DECIDERE NELL’INCERTEZZA. La dimensione civile come fattore strategico nelle operazioni ibride
🇮🇹 Riccardo Pastore e Alice Felli propongono il modello NRAT (Narrative Risk Appraisal Techniques), un prototipo strutturato di supporto decisionale concepito per gli operatori CIMIC (Civil-Military Cooperation) della NATO chiamati ad agire in ambienti ibridi prima che la verifica formale delle informazioni sia completata. Muovendo dal problema del “divario decisionale” tra la velocità di propagazione delle narrative e i tempi dell’analisi istituzionale, il volume introduce un ciclo di valutazione del rischio fondato sul giudizio comparativo ordinale piuttosto che sulla certezza probatoria. Collocato all’interfaccia tra Civil Factor Integration e Civil-Military Interaction, il modello offre un contributo originale alla riflessione sul rapporto tra incertezza, rischio civile e processo decisionale nelle operazioni contemporanee.
🇬🇧 Riccardo Pastore and Alice Felli introduce the NRAT (Narrative Risk Appraisal Techniques) framework, a structured decision-support prototype designed for NATO CIMIC operators required to act in hybrid environments before formal information verification has been completed. Starting from the problem of the “decision gap” between the speed of narrative propagation and the tempo of institutional analytical processes, the volume presents a risk appraisal cycle based on ordinal comparative judgement rather than evidentiary certainty. Positioned at the interface between Civil Factor Integration and Civil-Military Interaction, the model offers an original contribution to the debate on uncertainty, civil risk, and decision-making in contemporary operations.
Come valutare un evento ambiguo quando le informazioni sono incomplete e le conseguenze possono incidere sulla sicurezza del personale, sulla libertà di movimento delle Forze schierate e sul rapporto con la popolazione locale?
Negli ambienti operativi, il tempo è un fattore critico. Non solo perché le operazioni richiedono rapidità d’azione, ma perché la sequenza informazione, percezione, comportamento, impatto si è contratta fino al punto in cui gli effetti di una narrativa possono manifestarsi prima che i processi di analisi/validazione abbiano completato il ciclo. Il problema, dunque, non è solo la velocità degli eventi, ma il disallineamento tra il tempo delle conseguenze e quello di verifica.
Un video diffuso sui social media può raggiungere migliaia di persone in poche ore, orientare la condotta di comunità locali, restringere la capacità di manovra delle Forze armate: tutto questo ben prima che qualsiasi ciclo di Intelligence abbia avuto il tempo di produrre una risposta affidabile.
In questo spazio, che Riccardo Pastore e Alice Felli definiscono “divario decisionale”, si colloca il modello NRAT (Narrative Risk Appraisal Techniques) . Lo studio – presentato nell’aprile scorso al workshop acaCIMICs Vol. 2 del NATO Civil-Military Cooperation Centre of Excellence e pubblicato da SOCINT Press, portale editoriale della Società Italiana di Intelligence – illustra un metodo che identifica un problema, costruisce una risposta e ne dichiara i limiti.

La premessa è apparentemente semplice: il gruppo di analisi CIMIC (Civil-Military Cooperation) si trova, non di rado, a dover prendere decisioni di intervento in condizioni di instabilità. La risposta istintiva – e prudente – è attendere. Ma l’attesa ha un prezzo: mentre le narrative circolano, l’ambiente si adatta, le comunità reagiscono, i costi dell’ingaggio aumentano e la finestra delle opzioni praticabili si restringe. Proteste improvvise, campagne di disinformazione, tensioni intercomunitarie o incidenti apparentemente isolati possono assumere significati diversi a seconda del codice interpretativo adottato. L’errore non consiste soltanto nel formulare una valutazione sbagliata, ma nel non considerare, o sottostimare, le conseguenze che potrebbero derivare da interpretazioni alternative.
La questione è, quindi, se il giudizio – in condizioni di incertezza e pressione – possa costituire una base sufficiente per l’azione prima che il processo di verifica sia ultimato. Gli autori rispondono proponendo uno strumento che non sostituisce l’analisi tradizionale ma ne integra le capacità. Non si tratta di una revisione della dottrina dell’Intelligence, bensì del tentativo di coltivare uno spazio che gli strumenti esistenti non considerano.
Il modello NRAT si organizza in cinque fasi sequenziali/ricorsive: identificazione del segnale narrativo, costruzione di un numero limitato di spiegazioni concorrenti, discriminazione degli indicatori già osservabili da quelli che ci si aspetterebbe di osservare qualora una determinata ipotesi fosse vera, proiezione del rischio attraverso quattro dimensioni operative (libertà di movimento, protezione della forza, legittimità della missione e probabilità di escalation), formulazione di una raccomandazione di ingaggio strutturata. L’intero ciclo è tradotto in una scheda a pagina singola progettata per essere utilizzata dal gruppo di analisi senza richiedere infrastrutture tecnologiche dedicate.
La scelta della scala ordinale – basso, moderato, alto, critico – consente di adattare lo strumento alle condizioni nelle quali deve operare. Quando il tempo è compresso, l’evidenza è incompleta e il confronto tra spiegazioni conta più della stima puntuale, una scala ordinale risulta cognitivamente più efficace di sistemi quantitativi che rischiano di produrre una falsa apparenza di esattezza. Questa consapevolezza distingue l’NRAT da molti impianti analitici che moltiplicano le variabili senza interrogarsi sulla loro effettiva utilità.
La distinzione funzionale tra NRAT e ACH (Analysis of Competing Hypotheses) costituisce uno dei punti più solidi del testo. L’ACH è progettata per selezionare le ipotesi più robuste sulla base delle prove disponibili in condizioni di evidenza accumulata; l’NRAT è progettato per valutare il rischio proiettato in condizioni di evidenza incompleta. Si tratta di strumenti complementari, destinati a operare in fasi differenti del ciclo analitico. Questa precisione concettuale evita una confusione tra piani che, storicamente, rappresenta una delle principali fonti di sopravvalutazione di strumenti metodologicamente fragili.
La scelta dell’incidente di Gossi (Mali, aprile 2022), come caso illustrativo appare pertinente e metodologicamente onesta. L’episodio condensa, infatti, i tratti che definiscono lo spazio problematico dell’NRAT: alta salienza emotiva, propagazione rapida, incertezza di attribuzione e immediate implicazioni comportamentali. La ricostruzione retrospettiva è utile perché, oltre a rendere comprensibile il modello, ne rileva la logica. Mostra come il ciclo analitico avrebbe potuto strutturare il giudizio nelle condizioni iniziali, distinguendo ciò che era osservabile da ciò che sarebbe emerso solo successivamente. Recepite le attribuzioni maturate nel tempo è, infatti, facile sovrastimare ciò che sarebbe stato ragionevolmente inferibile all’inizio della crisi. Il modello deve essere valutato non rispetto alla certezza retrospettiva, ma rispetto alla sua capacità di sostenere decisioni in condizioni di incertezza.
Il posizionamento dell’NRAT all’interno della dottrina NATO CIMIC – specificamente all’interfaccia tra Civil Factor Integration e Civil-Military Interaction – rappresenta una delle scelte più convincenti del lavoro. Gli autori attribuiscono al modello una funzione di integrazione: formalizzare una necessità di ragionamento che esiste già ogni volta che il gruppo di analisi CIMIC deve valutare se una narrativa emergente possa alterare l’ambiente civile prima che la validazione formale sia disponibile. La demarcazione rispetto alle funzioni adiacenti – comunicazione strategica, operazioni informative e analisi di Intelligence propriamente detta – è tracciata nitidamente. Uno strumento che non sa definire ciò che non è raramente riesce a definire con precisione ciò che è.
Merita, inoltre, attenzione la scelta di includere nella base bibliografica contributi della tradizione italiana dell’analisi Intelligence – Conio, Lapi, Teti, Rodoquino – insieme a richiami espliciti alle pubblicazioni del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e ai volumi curati da Mario Caligiuri, presidente SOCINT, per Rubbettino. Una scelta che indica un posizionamento intellettuale volto a costruire un dialogo tra la tradizione analitica NATO, prevalentemente anglofona, e le elaborazioni sviluppate negli studi italiani sull’Intelligence. Per una pubblicazione che porta il nome SOCINT e che è stata presentata in un contesto NATO, questo ponte rappresenta un contributo culturale che va oltre il merito squisitamente tecnico del modello.
Il testo identifica con rigore, senza mai eluderli, i suoi limiti: dipendenza dalla qualità degli elementi informativi disponibili, variabilità del giudizio tra gruppi di analisi differenti, difficoltà di applicazione in scenari caratterizzati da segnali multipli simultanei e assenza di una validazione empirica sistematica. Ciò che rimane sullo sfondo – e che rappresenta più un territorio di sviluppo che una lacuna – riguarda il peso delle variabili culturali nella lettura del rischio narrativo. Contesti come il Sahel, nei quali dinamiche tribali, religiose ed etniche influenzano la ricezione delle narrative, pongono inevitabilmente la questione di come calibrare il giudizio comparativo quando la grammatica culturale locale è soltanto parzialmente accessibile al gruppo di analisi dispiegato. Analogamente, il ruolo degli attori umanitari internazionali come possibili variabili di mediazione nelle dinamiche di escalation narrativa rimane un campo poco esplorato. Interrogativi che il testo contribuisce a mettere a fuoco.
Nella letteratura operativa e accademica sulla guerra ibrida e sulla cooperazione civile-militare proliferano impianti concettuali che descrivono la complessità senza fornire strumenti concreti per affrontarla. L’NRAT percorre una strada diversa. Propone uno strumento agile, trasferibile, applicabile senza infrastrutture tecnologiche dedicate, fondato su basi teoriche solide e accompagnato da una chiara consapevolezza dei limiti. La sua proposizione centrale – che il giudizio strutturato in condizioni di incertezza costituisca una capacità operativa sviluppabile e addestrabile all’interno della funzione CIMIC – sposta l’attenzione dalla domanda “come ottenere più informazioni prima di agire” alla domanda “come agire meglio con le informazioni disponibili”. Un passaggio coerente con le esigenze degli ambienti operativi, caratterizzati da elevata velocità informativa e persistente ambiguità.
In conclusione, il lavoro di Pastore e Felli suggerisce che la complessità, pur non potendo essere eliminata, può essere compresa; così come l’incertezza, pur non potendo essere annullata, può essere governata.
Resta però aperta una domanda: in un ambiente operativo nel quale le narrative producono effetti prima che la loro origine possa essere attribuita con certezza, e nel quale l’intelligenza artificiale sta già modificando velocità e scala della produzione informativa, quale nucleo minimo di capacità analitica deve essere preservato dall’elemento umano?
In altre parole, quale struttura di giudizio deve continuare ad appartenere agli analisti affinché essi rimangano il “centro di gravità permanente” del processo decisionale e non soltanto il suo livello finale di validazione?

