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DOVE GUARDA UNA MAPPA

Israele e Palestina in 10 mappe (Marsilio, 2026) poggia su un assunto non dichiarato: che la geografia sia la prima lingua del conflitto, lo strato che precede le narrazioni e su cui esse si costruiscono.

Laura Canali entra nella contesa a partire dalla materia del territorio – dalla faglia tettonica, dalla quota di un lago incassato oltre duecento metri sotto il livello del mare, dalla portata di un fiume che, a valle, diventa troppo esigua per fungere da barriera naturale – e chi la segue è chiamato a chiedersi cosa questa prospettiva illumini e cosa, inevitabilmente, lasci fuori campo.

Conviene partire da qui, soffermandosi non sulla questione “di cosa parla il libro”, ma “dove guarda”.

In cartografia, più che altrove, il punto di osservazione è già un argomento. Per leggerlo occorre tenere insieme due piani che Canali accosta con perizia. La carta aspira all’imparzialità della rappresentazione: nomina lo stesso luogo con entrambi i nomi che gli appartengono – Israele e Palestina, Cisgiordania e Giudea-Samaria – e si propone di disegnare per entrambi. Il testo, invece, segue l’evidenza dove conduce.

Non è una contraddizione da smascherare, ma una grammatica da decodificare: la mano che disegna non mente con il colore e il simbolo; la voce che analizza mette a fuoco il potere attraverso i dati. Comprendere questo doppio registro è forse la lezione più preziosa che il libro offre sulla cartografia stessa. E lascia al lettore una domanda: una carta che tiene insieme due nomi può davvero poggiare su un’analisi che, nei fatti, finisce per privilegiarne uno, senza che l’una finisca per rafforzare l’altra?

Limes n°5 – 2026

Il capitolo più ricco riguarda l’acqua ed è la dimostrazione più convincente di cosa significhi leggere un conflitto attraverso la geografia. Canali ricostruisce il sistema idrico israeliano come un organismo: il Monte Hermon che raccoglie le precipitazioni, i tre affluenti che danno origine al Giordano, il Lago di Tiberiade a 211 metri sotto il livello del mare, il National Water Carrier che spinge l’acqua fino al Negev attraverso un sistema di pompe capace di vincere un dislivello di oltre duecento metri.

Da qui il libro lascia parlare il rigore dei numeri. La condotta nazionale non raggiunge né la Cisgiordania né Gaza. Nel maggio 2023 il consumo medio israeliano era di circa 247 litri pro capite al giorno; quello palestinese in Cisgiordania di 82,4. Le quote idriche fissate dagli Accordi di Oslo del 1995, pensate come provvisorie, non sono mai state rinegoziate mentre la popolazione continuava a crescere. Nell’Area C – il 60 per cento della Cisgiordania – i permessi per scavare nuovi pozzi vengono spesso negati.

Si comprende, allora, perché le Alture del Golan sono state occupate e, dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad, il controllo è stato esteso oltre la zona cuscinetto ONU. L’autrice lo spiega anche sull’ultimo numero di Limes, attraverso una rielaborazione del terzo capitolo dal titolo Israele e le sue acque : “uno dei più importanti obiettivi – osserva Canali – era certamente l’oro blu”. La geografia non spiega tutto, ma questo lo spiega con limpidezza. Anche i dati raccontano punti di vista. La ricostruzione dell’autrice si fonda, in larga misura, sulla documentazione delle agenzie internazionali e degli istituti per i diritti umani: è da quel patrimonio di ricerche che provengono le evidenze sulle quali costruisce la sua analisi.

C’è poi un secondo libro dentro il libro, ed è quello sull’osservare e sul vedere.

Canali racconta il suo mestiere che, di fatto, è arte: il rito della matita virtuale, il vocabolario simbolico costruito dopo l’11 settembre, la scelta di disegnare lo stesso scenario da punti di vista differenti. Lo fa con una consapevolezza che diventa essa stessa occasione di apprendimento: la carta non coincide con il territorio, ma è “associata al testo di un analista e ne riflette l’interpretazione”.

Qui il libro insegna qualcosa che anche l’analisi d’Intelligence tende talvolta a sottostimare: il colore, la scala, un confine tracciato o cancellato producono significato quanto le parole. Israele, ricorda Canali, ha eliminato la Linea Verde dalle mappe già dopo il 1967; chi disegna fuori da Israele continua invece a rappresentarla. Una linea che esiste o scompare a seconda della mano che la traccia: difficilmente si potrebbe immaginare una lezione più efficace su cosa sia davvero una mappa.

Carta di Laura Canali – 2026

Su questa stessa soglia il libro propone anche una chiave interpretativa più morbida: quella dei “due tempi”, ovvero l’incontro fra una popolazione ebraica proveniente in larga parte dall’Europa orientale, dotata di un diverso livello di sviluppo tecnologico, e una società palestinese strutturata prevalentemente in clan agricoli e pastorali. È una lente che si concentra sulla frizione economica dell’incontro; porta però con sé una certa idea di modernizzazione, della quale l’autrice mostra di essere consapevole e che il lettore farà bene ad approfondire con la stessa cautela.

Più ci si allontana dal singolo metro – dove, come ricorre spesso nel libro, “un metro vale come molti chilometri” – più la contesa si apre a un sistema economico e strategico che la supera. È il movimento conclusivo del volume, Il futuro è sott’acqua, dove il conflitto si dilata fino a comprendere placche tettoniche, giacimenti offshore, basi navali, bandiere di comodo, desalinizzatori, gasdotti e rotte commerciali: Karish e Leviathan, Zohr scoperto da Eni, il triangolo Malta-Cipro-Suez, il corridoio marittimo che dall’Ottocento ha ridisegnato gli equilibri del Mediterraneo.

È il respiro della tradizione geopolitica nella quale Canali lavora da oltre trent’anni come cartografa di Limes. Sapere da dove proviene questo libro è importante perché consente di catalogarlo con precisione, sintesi matura di un osservatorio culturale e analitico di lungo corso.

A chi è utile, allora?

A chi desidera imparare a leggere il territorio come variabile strategica e la carta come costruzione, non come specchio asettico e silente della realtà. In questo senso il volume rappresenta un’eccellente introduzione anche per chi parte da zero. È una scuola di sguardo, un laboratorio di osservazione, più che un’anatomia storico-giuridica del conflitto. Per quest’ultima occorrerà affiancare letture diverse, comprese quelle degli autori che la stessa Canali indica in bibliografia: da Pappé a Shlaim fino a Marzano.

Le mappe sono il pretesto: protagonista è la geografia come metodo di conoscenza.

Carta di Laura Canali – 2026

Le carte come oggetti

Se il primo livello del libro è l’argomentazione, il secondo è la costruzione visiva.

Vale la pena guardare le carte nel loro insieme, come un unico movimento, perché è nella loro successione che il progetto editoriale rivela la sua logica: una discesa dalla superficie, dove abitano i popoli e corrono i confini, fino al fondale di acqua, gas e faglie. È lì, sul tratto, che la cartografia di Laura Canali prende posizione.

Il set si apre e si chiude sulla stessa geografia, il Mediterraneo orientale, con due significati opposti. La prima carta lo incornicia tra due strozzature – il Bosforo in alto, Bab al-Mandab in basso – e ne riempie la costa di giacimenti di gas e simboli nucleari. La legenda d’apertura non parla di popoli: parla di centrali e di siti. L’ultima carta torna esattamente lì, e vi trova solo fondali: Leviathan, Zohr, Karish, le zone economiche contese, il Forum del gas del Mediterraneo orientale. Tra questi due estremi marittimi, la terra fisica, l’acqua, la difesa, Gerusalemme, Cisgiordania, 7 ottobre, Gaza, rifugiati.

Le dieci carte non raccontano il conflitto, comunicano un modo di guardarlo: immergersi in profondità, con la convinzione che più ci si avvicina al fondo più la verità si stabilizza. Il centro di ogni carta lo conferma. In Israele fisico la faglia della Great Rift Valley taglia il foglio in nero pieno: è la spina del territorio, e la terra è rappresentata come un unico corpo – Israele, Cisgiordania, Gaza e Golan, prima e sotto ogni linea politica. Nella carta dell’acqua l’asse è la condotta nazionale; nelle marittime sono i giacimenti. Carta dopo carta, al centro c’è ciò che sostiene il conflitto prima ancora di raccontarlo. L’umano è nominato, ma raramente occupa il centro della scena.

Ed è qui, sul tratto, che la mano prende posizione. Ovunque compaia il confine conteso – nell’acqua, a Gerusalemme, nei rifugiati – la Linea Verde è tracciata ed etichettata “1949”: la linea che le carte israeliane cancellano dal 1967. Accanto, il muro, “costruito” e “in progetto”. È la cartina di tornasole della carta-neutrale/testo-interpretativo. La neutralità di Canali non è assenza di posizione, ma adesione a una convenzione cartografica internazionale: una scelta che si manifesta proprio nel rendere visibile ciò che una delle parti preferisce cancellare.

Le due carte più dense, La Cisgiordania e La Striscia di Gaza, mostrano questo meccanismo in purezza. L’argomento non è ostentato: è affidato alle legende. Le aree A, B e C degli Accordi di Oslo. I governatorati. I “600 blocchi numerati funzionali allo sfollamento della popolazione palestinese”. L’“ex area urbanizzata”. La “Linea gialla”. Il lessico è burocratico; il risultato visivo non lo è. Il bianco palestinese si riduce via via a un arcipelago di isole nel grigio israeliano. La carta non commenta, lascia che siano le categorie ufficiali a costruire il significato.

Laura Canali

Il punto di vista, invece, non è statico. Canali afferma di disegnare lo stesso spazio da prospettive differenti, e l’insieme delle tavole lo conferma. L’Iron Dome osserva il conflitto con l’occhio del difensore; Diluvio al-Aqsa guarda alle comunità israeliane colpite; Gaza e I rifugiati assumono invece la prospettiva dello sfollamento palestinese. Il “per tutti e due” non avviene dentro ciascuna carta, ma tra le carte. È qui che il progetto cerca il suo equilibrio e lascia aperta la domanda decisiva: alternare le prospettive equivale a neutralità, oppure significa accostare due parzialità?

Due dettagli, infine, meritano l’attenzione dell’analista. Il genere segue il soggetto: dove compaiono la terra e le popolazioni la forma è quella della mappa; dove entra in scena la tecnologia difensiva israeliana, il linguaggio diventa quello del diagramma. E parlano anche le scale di grigio. A Gerusalemme gli insediamenti israeliani sono in nero pieno, le località palestinesi in grigio chiaro. Denuncia dell’accerchiamento o gerarchia visiva? In ogni caso, una scelta. Sul foglio il nero non è mai innocente.

Viste insieme, le dieci carte raccontano meno il conflitto che il modo in cui una geografia può ordinarlo. La sequenza è coerente, rigorosa, intellettualmente onesta. Resta però la domanda che la scommessa dell’autrice – avvicinarsi al terreno per renderlo meno opaco – rende inevitabile. Se il percorso conduce sempre più in profondità, fino a lasciare sulla pagina soltanto faglie, gas e rotte, quella discesa ci avvicina davvero alla comprensione della violenza che si consuma in superficie – dove un metro può valere una vita – oppure ci consegna un punto d’osservazione più stabile e, proprio per questo, più distante?

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