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Chi decide.La sovranità della decisione tra INTELLIGENCE, GIUSTIZIA e IA

Chi decide? La domanda ha attraversato l’incontro dedicato alla presentazione de Il fuoco di Prometeo. Intelligence e intelligenza artificiale – volume edito da Rubbettino e curato da Mario Caligiuri – ospitato da Lector in Fabula. Al tema del festival, Il futuro conteso, i relatori hanno dato due risposte pressoché convergenti. Per Caligiuri, presidente SOCINT e professore ordinario all’Università della Calabria, il futuro è conteso tra l’intelligenza umana e quella artificiale, e la sua riflessione approda alla sovranità della decisione. Per Antonella Cafagna, GIP presso il Tribunale di Bari, la decisione giudiziaria è ciò che non può essere delegato alla macchina.

Ad aprire il confronto è stata Sabrina Martucci, che coordina all’Università di Bari un master su terrorismo, radicalizzazione e cybersecurity e insegna Intelligenza artificiale alla Pontificia Università Antonianum. Parola chiave human, quadro di riferimento la sicurezza umana, intesa come libertà dal bisogno e dalla paura. Una distinzione che ha scandito l’intera serata. In campo militare il tempo fra l’acquisizione del dato e la risposta è ormai prossimo allo zero. Nella giustizia quel tempo esiste ancora, e in esso resta lo spazio per un’etica condivisa.

Sabrina Martucci

Per Caligiuri il termine Intelligence designa tre realtà distinte: un apparato dello Stato, un metodo di trattamento delle informazioni che tutti praticano inconsapevolmente, e l’insieme delle funzioni di raccolta, analisi e utilizzo. È la forma più raffinata di intelligenza umana, perché consente di andare al di là delle apparenze che, osserva Caligiuri, sono oggi in larga parte costruite con le parole. La proposta di Donald Trump all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di non riferirsi più all’intelligenza artificiale ma alla superintelligenza, rientra in un fenomeno che lo scrittore e giornalista Ignacio Ramonet descrive da tempo: anziché incidere sulla realtà, si incide sulle immagini e sulle parole. Secondo Caligiuri il meccanismo non è estraneo al linguaggio istituzionale italiano, come mostrerebbero denominazioni quali sovranità alimentare, istruzione e merito, Made in Italy. Nominare un obiettivo finisce per sembrare equivalente ad averlo raggiunto.

Da qui, la prima funzione dell’Intelligence: affrontare l’emergenza educativa e democratica della disinformazione, che separa la realtà dalla sua percezione pubblica. Un esempio? Il telegiornale: una dichiarazione politica dura trenta secondi, lo spazio di uno spot, sufficiente per uno slogan e non per un ragionamento. Propaganda, non comunicazione istituzionale. La seconda funzione discende dalla trasformazione dello spazio in cui viviamo. Alla dimensione fisica e a quella digitale si è aggiunta una dimensione ibridata, mentre parole, categorie mentali, teorie giuridiche e pratiche educative restano quelle di un mondo in via di estinzione.

L’AI Act ne è per Caligiuri il caso esemplare. L’Unione europea ha ragione a voler normare, perché senza regole prevale il più forte. Ma una legge, strumento rigido di tradizione romanistica, fatica a governare un fenomeno che muta di minuto in minuto. E un’Unione che rappresenta una frazione della popolazione mondiale difficilmente può vincolare piattaforme che operano su scala planetaria. Ne risulta, a suo giudizio, un intervento più dimostrativo che regolativo.

Il confronto è, nella sua lettura, una vera e propria guerra tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Governarlo richiede anzitutto un cambio di criterio: ciò che conta non è la velocità, ma la direzione. A indicarla sono le minoranze creative, secondo una linea che va da Spengler e Toynbee a Benedetto XVI, e che Caligiuri contrappone a maggioranze “lobotomizzate” dai social e dall’intelligenza artificiale.

Caligiuri richiama poi l’effetto Flynn inverso. Dopo la crescita del quoziente intellettivo documentata da James Flynn fino agli anni Novanta, oggi si parla di decadenza cognitiva, di cui indica le cause nel trasferimento di competenze alle macchine, nel declino dei sistemi di istruzione occidentali e nella riduzione del lessico, perché con meno parole si perdono le sfumature del pensiero. Secondo Caligiuri, gli indicatori della povertà educativa, che vedono la Calabria all’ultimo posto nazionale, permettono già oggi di prevedere gli esiti dei prossimi quindici anni. La risposta che propone è l’educazione all’incertezza indicata da Edgar Morin, e un investimento sull’intelligenza umana prima che su quella artificiale.

Antonella Cafagna

Cafagna porta la questione nel luogo in cui la decisione incide direttamente sulla vita delle persone: il giudizio penale. Le funzioni del GIP e del GUP sono le più ampie del sistema penale: vanno dalla responsabilità alle misure cautelari, dalle intercettazioni ai sequestri. Si reggono su due standard distinti: la certezza oltre ogni ragionevole dubbio per la condanna, la gravità indiziaria per la privazione della libertà prima del processo. In entrambi i casi il cuore della decisione è lo studio degli atti, lavoro non di rado faticosissimo.

L’intelligenza artificiale, arrivata da poco sulle scrivanie dei magistrati, porta con sé la tentazione di comprimere i tempi affidando gli atti a un sistema che restituisca ricerche, confronti e comparazioni. Il passaggio decisivo è qui: i processi valutativi presuppongono quelli di analisi. Chi delega la selezione e la lettura dei dati delega, di fatto, una parte della valutazione. La macchina non può stabilire se una prova fondi una condanna o giustifichi una privazione della libertà personale. Su questo terreno operano limiti precisi: la legge nazionale, le circolari del Consiglio superiore della magistratura, il regolamento europeo del 13 giugno 2024.

L’intelligenza artificiale deve quindi restare ausiliaria, simbiotica. Correggendo in pubblico la propria formulazione, Cafagna precisa che non aiuta a decidere. Aiuta a selezionare e comparare gli elementi rilevanti per la decisione, e semmai a redigere i provvedimenti quando la decisione è già presa. Entro questo perimetro è uno strumento potentissimo.

Il pericolo, per Cafagna, è l’assuefazione: uno sconfinamento graduale per cui un giudice stanco, privo di un preciso limite etico, potrebbe lasciarsi eterodeterminare. Il danno più grave sarebbe la perdita di fiducia dei cittadini in una giustizia che deve restare affidata a persone.

Gli strumenti, sottolinea Cafagna, supportano efficacemente il suo lavoro. Le potenzialità in assenza di limiti, però, la spaventano. Finché reggeranno i divieti normativi e il limite etico fondato sul debito di fiducia verso i cittadini, il pericolo resterà contenuto. Ma la velocità dello sviluppo espone l’intera giurisdizione, penale e civile, e impone un principio di proporzionalità: i limiti dovranno farsi più stringenti via via che gli strumenti progrediscono.

Mario Caligiuri

La conclusione di Caligiuri restituisce alla questione la sua dimensione politica. Per Carl Schmitt sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Oggi, sostiene Caligiuri, sovrano è chi decide sullo stato di connessione: a chi assegnare la linea, la comunicazione, l’identità digitale, il credito.

Qui le due prospettive emerse a Turi si incontrano. La sovranità, per Caligiuri, si sta spostando verso chi governa le infrastrutture digitali. La giurisdizione, per Cafagna, è una decisione che non si delega. In entrambi i casi il futuro conteso si gioca sulla capacità umana di conservare la titolarità della scelta. Il compito, conclude Caligiuri, è trovare il nostro posto.

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