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DECIDERE NELL’INCERTEZZA. La dimensione civile come fattore strategico nelle operazioni ibride

Come valutare un evento ambiguo quando le informazioni sono incomplete e le conseguenze possono incidere sulla sicurezza del personale, sulla libertĂ  di movimento delle Forze schierate e sul rapporto con la popolazione locale?

Negli ambienti operativi, il tempo è un fattore critico. Non solo perchĂ© le operazioni richiedono rapiditĂ  d’azione, ma perchĂ© la sequenza informazione, percezione, comportamento, impatto si è contratta fino al punto in cui gli effetti di una narrativa possono manifestarsi prima che i processi di analisi/validazione abbiano completato il ciclo. Il problema, dunque, non è solo la velocitĂ  degli eventi, ma il disallineamento tra il tempo delle conseguenze e quello di verifica.

Un video diffuso sui social media può raggiungere migliaia di persone in poche ore, orientare la condotta di comunità locali, restringere la capacità di manovra delle Forze armate: tutto questo ben prima che qualsiasi ciclo di Intelligence abbia avuto il tempo di produrre una risposta affidabile.

In questo spazio, che Riccardo Pastore e Alice Felli definiscono “divario decisionale”, si colloca il modello NRAT (Narrative Risk Appraisal Techniques) . Lo studio – presentato nell’aprile scorso al workshop acaCIMICs Vol. 2 del NATO Civil-Military Cooperation Centre of Excellence e pubblicato da SOCINT Press, portale editoriale della SocietĂ  Italiana di Intelligence – illustra un metodo che identifica un problema, costruisce una risposta e ne dichiara i limiti.

La premessa è apparentemente semplice: il gruppo di analisi CIMIC (Civil-Military Cooperation) si trova, non di rado, a dover prendere decisioni di intervento in condizioni di instabilitĂ . La risposta istintiva – e prudente – è attendere. Ma l’attesa ha un prezzo: mentre le narrative circolano, l’ambiente si adatta, le comunitĂ  reagiscono, i costi dell’ingaggio aumentano e la finestra delle opzioni praticabili si restringe. Proteste improvvise, campagne di disinformazione, tensioni intercomunitarie o incidenti apparentemente isolati possono assumere significati diversi a seconda del codice interpretativo adottato. L’errore non consiste soltanto nel formulare una valutazione sbagliata, ma nel non considerare, o sottostimare, le conseguenze che potrebbero derivare da interpretazioni alternative.

La questione è, quindi, se il giudizio – in condizioni di incertezza e pressione – possa costituire una base sufficiente per l’azione prima che il processo di verifica sia ultimato. Gli autori rispondono proponendo uno strumento che non sostituisce l’analisi tradizionale ma ne integra le capacitĂ . Non si tratta di una revisione della dottrina dell’Intelligence, bensì del tentativo di coltivare uno spazio che gli strumenti esistenti non considerano.

Il modello NRAT si organizza in cinque fasi sequenziali/ricorsive: identificazione del segnale narrativo, costruzione di un numero limitato di spiegazioni concorrenti, discriminazione degli indicatori giĂ  osservabili da quelli che ci si aspetterebbe di osservare qualora una determinata ipotesi fosse vera, proiezione del rischio attraverso quattro dimensioni operative (libertĂ  di movimento, protezione della forza, legittimitĂ  della missione e probabilitĂ  di escalation), formulazione di una raccomandazione di ingaggio strutturata. L’intero ciclo è tradotto in una scheda a pagina singola progettata per essere utilizzata dal gruppo di analisi senza richiedere infrastrutture tecnologiche dedicate.

La scelta della scala ordinalebasso, moderato, alto, critico – consente di adattare lo strumento alle condizioni nelle quali deve operare. Quando il tempo è compresso, l’evidenza è incompleta e il confronto tra spiegazioni conta piĂą della stima puntuale, una scala ordinale risulta cognitivamente piĂą efficace di sistemi quantitativi che rischiano di produrre una falsa apparenza di esattezza. Questa consapevolezza distingue l’NRAT da molti impianti analitici che moltiplicano le variabili senza interrogarsi sulla loro effettiva utilitĂ .

La distinzione funzionale tra NRAT e ACH (Analysis of Competing Hypotheses) costituisce uno dei punti piĂą solidi del testo. L’ACH è progettata per selezionare le ipotesi piĂą robuste sulla base delle prove disponibili in condizioni di evidenza accumulata; l’NRAT è progettato per valutare il rischio proiettato in condizioni di evidenza incompleta. Si tratta di strumenti complementari, destinati a operare in fasi differenti del ciclo analitico. Questa precisione concettuale evita una confusione tra piani che, storicamente, rappresenta una delle principali fonti di sopravvalutazione di strumenti metodologicamente fragili.

La scelta dell’incidente di Gossi (Mali, aprile 2022), come caso illustrativo appare pertinente e metodologicamente onesta. L’episodio condensa, infatti, i tratti che definiscono lo spazio problematico dell’NRAT: alta salienza emotiva, propagazione rapida, incertezza di attribuzione e immediate implicazioni comportamentali. La ricostruzione retrospettiva è utile perchĂ©, oltre a rendere comprensibile il modello, ne rileva la logica. Mostra come il ciclo analitico avrebbe potuto strutturare il giudizio nelle condizioni iniziali, distinguendo ciò che era osservabile da ciò che sarebbe emerso solo successivamente. Recepite le attribuzioni maturate nel tempo è, infatti, facile sovrastimare ciò che sarebbe stato ragionevolmente inferibile all’inizio della crisi. Il modello deve essere valutato non rispetto alla certezza retrospettiva, ma rispetto alla sua capacitĂ  di sostenere decisioni in condizioni di incertezza.

Il posizionamento dell’NRAT all’interno della dottrina NATO CIMIC – specificamente all’interfaccia tra Civil Factor Integration e Civil-Military Interaction – rappresenta una delle scelte piĂą convincenti del lavoro. Gli autori attribuiscono al modello una funzione di integrazione: formalizzare una necessitĂ  di ragionamento che esiste giĂ  ogni volta che il gruppo di analisi CIMIC deve valutare se una narrativa emergente possa alterare l’ambiente civile prima che la validazione formale sia disponibile. La demarcazione rispetto alle funzioni adiacenti – comunicazione strategica, operazioni informative e analisi di Intelligence propriamente detta – è tracciata nitidamente. Uno strumento che non sa definire ciò che non è raramente riesce a definire con precisione ciò che è.

Merita, inoltre, attenzione la scelta di includere nella base bibliografica contributi della tradizione italiana dell’analisi Intelligence – Conio, Lapi, Teti, Rodoquino – insieme a richiami espliciti alle pubblicazioni del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e ai volumi curati da Mario Caligiuri, presidente SOCINT, per Rubbettino. Una scelta che indica un posizionamento intellettuale volto a costruire un dialogo tra la tradizione analitica NATO, prevalentemente anglofona, e le elaborazioni sviluppate negli studi italiani sull’Intelligence. Per una pubblicazione che porta il nome SOCINT e che è stata presentata in un contesto NATO, questo ponte rappresenta un contributo culturale che va oltre il merito squisitamente tecnico del modello.

Il testo identifica con rigore, senza mai eluderli, i suoi limiti: dipendenza dalla qualitĂ  degli elementi informativi disponibili, variabilitĂ  del giudizio tra gruppi di analisi differenti, difficoltĂ  di applicazione in scenari caratterizzati da segnali multipli simultanei e assenza di una validazione empirica sistematica. Ciò che rimane sullo sfondo – e che rappresenta piĂą un territorio di sviluppo che una lacuna – riguarda il peso delle variabili culturali nella lettura del rischio narrativo. Contesti come il Sahel, nei quali dinamiche tribali, religiose ed etniche influenzano la ricezione delle narrative, pongono inevitabilmente la questione di come calibrare il giudizio comparativo quando la grammatica culturale locale è soltanto parzialmente accessibile al gruppo di analisi dispiegato. Analogamente, il ruolo degli attori umanitari internazionali come possibili variabili di mediazione nelle dinamiche di escalation narrativa rimane un campo poco esplorato. Interrogativi che il testo contribuisce a mettere a fuoco.

Nella letteratura operativa e accademica sulla guerra ibrida e sulla cooperazione civile-militare proliferano impianti concettuali che descrivono la complessitĂ  senza fornire strumenti concreti per affrontarla. L’NRAT percorre una strada diversa. Propone uno strumento agile, trasferibile, applicabile senza infrastrutture tecnologiche dedicate, fondato su basi teoriche solide e accompagnato da una chiara consapevolezza dei limiti. La sua proposizione centrale – che il giudizio strutturato in condizioni di incertezza costituisca una capacitĂ  operativa sviluppabile e addestrabile all’interno della funzione CIMIC – sposta l’attenzione dalla domanda “come ottenere piĂą informazioni prima di agire” alla domanda “come agire meglio con le informazioni disponibili”. Un passaggio coerente con le esigenze degli ambienti operativi, caratterizzati da elevata velocitĂ  informativa e persistente ambiguitĂ .

In conclusione, il lavoro di Pastore e Felli suggerisce che la complessitĂ , pur non potendo essere eliminata, può essere compresa; così come l’incertezza, pur non potendo essere annullata, può essere governata.

Resta però aperta una domanda: in un ambiente operativo nel quale le narrative producono effetti prima che la loro origine possa essere attribuita con certezza, e nel quale l’intelligenza artificiale sta giĂ  modificando velocitĂ  e scala della produzione informativa, quale nucleo minimo di capacitĂ  analitica deve essere preservato dall’elemento umano?

In altre parole, quale struttura di giudizio deve continuare ad appartenere agli analisti affinchĂ© essi rimangano il “centro di gravitĂ  permanente” del processo decisionale e non soltanto il suo livello finale di validazione?

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