offerto dal cartello. È la rottura di un equilibrio commerciale e politico. Per sostenerla, Mattei ricorre a una rete di relazioni e interlocutori funzionali agli obiettivi dell’ENI. È l’universale “ungere le ruote” che Caligiuri legge come interpretazione, sempre attuale, della ragion di Stato. “Gli ambienti governativi persero il controllo su di lui e le amministrazioni statunitense e britannica presero a chiedere di estrometterlo”.

Chi usa l’Intelligence finisce per diventarne oggetto. Nel 1961 una National Intelligence Estimate della CIA descrive l’ENI come “uno Stato nello Stato”. Nel 1962 il Ministero dell’Energia britannico la considera “una crescente minaccia agli interessi britannici”. Nei documenti inglesi rinvenuti da Fasanella, Mattei è una “verruca”, un’“escrescenza” da combattere “con ogni mezzo”. Il KGB lo segue attraverso Leonid Kolosov, sotto copertura giornalistica. I Servizi italiani lo osservano con valutazioni divergenti: ostile il Sifar, attento l’Ufficio Affari Riservati. In una nota del marzo 1962, individuata da Pacini, l’Ufficio Affari Riservati prefigura con mesi di anticipo un attentato al suo aereo.
Il 19 settembre 1962, quaranta giorni prima di Bascapè, Aldo Moro, segretario della DC, scrive a Mattei. Nella lettera, rinvenuta da Caligiuri nell’Archivio storico dell’ENI di Castel Gandolfo, Moro evoca “il peso del sacrificio che il partito ti chiede”: un passo indietro dalla presidenza dell’ente. Un documento che restituisce anche la complessità dei rapporti tra il potere politico e un manager pubblico la cui autonomia aveva ormai assunto una dimensione internazionale.
La terza inchiesta, condotta dal 1994 al 2003 da Vincenzo Calia per la Procura di Pavia, giunge alla conclusione che l’aereo fu“dolosamente abbattuto”. Circa cento grammi di tritolo, collocati dietro il cruscotto prima del decollo da Catania, sono stati innescati dal comando di fuoriuscita del carrello. L’esplosione, limitata e non distruttiva, era tale da mascherare il sabotaggio. Esecutori e mandanti restano ignoti. Caligiuri censisce “sette ipotesi senza nessuna certezza”, dalla mafia all’OAS, dalle agenzie straniere a una pista tutta italiana. Su quest’ultima pesano i sospetti mai provati su Cefis e i fili che legano Bascapè alla scomparsa di Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sugli ultimi giorni di Mattei in Sicilia.

Resta l’eredità. Il gasdotto che collega l’Algeria all’Italia porta il suo nome ed è tornato strategico con la guerra in Ucraina. La centrale di Latina, avviata due mesi dopo la sua morte, collocava l’Italia al terzo posto mondiale nel nucleare civile. Il “metodo Mattei” si fonda su rapporti paritari con i Paesi produttori, sullo sviluppo dei territori e sulla formazione delle classi dirigenti locali. Oggi è il riferimento dichiarato della strategia italiana verso l’Africa. Per Lucio Caracciolo, dalla Libia all’Iran,“il cane a sei zampe ci rendeva più riconoscibili del tricolore“. Per Francesco Cossiga, Mattei è stato l’ultimo italiano a tentare di rifare gli italiani.
Il volume indica quattro direttrici come lascito di Mattei: diversificare le fonti, perseguire l’interesse nazionale, selezionare le classi dirigenti sul merito, trattare le informazioni come risorsa strategica.
Commemorarlo è semplice. Più difficile è misurarsi con la domanda che la sua vicenda non ha mai smesso di porre: l’Italia dispone di una cultura dell’Intelligence capace di difendere l’interesse nazionale?

