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VIOLENZA GIOVANILE e GUERRA COGNITIVA: dall’ILIADE all’INTELLIGENCE

Milano, 19 ottobre. La lezione di Cristina Dell’Acqua – docente di greco e latino al Collegio San Carlo e di Attualità della cultura classica all’Università IULM – si è appena conclusa quando gli assistenti di sala invitano studenti e cittadini a lasciare l’Auditorium e raggiungere l’uscita. In città circolano allarmi su nuovi disordini. Il fine settimana ha lasciato saccheggi e devastazioni: le autorità riferiscono di centinaia di persone accompagnate in questura, in larga parte minorenni. La protesta raccoglie rivendicazioni diverse, dal costo della vita alle condizioni dell’istruzione, fino all’incertezza del futuro. Nelle stesse ore, il dibattito sulla sicurezza richiama l’attenzione sul ruolo dei social network e delle piattaforme digitali nell’orientamento dell’opinione pubblica e nella diffusione di modelli di comportamento in conflitto con i principi democratici.

Il rapporto tra disagio e influenza pone una questione determinante: dove finisce l’emulazione e dove comincia la manipolazione? Quando il malcontento diventa terreno d’azione per un attore esterno? E come distinguere una minaccia documentata da un’ipotesi ancora da verificare?

È qui che il mito torna a parlarci.

“È ai Greci che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza e della confusione della nostra epoca“: Dell’Acqua richiama una riflessione di Virginia Woolf. Tornare al mondo antico non per sottrarsi al presente, ma per decifrarlo e, nei casi più felici, comprenderlo.

Achille è l’uomo che oltraggia il cadavere di Ettore, trascinandolo nella polvere; ma è anche colui che accoglie Priamo nella propria tenda e gli restituisce il corpo del figlio. Nella distanza fra queste due figure si misura la complessità dell’eroe omerico: la forza non coincide con la capacità di governarla. La tradizione assegna un ruolo determinante alla formazione ricevuta da Chirone, centauro buono maestro di eroi. Il suo insegnamento comprende l’addestramento fisico, ma anche la musica e le arti, attraverso cui si coltivano sensibilità, equilibrio, armonia. L’educazione non può limitarsi a rendere il corpo performante: deve forgiare l’animo, aprire la mente e ispirare il cuore. Proteggersi significa riconoscere il pericolo, valutarlo e, quando possibile, evitarlo. L’obiettivo non è, dunque, imparare a esercitare violenza, ma acquisire strumenti per non subirla e non esserne governati.

La capacità di orientare valori, aspirazioni e visioni del mondo investe direttamente la funzione pedagogica: quali figure, ambienti e sistemi di riconoscimento contribuiscono oggi a formare i giovani?

Famiglia, scuola, istituzioni e comunità sono chiamate a interrogarsi sulla capacità educativa, senza presumere che ogni comportamento violento derivi da un vuoto formativo o da un condizionamento esterno. La questione investe anche gli ambienti digitali. Informazione, intrattenimento, desiderio e appartenenza transitano sugli stessi canali; ripetizione e visibilità possono trasformare una condotta in un modello imitabile. Chirone, oggi, dovrebbe poter abitare anche questi spazi. Non basta moderare i contenuti: occorrono capacità critica, alfabetizzazione mediatica e relazioni educative credibili. Servono luoghi in cui i ragazzi possano sperimentare riconoscimento e appartenenza: scuole aperte, sport accessibile, laboratori artistici, educatori presenti.

La prevenzione comincia prima che una condotta diventi una minaccia. Per questo l’educazione è anche un presidio di sicurezza democratica.

Nel suo Encomio di Elena, Gorgia definisce la parola un grande signore: invisibile e minuta, è capace di produrre effetti straordinari sull’animo. La paragona a un farmaco, in grado di agire in modi diversi su chi lo assume. È una riflessione antica sulla potenza della persuasione. Gorgia costruisce la difesa di Elena attraverso quattro possibili cause della sua condotta: il volere divino, la costrizione, la persuasione e l’amore. In ciascun caso, sposta l’attenzione dalla colpa individuale alle forze che possono aver determinato l’azione. Se i giovani subiscono l’influenza di messaggi e modelli esterni, in quale misura sono condizionati? E quale responsabilità resta loro? La risposta non può essere ostinatamente binaria: riconoscere l’influenza dell’ambiente non cancella la responsabilità individuale, così come attribuire una colpa non esonera dal ricostruire le condizioni che favoriscono il comportamento.

La persuasione non è necessariamente inganno. Nel mondo greco – ha ricordato Dell’Acqua – Peitho (Πειθώ) appartiene anche alla sfera della fiducia e della relazione. Un messaggio acquista forza tanto per ciò che afferma, quanto per la credibilità di chi lo trasmette, per il gruppo che lo riconosce e per i bisogni a cui sembra rispondere.

L’analisi della comunicazione incontra così quella dell’Intelligence: occorre capire come un messaggio viene recepito, chi lo rilancia e in quali circostanze un gesto individuale muta in modello collettivo. Non basta ricostruire la dinamica operativa: serve comprendere le condizioni sociali e relazionali che rendono persuasiva un’influenza.

Nell’Iliade, Ettore non può sottrarsi alla battaglia senza temere la vergogna, aidṓs (Αἰδώς) davanti ai Troiani: l’onore, timè (τιμή), dipende in larga parte dal riconoscimento della comunità. L’identità dell’eroe si costruisce nello sguardo altrui. Eric R. Dodds interpreta la civiltà omerica come una cultura della vergogna, distinguendola dalla cultura della colpa delle società successive. Nell’ambiente digitale, il riconoscimento assume una “forma altra”: visualizzazioni, condivisioni e reazioni rendono pubblica e misurabile la reputazione. Quando la violenza è agita anche per essere filmata e diffusa, il gesto acquista valore anche per la visibilità che produce. L’atto non si esaurisce nell’azione: prosegue nella rappresentazione, nell’emulazione e nella risposta del pubblico. L’onore omerico diventa, per analogia, reputazione algoritmica. Ma la differenza conta: nella comunità eroica il riconoscimento dipende da codici condivisi; sulle piattaforme, la visibilità è mediata da sistemi di raccomandazione che possono favorire contenuti estremi perché capaci di trattenere l’attenzione. Quindi, pur senza attribuire agli algoritmi la responsabilità della violenza, occorre riconoscere che l’ambiente comunicativo incide sugli incentivi, sulla diffusione e sul significato sociale dei comportamenti.

Nella versione di Euripide, Elena non arriva a Troia: Greci e Troiani combattono per un simulacro: è l’immagine che Anne Carson riprende nel suo Era una nuvola (Crocetti Editore, 2021). Dopo gli scontri di Milano, secondo le segnalazioni, nelle chat circolano allarmi su incendi, aggressioni e ronde contro gli stranieri. La loro diffusione alimenta paura e reazioni a catena. La teoria dei sistemi complessi aiuta a comprendere come dinamiche collettive possano emergere dalle interazioni individuali. La possibilità di interventi organizzati resta, ad oggi, da verificare.

Un primo elemento è però giunto giovedì 22 ottobre, dall’audizione del direttore dell’Aisi Bruno Valensise, al Copasir. Secondo le ricostruzioni di stampa, dietro gli assalti del 17 ottobre ci sarebbe stata un’operazione organizzata, senza che al momento emergano prove di una regia straniera: qualcuno avrebbe intercettato la rabbia e raggiunto profili precisi con appelli sui social e volantini generati dall’IA, ogni volta diversi, secondo uno schema già osservato a Ceuta e Melilla. Il Corriere della Sera ha documentato un frammento di una chat Telegram scomparsa domenica sera. Il malcontento che diventa desiderio di possesso. Innesco organizzato e dinamica spontanea non si escludono: resta il rischio che nei nuovi cortei, previsti nelle prossime ore, si inseriscano gruppi più strutturati.

Umberto Saccone, docente Luiss ed ex Sismi, ha proposto di rafforzare l’intelligence e il monitoraggio delle fonti aperte per individuare in anticipo criticità e segnali di violenza. Il monitoraggio degli ambienti digitali, nel rispetto dei diritti e delle garanzie democratiche, deve tenere insieme ascolto e sicurezza. Ma una misura necessaria non è, da sola, sufficiente. L’Intelligence deve captare segnali, reti e possibili minacce; le istituzioni educative devono comprendere linguaggi, bisogni e modelli di appartenenza; la politica deve distinguere il dissenso dalla violenza e la vulnerabilità dalla colpa.

Nell’Iliade, tutti scrutano Elena: gli anziani dalle mura, i guerrieri sul campo, gli uomini che se la contendono. Ettore, invece, le rivolge parole di riguardo e non la tratta come la causa esclusiva della guerra. In quel gesto, la figura osservata riacquista una dimensione umana, oltre la funzione simbolica che gli altri le attribuiscono.

Cristina Dell’Acqua, IULM Open Mind
Il dono del mito: quello che gli antichi sapevano di noi

Prima di tornare in battaglia, Ettore – che è soldato, marito e padre – si toglie l’elmo perché il figlio non abbia timore di lui. Per un istante, anche l’eroe interrompe la propria rappresentazione pubblica e si rende accessibile allo sguardo di un bambino. La scena ricorda che nessuna comunità si costruisce soltanto attraverso il controllo dei comportamenti: ha bisogno di relazioni in cui sia possibile riconoscersi, essere ascoltati e imparare a rispondere delle proprie azioni.

Disponiamo di strumenti sempre più raffinati per osservare le nuove generazioni: raccogliere dati, seguire flussi di informazioni, individuare reti e misurare la visibilità. Ma osservare non basta più: comprendere significa andare oltre la sorveglianza, necessaria nell’emergenza ma insufficiente nella cura.

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