La tribù e il confine. Evoluzione umana, identità e resilienza nell’era ibrida
🇮🇹 La guerra non nasce soltanto dalla politica. Le sue radici affondano in dinamiche evolutive che, da centinaia di migliaia di anni, modellano il rapporto tra cooperazione, appartenenza e mobilità. Comprendere questa tensione significa dotare l’analisi Intelligence di una chiave interpretativa per leggere conflitti, migrazioni, polarizzazione e guerra cognitiva.
🇬🇧 War does not originate in politics alone. Its roots run deep into evolutionary dynamics that have shaped the relationship between cooperation, belonging and mobility for hundreds of thousands of years. Understanding this tension means equipping Intelligence analysis with an interpretive key for reading conflicts, migration, polarisation and cognitive warfare.

L’oscillazione tra appartenenza e mobilità accompagna la storia della specie umana fin dalle origini. La prima costruisce alleanze, confini simbolici, identità condivise. La seconda polverizza stabilità, apre spazi, impone adattamento. In questa tensione si collocano tanto le dinamiche evolutive quanto i fenomeni che occupano l’agenda dell’Intelligence: guerre cognitive, migrazioni, radicalizzazione e resilienza delle società democratiche. Fenomeni che non possono essere compresi solo attraverso le categorie geopolitiche o sociologiche convenzionali.
Biologia evolutiva, paleoantropologia e neuroscienze cognitive offrono strumenti interpretativi per leggere la persistenza di schemi ricorrenti: coesione sotto pressione esterna, ostilità verso l’estraneo, mobilitazione identitaria, percezione di asimmetria della minaccia.

Non si tratta di naturalizzare la guerra, né di inscrivere il conflitto in una supposta essenza biologica dell’umano. Al contrario, come osserva Telmo Pievani, la risposta alla domanda se la guerra sia “naturale” non è mai binaria. È probabilistica, situata, storicamente condizionata. E, tuttavia, esistono predisposizioni che attraversano la storia della specie e contribuiscono a modellare la forma dei conflitti.
Samuel Bowles ha mostrato come la competizione tra gruppi possa aver favorito l’evoluzione della cooperazione interna, rafforzando la solidarietà sociale in contesti di minaccia esterna. Richard Wrangham ha sintetizzato questa dinamica nel paradosso della bontà: la stessa specie capace di straordinario altruismo può esprimere aggressività letale intrgruppo. Charles Darwin aveva già intuito questa ambivalenza, successivamente deformata nelle interpretazioni ideologiche del darwinismo sociale. Antonello La Vergata ha ricostruito, con precisione questo slittamento concettuale che ha finito per legittimare la guerra come forma di “igiene della specie”. In questa prospettiva, la guerra ha smesso di essere un adattamento rischioso e costoso per trasformarsi in uno strumento di progresso biologico, una sorta di enhancement selettivo in aperto contrasto con quanto sostenuto dalla moderna biologia evolutiva.

Wrangham distingue tra violenza reattiva e violenza proattiva. La prima è impulsiva, connessa alla percezione immediata della minaccia; la seconda è, invece, pianificata, collettiva, orientata a uno scopo e nasce da valutazioni costi-benefici che includono la percezione di un vantaggio strategico. L’invasione russa dell’Ucraina del 2022 può essere collocata in questo perimetro, come esito di una costruzione narrativa progressiva: negazione dell’identità politica ucraina, elaborazione ideologica del “mondo russo”, retorica della protezione dei connazionali e progressiva disumanizzazione dell’élite politica avversaria. Tali elementi non spiegano il conflitto, ma contribuiscono a creare le condizioni cognitive e simboliche della sua accettabilità. Le dinamiche di coesione interna sotto pressione esterna, ampiamente descritte nella letteratura evolutiva, si sono attivate su entrambi i lati del conflitto, producendo effetti simmetrici di rafforzamento identitario. La Relazione al Parlamento 2026 del DIS ha evidenziato come la dimensione ibrida del conflitto abbia trovato nella sfera informativa uno dei suoi principali moltiplicatori.

Le neuroscienze cognitive offrono un ulteriore livello di lettura.
I processi di categorizzazione sociale avvengono in tempi estremamente rapidi, spesso mediati da strutture limbiche come l’amigdala, che rispondono in modo prioritario agli stimoli potenzialmente minacciosi. Solo in una fase successiva intervengono le aree prefrontali, deputate alla valutazione contestuale e alla modulazione dell’impulso iniziale. Questo modello, a doppio stadio, non implica determinismo comportamentale, ma evidenzia una dissimmetria funzionale: la percezione precede la razionalizzazione. In questo spazio intermedio si inseriscono le operazioni di influenza. Il sistema dei neuroni specchio, identificato da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia, aggiunge un ulteriore elemento: la capacità di simulazione incarnata delle intenzioni altrui costituisce la base neurobiologica dell’empatia, ma anche della possibilità di manipolazione percettiva. La stessa architettura cognitiva che rende possibile la comprensione consente anche la sua distorsione simbolica. Le moderne campagne di influenza agiscono proprio su questo livello: amplificano le categorie identitarie, riducono la complessità dell’altro e accelerano la formazione di giudizi affettivi prima della valutazione razionale. Non è la disinformazione in senso stretto a risultare decisiva, ma la capacità di attivare schemi cognitivi preesistenti.

Un dato paleoantropologico consente di relativizzare ulteriormente la questione.
I siti di Nataruk in Kenya e di Jebel Sahaba in Sudan – datati rispettivamente a circa 10/13 mila anni fa – costituiscono le prime evidenze archeologiche di guerra su scala di gruppo. Eppure, il genere Homo esiste da oltre 2 milioni di anni e Homo sapiens da circa 300 mila. Questo scarto temporale – lo spiega Gianluca Sadun Bordoni – suggerisce che la guerra non sia una costante biologica della specie, ma una configurazione relativamente recente, probabilmente legata alla sedentarizzazione, alla pressione demografica e alla proprietà delle risorse.
Se la guerra è un fenomeno storicamente emergente, la mobilità rappresenta invece una costante della storia umana. Le migrazioni hanno accompagnato l’intera storia del genere Homo. La prima uscita dall’Africa risale a circa 2 milioni di anni fa con Homo ergaster. Una seconda grande dispersione si ebbe con il collo di bottiglia climatico, circa 900 mila anni fa, quando le popolazioni umane subirono una contrazione superiore al 98%. Fu in quel contesto che Homo heidelbergensis si diffuse in Eurasia, dando origine alle popolazioni da cui sarebbero poi emersi Neanderthal e Denisoviani. La terza grande diaspora, quella di Homo sapiens, ebbe inizio circa 130 mila anni fa e portò la nostra specie a colonizzare progressivamente tutti i continenti abitabili. Telmo Pievani e Giuseppe Remuzzi mostrano come la mobilità umana rappresenti uno dei principali motori dell’adattamento.

La storia evolutiva della nostra specie non è caratterizzata soltanto dalla competizione ma anche da cooperazione e ibridazione. “Fare la guerra non è naturale”, osserva Pievani e, soprattutto, “la guerra non è scritta nel nostro DNA”. Eppure, la memoria collettiva suggerisce che la biologia non esaurisce la questione, come rammenta il proverbio abcaso:“Il sangue non invecchia” . La cultura conserva – e trasmette – ciò che i geni non codificano. Homo sapiens non ha sostituito le altre specie umane: si è incrociato con esse. Le tracce genetiche neanderthaliane e denisoviane, presenti nelle popolazioni contemporanee, indicano una lunga storia di contatti e mescolanze. L’identità biologica della specie è, per definizione, porosa. Una porosità che si riflette anche nello spazio geopolitico contemporaneo.
L’Eurasia – vasta piattaforma che ha favorito la diffusione di popolazioni, tecnologie e culture – continua a rappresentare il principale spazio di competizione tra grandi potenze. Analogamente, le rotte artiche, percorse dai progenitori delle popolazioni amerinde, sono oggi al centro di crescenti interessi geopolitici legati alle risorse subpolari e alle nuove vie di comunicazione.

Da questa ricostruzione emerge una tensione strutturale: la specie umana è contemporaneamente orientata alla coesione interna e alla mobilità esterna. Appartenenza ed esplorazione non sono alternative, ma dimensioni complementari di una stessa architettura evolutiva. La loro prevalenza dipende dalle condizioni ambientali, sociali e politiche che caratterizzano un determinato contesto.
In questo spazio si collocano tre domini critici.
Il primo riguarda la valutazione della minaccia. Il conflitto tende a manifestarsi quando un attore – Stato, organizzazione, movimento – percepisce un’asimmetria favorevole rispetto all’avversario. Monitorare i segnali che alimentano questa percezione – dall’accumulo di capacità militari alla mobilitazione identitaria, fino all’erosione della deterrenza – significa osservare alcuni dei principali indicatori di rischio.


La nozione di asimmetria include oggi anche la capacità di adattamento tecnologico: come osserva l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – presidente del Comitato militare NATO – la superiorità non dipende più esclusivamente dal possesso di piattaforme avanzate, ma dalla velocità con cui sistemi, procedure e dottrine vengono aggiornati. La rapidità di adattamento può compensare svantaggi numerici e modificare radicalmente gli equilibri operativi. Lo stesso principio vale per la logistica. La resilienza delle filiere industriali – intesa come la capacità di produrre, riparare, rigenerare mezzi e risorse nel tempo – costituisce un fattore determinante per sostenere uno sforzo prolungato. Valutare la robustezza logistica di un attore equivale, quindi, a misurarne la capacità di resistenza strategica.

Il secondo dominio è quello della guerra cognitiva. Le campagne di influenza più sofisticate sfruttano predisposizioni cognitive profonde, attivando dinamiche identitarie e percezioni di minaccia prima che intervenga la valutazione razionale. Comprendere questa “regola aurea” neurobiologica consente di interpretare la vulnerabilità informativa non come semplice carenza culturale, ma come caratteristica strutturale della specie. La stessa architettura cognitiva può operare negli ecosistemi relazionali digitali. Chi padroneggia strumenti d’influenza senza padroneggiare sé stesso tende a impiegarli di default, anche in assenza di un avversario. La minaccia, in questi casi, non viene dall’esterno ma dalla promiscuità tra competenza operativa e deficit di autoregolazione. Il conflitto mediorientale, successivo al 7 ottobre 2023, ha mostrato come le piattaforme digitali possano trasferire il conflitto dal piano fisico a quello cognitivo. In molte società occidentali, la selezione emotiva delle informazioni ha prodotto forme di polarizzazione che hanno replicato simbolicamente il conflitto all’interno delle comunità osservatrici.

La Relazione del DIS evidenzia, inoltre, un’evoluzione significativa delle tecniche di manipolazione informativa. Alla disinformazione, basata sulla falsificazione dei fatti, si affianca la misinformazione, disinformazione non intenzionale e, sempre più spesso, la malinformazione, reale ma decontestualizzata usata come arma per orientare interpretazioni divergenti. Una strategia particolarmente efficace perché non sostituisce la realtà, ma la riconfigura. Il Non-paper del Ministero della Difesa, dedicato alla guerra ibrida, individua con chiarezza l’obiettivo di queste operazioni: alimentare incertezza, sfiducia e paura. Sul piano neurocognitivo, la percezione del pericolo può produrre effetti rilevanti anche in assenza di una minaccia immediatamente verificabile. La Strategia della Difesa in materia di IA sottolinea come il rispetto di vincoli etici più rigorosi possa generare asimmetrie operative rispetto ad attori che non condividono gli stessi limiti. In questo contesto assume particolare rilevanza il pre-bunking, ossia l’anticipazione preventiva delle narrative ostili prima della loro diffusione, indicato da Cavo Dragone come uno degli strumenti più promettenti per rafforzare la resilienza cognitiva.

Il terzo dominio riguarda le migrazioni, fenomeno – sempre più alimentato da fattori climatici, demografici ed economici – inserito in una lunga storia adattiva che accompagna il genere Homo da milioni di anni. Considerarle esclusivamente come emergenze securitarie rischia di produrre analisi incomplete e incapaci di coglierne le cause profonde. La tensione tra appartenenza e mobilità richiede risposte che coinvolgano l’intero sistema sociale. In questo senso risulta particolarmente utile il contributo teorico di Edward O. Wilson: la capacità di cooperare su larga scala attraverso istituzioni, identità condivise e divisione del lavoro costituisce uno dei principali vantaggi adattivi della nostra specie. Alleanze, sistemi educativi e narrazioni collettive fondate su valori condivisi non rappresentano semplici costruzioni culturali, ma espressioni di una capacità cooperativa sviluppata nel corso dell’evoluzione. Un ecosistema cognitivo coeso riduce la vulnerabilità alle operazioni di influenza; uno frammentato ne amplia le opportunità.
Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes offre un’indicazione significativa: le Forze Armate godono di livelli di fiducia superiori al 70%, ma una parte consistente della popolazione continua a percepire la spesa per la Difesa come un costo piuttosto che come un investimento. Si tratta di una dissociazione che riflette difficoltà più profonde nella costruzione di un linguaggio pubblico condiviso. Come osserva il generale Massimo Panizzi, la sovrapposizione semantica tra concetti distinti – Difesa, riarmo, militarizzazione e guerra – rende spesso impossibile un confronto razionale. La vulnerabilità cognitiva può essere alimentata anche dall’interno. Negli ecosistemi digitali la combinazione tra capacità di influenza, dinamiche algoritmiche e ridotta autoregolazione tende, infatti, ad amplificare polarizzazione e conflittualità, anche in assenza di interferenze esterne.

Un’attenzione particolare merita il trasferimento del tribalismo negli ambienti digitali. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a favorire comunità omogenee, rafforzando meccanismi di conferma reciproca e accentuando la distinzione tra gruppi. Le cosiddette tribù digitali amplificano la polarizzazione e offrono un terreno favorevole alle operazioni di influenza.

Le interferenze documentate nei processi politici occidentali mostrano come molti attori ostili non puntino tanto a persuadere quanto a dividere. L’obiettivo è amplificare fratture esistenti, trasformando la pluralità democratica in una vulnerabilità strategica. A questa dinamica si aggiunge quanto osservato da Giovanni Boccia Artieri sulla diffusione di una cultura digitale orientata alla pedagogia del sospetto, caratterizzata da una costante ricerca di retroscena, omissioni e interpretazioni alternative. Una predisposizione che può favorire tanto la partecipazione critica quanto la propagazione di disinformazione e teorie del complotto.
Particolarmente rilevante è, infine, il coinvolgimento di soggetti sempre più giovani nei processi di radicalizzazione online. La Relazione del DIS segnala un progressivo abbassamento dell’età media dei soggetti coinvolti. In queste fasce d’età, la maturazione delle aree prefrontali – responsabili della valutazione critica – non è ancora completata, aumentando la vulnerabilità alle dinamiche di manipolazione algoritmica.

La centralità della resilienza è ormai riconosciuta anche sul piano istituzionale. A partire dal Vertice NATO di Varsavia del 2016, il suo rafforzamento è diventato un pilastro della sicurezza collettiva. Il Chief Scientist Research Report on Resilience della NATO Science & Technology Organization sviluppa questa impostazione attraverso un approccio whole-of-society che considera la coesione sociale un prodotto dell’interazione tra istituzioni, infrastrutture, economia, sistema educativo e spazio informativo: non solo un obiettivo politico, ma una vera e propria capacità strategica. Una logica coerente con quanto la prospettiva evolutiva osserva a livello di specie: la cooperazione come risposta adattiva alle pressioni esterne. Questa prospettiva non offre una teoria deterministica del conflitto. Offre, piuttosto, una mappa delle predisposizioni, delle fragilità e delle capacità adattive che accompagnano la specie umana fin dalle sue origini.
Tribalismo e mobilità, cooperazione e competizione, apertura e chiusura non sono anomalie storiche, ma componenti permanenti del nostro scheletro cognitivo e sociale, il codice attraverso il quale decrittiamo le realtà e abitiamo il mondo.
Comprendere come queste forze si attivino, si bilancino o si distorcano significa raffinare/potenziare la capacità di interpretazione.
L’Intelligence, in questo senso, non osserva soltanto le azioni degli attori, ma le condizioni cognitive e sistemiche che rendono possibili tali azioni.

porta a vanificare il principio su cui si incardina un ragionamento, una riflessione, una opinione, dunque la libertà“.
Paolo Crepet

