CARTOGRAFIA E INTELLIGENCE: L’EREDITÀ DI YVES LACOSTE
🇮🇹 Con Yves Lacoste la geografia cessa di essere descrizione dello spazio e diventa analisi dei rapporti di forza che lo attraversano. La cartografia si rivela così come dispositivo epistemico del potere: strumento di lettura dei conflitti, ma anche loro possibile infrastruttura operativa. La sua eredità si colloca oggi nel punto di convergenza tra geopolitica e Intelligence.
🇬🇧 With Yves Lacoste geography ceases to be a descriptive science of space and becomes an analytical framework for power relations. Cartography emerges as an epistemic device of power: both a tool for interpreting conflicts and a potential operational infrastructure. His legacy lies at the intersection of geopolitics and Intelligence
Il 20 giugno si è spento a Parigi, nella sua abitazione degli Hauts-de-Seine, Yves Lacoste. Con lui scompare un geografo che ha sottratto la disciplina alla neutralità descrittiva, ricollocandola nel campo delle scienze strategiche. La geografia, nella sua formulazione, non è mai semplice rappresentazione del mondo, ma modalità di organizzazione del suo significato politico.
La questione della rappresentazione attraversa la storia del pensiero occidentale come problema della selezione: cosa viene reso visibile e cosa resta nell’ombra. La cartografia, in questa prospettiva, non si limita a raffigurare il territorio, ma lo struttura attraverso criteri di inclusione ed esclusione che riflettono rapporti di potere.

Michel Foucault ha fornito la matrice teorica di questa intuizione: ogni sapere è inseparabile dalle forme di potere che lo attraversano. Lacoste traduce questa ipotesi nella materialità dello spazio geografico, trasformandola in un principio operativo. La carta non descrive il territorio: lo rende leggibile secondo una logica strategica.
Nato nel 1929 a Fès, in Marocco, in un contesto coloniale amministrato dalla Francia, Lacoste cresce in una perimetro attraversato da gerarchie implicite, esperienza che produce in lui una particolare forma di sensibilità: lo spazio come dispositivo politico prima ancora che come oggetto naturale.
Durante la guerra del Vietnam questa impostazione trova una verifica empirica sostanziale. Nel 1972 Lacoste si reca nel delta del Fiume Rosso per analizzare gli effetti della campagna di bombardamenti statunitense nell’ambito dell’Operazione Linebacker. Attraverso strumenti propri della geografia fisica – idrologia, topografia, dinamiche fluviali, distribuzione della popolazione – ricostruisce la logica spaziale del sistema infrastrutturale del delta. Le sue conclusioni indicano che la concentrazione dei bombardamenti sulle dighe e sulle infrastrutture idrauliche produce effetti sistemici potenzialmente catastrofici per la popolazione civile, esponendo milioni di persone al rischio di inondazioni su larga scala. La lettura geografica del conflitto consente di interpretare l’attacco non solo come evento militare, ma come intervento sulla struttura materiale della vita collettiva.
Le analisi, pubblicate su Le Monde e successivamente riprese dalla stampa internazionale, contribuiscono a rendere esplicita la dimensione controversa della campagna militare. Le autorità statunitensi contestano tali ricostruzioni e negano la loro intenzionalità strategica, mentre Lacoste viene progressivamente escluso dall’accesso agli Stati Uniti.

In questa frattura si produce una trasformazione: la geografia diventa strumento di interpretazione dei conflitti, intuizione ulteriormente sistematizzata negli anni successivi. Brian Harley, in ambito anglosassone, sviluppa una critica convergente della cartografia come dispositivo scientifico e politico. Le mappe non rappresentano il mondo: ne selezionano le condizioni di intelligibilità.
Nel 1976, nel primo numero di Hérodote – rivista ispirata a Erodoto (484-425), storico greco tra i primi a descrivere territori e popolazioni – Lacoste formula la sua tesi più nota: la géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre. L’affermazione non ha valore normativo, ma diagnostico. Essa indica che la conoscenza dello spazio è sempre stata incorporata nei dispositivi decisionali degli Stati, degli eserciti e delle amministrazioni. La cosiddetta géographie des professeurs viene così criticata come forma di neutralizzazione del sapere, incapace di riconoscere la sua funzione implicita nei sistemi di potere.

Il sottotitolo “stratégies géographies idéologies” rimarrà fino al 1982.
L’influenza di Lacoste si estende via via oltre il contesto francese, trovando in Italia un’eco significativa nella riflessione sviluppata attorno a Limes, che ne ha ricordato l’opera con il saggio Che cos’è la geopolitica?, pubblicato sulla rivista diretta da Lucio Caracciolo nel 1993. La geopolitica, in questa accezione, non sostituisce altre discipline, ma ne integra i limiti, restituendo una lettura stratificata dei rapporti internazionali.
Se la geografia politica studia l’organizzazione del potere nello spazio, la geopolitica analizza le strategie attraverso cui tale organizzazione viene modificata. L’Intelligence si colloca nell’intersezione di questi due livelli: strutturale e dinamico.
Le grandi teorie geopolitiche del Novecento conservano in questo quadro una funzione analitica persistente. L’Heartland di Mackinder e il Rimland di Spykman descrivono ancora oggi configurazioni spaziali che emergono nelle competizioni globali, dall’Eurasia all’Indo-Pacifico.

La trasformazione digitale non ha dissolto questa logica, ma l’ha resa più densa. Le infrastrutture della connettività – satelliti, cavi sottomarini, data center, reti logistiche e piattaforme di geolocalizzazione – costituiscono oggi la dimensione materiale della sovranità informazionale. La cartografia digitale, lungi dal’anestetizzare il problema della rappresentazione, lo radicalizza. La selezione dei dati, la loro visualizzazione e la loro circolazione introducono nuove forme di mediazione strategica dello spazio. In questo contesto la geografia dell’informazione diventa un campo dell’Intelligence: uno spazio in cui si articolano competizione tecnologica, influenza cognitiva e controllo delle infrastrutture.
Lacoste non ha conosciuto pienamente questa trasformazione, ma il suo impianto teorico ne ha anticipato i contenuti: lo spazio come costruzione politica, la rappresentazione come dispositivo di potere, la conoscenza geografica come forma di Intelligence.
Riconoscere la non neutralità delle mappe significa constatare che ogni descrizione dello spazio implica una teoria del potere. È in questa consapevolezza che la geografia mantiene la sua funzione originaria: non spiegare il mondo, ma renderne leggibili le linee di forza.
In questo senso, la sua utilità non è mai stata esclusivamente bellica, ma strategica: orientata allo scopo. Ecco allora che la geografia serve a comprendere il conflitto, ma anche a prevenirlo, governarlo, decodificarne le forme e trovare spazi di intermediazione nei quali dialogare/negoziare per promuovere e sostenere la pace.
L’eredità di Yves Lacoste consiste proprio in questo: aver mostrato che ogni carta è un costrutto epistemico. E che ogni costrutto epistemico definisce ciò che diventa visibile.


