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INTELLIGENCE e PEDAGOGIA della SICUREZZA nel QUINTO DOMINIO

Le guerre contemporanee non si combattono esclusivamente con la forza militare, si giocano sulla scacchiera dell’informazione. La gestione dei flussi cognitivi, la capacità di anticipare, orientare e manipolare, costituisce oggi il discrimine di potenza. In questo perimetro, la sicurezza digitale coincide con la sicurezza nazionale. E’ quanto dichiara, in sintesi, Mario Caligiuri – presidente della Società Italiana di Intelligence e ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria – intervistato da Emiliano Morrone.

La trasformazione in atto, precisa Caligiuri, non è quantitativa ma strutturale.

L’Intelligence non opera più come funzione di supporto al decisore politico; ne diventa la condizione di possibilità. Non informa la decisione, ne garantisce l’esistenza in un ambiente caratterizzato da continuità della minaccia, opacità dell’attribuzione e accelerazione sistemica. Il tempo dell’Intelligence, dunque, non ha più carattere di occasionalità ma si dilata, diviene perpetuo.

La costituzione di architetture dedicate alla cybersicurezza e l’integrazione del dominio cibernetico nelle strutture militari e di comando indicano questo passaggio. Il cyber non è un nuovo campo operativo, è la dimensione che li attraversa tutti. La protezione delle infrastrutture critiche, la difesa dei flussi informativi e la capacità di previsione assumono una centralità paragonabile, se non superiore, a quella tradizionalmente attribuita alla forza armata. In tale prospettiva, la sovranità non si misura soltanto in termini territoriali o militari, bensì nella capacità di governare la conoscenza. L’informazione, da risorsa riservata agli Stati, si è trasformata in un bene diffuso, mobile e strutturalmente instabile. La promessa emancipativa della società dell’informazione convive con la sua funzione di dominio. L’asimmetria cognitiva diventa il principale fattore di vulnerabilità.

È qui che emerge un nodo decisivo: la crisi della politica come effetto della crisi della conoscenza. La democrazia, ridotta a procedura formale, perde la capacità di controllo. Il discernimento si indebolisce, la responsabilità si dissolve, la decisione si sposta altrove. In questo vuoto funzionale, l’Intelligence assume il ruolo di presidio della continuità statale. Non per vocazione tecnocratica, ma per necessità sistemica.

La vulnerabilità cognitiva non fa sconti, attraversa la società intera.

L’analfabetismo funzionale – analogico prima ancora che digitale – compromette la possibilità di comprendere la complessità, di attivare la capacità selettiva e conseguentemente di ridurre il caos. Senza competenze, il dominio dell’informazione diventa inaccessibile e la cittadinanza perde consistenza. La sicurezza, in questo senso, non è più scindibile dalla formazione.

Le piattaforme digitali agiscono, di fatto, come attori geopolitici. Dispongono di dati, numeri, infrastrutture. Definiscono l’agenda, modellano le percezioni, orientano il consenso. La geopolitica si ristruttura attorno a sistemi algoritmici proprietari. L’Europa, priva di sovranità tecnologica compiuta – ma dotata di un numero considerevole di consumatori – mostra una debolezza politica che precede quella economica. Senza autonomia digitale, la libertà resta formale.

L’intelligenza artificiale amplifica ulteriormente questa dinamica. È un moltiplicatore di potenza cognitiva e, insieme, di rischio sistemico. La diplomazia incorpora stabilmente la dimensione Intelligence; la sicurezza diventa categoria politica primaria. In una società segnata dall’incertezza, le istituzioni sono chiamate ad adattarsi o a perdere smalto e rilevanza.

L’educazione emerge quindi come infrastruttura strategica. Non come risposta morale, ma come condizione funzionale. Senza capacità di leggere, scrivere, interpretare, filtrare – dunque scegliere la qualità sulla quantità – nessun cittadino può abitare il mondo digitale, né resistere alla manipolazione.

Si investe nel potenziamento della tecnologia, ma si trascura l’accrescimento e la valorizzazione della mente umana, sottostimando che la difesa della democrazia non passa solo dal controllo, ma dalla restituzione di dignità alla conoscenza e alla competenza.

Se la verità si dissolve, resta l’asimmetria.

E dove l’asimmetria è permanente, la sovranità si riduce a simulazione.

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