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IL GIUNCO E LE RADICI DELLA DEMOCRAZIA DIGITALE

La notizia è stata diffusa dal New York Times: durante l’estate, agenti di intelligenza artificiale sviluppati da OpenAI hanno interagito con i siti di tre amministrazioni federali americane, senza che l’azienda se ne accorgesse. A rilevarli sono stati i ricercatori del laboratorio indipendente Transluce. OpenAI ha confermato parte degli episodi; il governo dichiara di non disporre ancora di un quadro completo, perché l’azienda non ha condiviso i dettagli tecnici. Nelle stesse ore, a Washington, si è chiuso il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. La Casa Bianca ha annunciato un canale bilaterale per gli incidenti legati all’intelligenza artificiale e un cambio di nome: Trump e Xi hanno concordato di parlare di Super Intelligenza. Xi, più misurato, ha chiesto che la tecnologia resti sotto controllo umano. Analizzate insieme, queste notizie pongono al manuale di Calogero Vinciguerra, Intelligence e sicurezza del cyberspazio (Youcanprint, 2026) – andato in stampa prima dei fatti descritti – un interrogativo: chi è il soggetto della sicurezza cibernetica quando la minaccia può non avere né un autore né un’intenzione?

La domanda dichiarata sta nella premessa: siamo pronti? Disponiamo delle competenze, delle strategie e degli strumenti per governare una complessità crescente? Vinciguerra, ufficiale in servizio presso il Comando delle Operazioni Spaziali della Difesa (COS), risponde con una mappa di istituzioni, minacce e architetture di protezione. La domanda inespressa riguarda il soggetto. Il volume attribuisce la responsabilità della sicurezza a quattro attori, in capitoli diversi. Lo Stato traccia il perimetro nazionale. Gli operatori privati possiedono cavi, approdi e cloud, e ne garantiscono la sorveglianza. Il top management tratta ancora la sicurezza come costo anziché come investimento. L’individuo è il fattore umano, anello debole e insieme risorsa. Ciascuna attribuzione è fondata, ma la gerarchia resta vaga, incerta. Il caso americano lo evidenzia: un’impresa privata genera la minaccia, una non profit la rileva, l’impresa la ricostruisce, lo Stato attende i dati. Il flusso informativo corre in senso opposto a quello che il modello di cooperazione pubblico-privato presuppone.

C’è poi una questione che il testo lascia sullo sfondo. L’Italia vi compare più come bersaglio che come protagonista. Il cyberspazio è descritto come arena di potenza, ma la postura nazionale resta difensiva. Trovano poco spazio la dimensione militare delle operazioni cyber, la deterrenza, il diritto internazionale applicabile e la proporzionalità della risposta oltre l’attribuzione. Una prospettiva comprensibile in chi scrive dall’interno delle istituzioni, pur dichiarando apertamente che le opinioni personali non impegnano la Forza Armata. Sono temi che potrebbero arricchire una prossima edizione, proprio perché il manuale pone la sicurezza nazionale al centro della narrazione: la prospettiva resta quella della protezione del perimetro, più che della capacità di agire nel dominio.

Quattro i capitoli. Il ciclo intelligence, la cyber threat intelligence e il SISR, dalla legge 124/2007 al Protocollo DIS–ACN del 2025. Geografia e geopolitica del cyberspazio, dall’Heartland digitale al caso Doppelgänger. Minacce e attori, dalle APT all’insider e al cybercrime. Infine la sicurezza, cuore del volume, dalla Cyber Kill Chain alla crittografia post-quantum e ai cavi sottomarini. Filo conduttore, la resilienza, condensata nel proverbio siciliano del giunco che si piega alla piena.

La tesi può essere racchiusa in una riflessione: la sicurezza del cyberspazio richiede integrazione tra funzione Intelligence e cybersicurezza, dove la persona è il cardine.

La narrazione tiene insieme più vocabolari: istituzionale del glossario DIS, tecnico della CyKC e della PQC, geopolitico di Mackinder e Tucidide. Riporta al centro la componente fisica, spesso rimossa da una letteratura che descrive Internet come nuvola. Il paragrafo 1.3 presenta un contributo rilevante: un modello di gestione degli incidenti APT in cui la condivisione controllata dei prodotti Intelligence amplia il quadro investigativo fino al supporto dell’attribuzione politica, con un aggancio alla misura #40 della Strategia Nazionale.

Il testo ricostruisce con accuratezza norme, istituzioni, modelli e traccia una mappa del presente della sicurezza cibernetica.

La privacy è letta come erosione prodotta dal mercato, e la guerra cognitiva come minaccia esterna, non come questione di resilienza democratica dell’opinione pubblica. Il caso degli agenti autonomi aggiunge un livello ulteriore, etico prima ancora che costituzionale: la responsabilità per azioni che nessuno ha deciso. L’interpretazione più originale riguarda la cultura. Il giunco radica la resilienza in una sapienza locale e la sottrae al lessico ingegneristico. Il libro è anche testimonianza di una cultura istituzionale italiana: pensa la sicurezza come sistema-Paese e prende a prestito il vocabolario dell’omertà per descrivere il silenzio delle imprese, segno che la sottodenuncia è percepita come fattore educativo prima che giuridico. Ampio il quadro geopolitico: USA–Cina, il cavo 2Africa, gli hub mediterranei e siciliani. L’Europa resta abbozzata. Quanto all’economia, il libro tratta la sicurezza come investimento e rileva la sottostima del danno per le PMI, ma lascia sullo sfondo la concentrazione del cloud, il mercato delle vulnerabilità e l’assicurazione del rischio cyber. Il libro si chiude sulla dimensione antropologica: la persona come vulnerabilità e come risorsa. È qui che inaugura, senza percorrerla fino in fondo, la sua pista più promettente. Se la resilienza è anzitutto un fattore umano, la sicurezza del cyberspazio è prima di tutto una questione di formazione.

Oltre il perimetro del volume, questa pista conduce a tre saperi imprescindibili: filosofia, etica, neuroscienze. Nel mondo militare italiano, questa direzione è stata intrapresa. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, ha voluto un percorso di studi in filosofia per gli allievi ufficiali; ‘Università di Modena e Reggio Emilia ha approvato un indirizzo filosofico nel corso di laurea in Scienze strategiche dell’Accademia di Modena, dall’anno accademico 2026-2027. Il presidente del CASD, generale Stefano Mannino, indica nella formazione la vera leva strategica, per una classe dirigente capace di comprendere per decidere.

Non un vezzo umanistico, ma una risposta operativa a una domanda specifica: come si decide quando la tecnologia corre più veloce di ogni regola.

L’interrogativo riguarda la digitalizzazione della difesa: avviata con la prima guerra del Golfo, ha trovato in Ucraina il suo punto di non ritorno. Dati e intelligenza artificiale pesano su Intelligence, operazioni cibernetiche e combattimento. Mariarosaria Taddeo, docente di Digital Ethics and Defence Technologies all’Oxford Internet Institute e autrice di Codice di guerra. Etica dell’intelligenza artificiale nella difesa (Raffaello Cortina, 2025), individua tre rischi: l’attribuzione della responsabilità per le azioni dei sistemi, la loro limitata prevedibilità, la tensione con la Teoria della Guerra Giusta. Il vuoto normativo, avverte Taddeo, apre una zona grigia vantaggiosa tanto per gli Stati liberali quanto per quelli autoritari, arrivando a svuotare il diritto internazionale dall’interno. E con Clausewitz, ricorda che la guerra è un’attività sociale: le regole con cui la governiamo plasmano le società che la combattono.

Ecco allora che gli agenti che eccedono il compito assegnato rendono concreto il problema della responsabilità per azioni che nessuno ha deciso. Il canale USA–Cina è un primo, fragile, strumento di governance. La contesa sul nome, tra Super Intelligenza e controllo umano, è già una contesa etica. Senza una governance etica, la resilienza si riduce a un protocollo. Le neuroscienze aggiungono al mosaico il tassello mancante. Conoscere il cervello significa conoscerne capacità e limiti: l’attenzione che si esaurisce, i bias che orientano il giudizio, la tendenza a fidarsi dell’output della macchina. È lo stesso strato cognitivo che la disinformazione colpisce. Se il fattore umano è l’anello debole, così come lo descrive Vinciguerra, allora conoscerlo è la prima forma di difesa. Il sistema da potenziare non è tanto l’algoritmo, quanto il cervello di chi lo impiega: nelle sue capacità e nella consapevolezza dei suoi limiti. Mentre il lessico politico parla di Super Intelligenza, la sfida formativa riguarda l’intelligenza umana.

Il saggio di Calogero Vinciguerra è utile a chi entra nel dominio da percorsi istituzionali o militari e cerca un lessico unificato. Serve ai corsi introduttivi di Intelligence e sicurezza, e a comunicatori, dirigenti pubblici e imprenditori chiamati a tradurre il cyber in termini di governance. Il contesto naturale è la formazione, dove il manuale può aprire la strada alla cultura della sicurezza che dichiara come fine. Resta la domanda che la lettura ispira: se il giunco regge alla piena perché ha radici, quali sono le radici di una democrazia digitale?

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