ApprofondimentoIn EvidenzaNotiziePremio Cossiga

Premio “FRANCESCO COSSIGA PER L’INTELLIGENCE”. La sesta edizione alla memoria dell’Ammiraglio FULVIO MARTINI

La Giuria del Premio “Francesco Cossiga per l’Intelligence”, presieduta da Gianni Letta e composta dai vicepresidenti Giuseppe Cossiga e Mario Caligiuri, ha assegnato la sesta edizione del riconoscimento alla memoria dell’Ammiraglio di Squadra Fulvio Martini, direttore del SISMI dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991. Il Premio, promosso dalla Società Italiana di Intelligence, viene conferito a personalità che abbiano contribuito in modo determinante alla divulgazione della cultura dell’Intelligence nel Paese. La cerimonia di consegna agli eredi si terrà a Roma, alla Camera dei Deputati, nel gennaio 2026.

“Nel complesso i miei rapporti con il Palazzo sono stati buoni. Le difficoltà, quando ci sono state, sono sorte perché i nostri politici in generale non sanno gestire i Servizi”.
F. Martini, Per Aspera Ad Veritatem n.15

Fulvio Martini, nato a Trieste nel 1923, formò la propria esperienza quasi interamente nel comparto informativo della Marina e dei Servizi. Nei primi anni Sessanta, incaricato di monitorare il traffico sovietico nel Mediterraneo, acquisì documentazione fotografica su componenti missilistici diretti a Cuba, fornendo un contributo probante nella fase più critica della crisi. L’episodio segnò l’inizio di un profilo operativo in cui raccolta, analisi e decisione costituivano un continuum.

Dopo l’esperienza al SID e un breve ritorno a incarichi operativi in Marina, nel 1984 fu chiamato a dirigere il SISMI. Il suo mandato coincise con una fase di forte instabilità internazionale e di ridefinizione degli equilibri mediterranei. Nella gestione del sequestro dell’Achille Lauro e della crisi di Sigonella emerse un metodo improntato al controllo politico-strategico dell’azione operativa e alla difesa della sovranità decisionale italiana.

La cifra più significativa della direzione Martini si manifestò nelle operazioni condotte lontano dall’esposizione pubblica. Durante la transizione tunisina, a fronte della pretesa francese di esclusiva influenza, il Servizio italiano operò autonomamente per favorire un avvicendamento coerente con gli interessi nazionali nel Mediterraneo centrale. L’azione, condotta in totale riservatezza, rese evidente una dottrina che non negava le alleanze ma ne rifiutava l’automatismo.

Per Martini, l’autonomia dell’Intelligence era condizione primaria per tutelare l’interesse nazionale, soprattutto in un’area in cui la prossimità geografica e la conoscenza delle dinamiche locali rappresentavano un vantaggio informativo non delegabile. Da qui l’attenzione a rapporti diretti con gli attori regionali e il rifiuto di una subordinazione implicita a Servizi più influenti ma meno aderenti al contesto.

In questa prospettiva si colloca il riassetto dei rapporti con Israele. Martini comprese che una relazione strutturata con l’Intelligence israeliana era essenziale per decodificare i processi di destabilizzazione mediorientale. Il cosiddetto Lodo Moro non fu, nella sua lettura, una concessione politica, ma uno strumento di analisi volto a penetrare le logiche della galassia palestinese e a prevenire minacce sul territorio nazionale.

La visione di Martini si estese oltre la fine della Guerra Fredda. Anticipò la trasformazione dell’Est europeo in senso nazional-capitalistico e intravide l’ascesa della Cina come potenza continentale capace di utilizzare il capitalismo come leva strategica. In parallelo, individuò nuove aree di intervento per l’Intelligence: sicurezza economico-finanziaria, protezione delle infrastrutture critiche, influenza informativa e conflitto cognitivo.

Sul piano istituzionale, espresse riserve sulla separazione tra Servizi e sulla perdita della tradizione militare come fattore di responsabilità e disciplina. Considerava infondato il concetto di “servizio deviato” applicato a un’intera struttura e sottolineava la necessità di un equilibrio tra segretezza operativa e controllo democratico. In occasione della vicenda Gladio, propose strumenti giuridici specifici per tutelare operatori e archivi senza sottrarre il Servizio alla legittimazione istituzionale.

Il metodo Martini rifiutava la dicotomia tra analisi e operazioni: l’una verificava l’altra. L’Intelligence, nella sua concezione, non si limitava alla raccolta di informazioni per restituire al decisore, ma partecipava alla costruzione della risoluzione politica, contribuendo a definire il perimetro stesso dell’azione estera.

Fulvio Martini morì a Roma nel 2003. Il Premio “Francesco Cossiga per l’Intelligence” ne riconosce oggi l’eredità strategica: un modello di Servizio fondato su visione, autonomia responsabile e primato dell’interesse nazionale. Un riferimento essenziale per comprendere cosa significhi, in termini operativi, servire lo Stato attraverso l’intelligence.

About Author