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Comunicare l’INTELLIGENCE: quando il SILENZIO si fa PAROLA

Comunicare l’Intelligence significa, oggi, misurarsi con un paradosso: raccontare ciò che per natura tende a sottrarsi alla narrazione. All’Università d’Estate di Soveria Mannelli, il confronto tra Mario Caligiuri, presidente dalla Società Italiana di Intelligence, Alessandro Ferrara direttore di Gnosis, Paolo Messa fondatore di Formiche, ha mostrato come questo paradosso sia ormai il cuore di una sfida culturale e politica che riguarda l’intero sistema-Paese.

Caligiuri ha ricordato che il passaggio dall’Intelligence come luogo oscuro dello Stato a strumento di stabilità democratica non è stato graduale, ma segnato da fratture. Una di queste coincide con l’attentato alla sede di Charlie Hebdo, attacco terroristico avvenuto il 7 gennaio 2015 a Parigi: da allora il termine “Intelligence” è entrato nel lessico quotidiano, trasformandosi in sinonimo di credibilità. Eppure, come mostrano i casi Iraq 2003 e Afghanistan 2021, la credibilità non appartiene solo ai Servizi: dipende dal modo in cui la politica decide di usare o strumentalizzare le informazioni. L’Intelligence, insomma, fa il suo mestiere; il nodo sta nel come le informazioni vengono integrate nei processi decisionali.

Ferrara ha spostato lo sguardo sulla complessità. L’Intelligence, ha detto, è “pensiero lungo”: arte di cucitura che ricombina saperi frammentati, evitando il “provincialismo di tempo” e l’“inferno dell’uguale” descritti da Byung-Chul Han. Non basta più la competenza settoriale, servono saperi trasversali in grado di anticipare scenari futuri e trasformare la reattività in lungimiranza. È in questa logica che si colloca l’esperienza di Gnosis, la rivista nata dalla visione del prefetto Carlo Mosca e oggi capace di raccontare l’Intelligence attraverso linguaggi non convenzionali: letteratura, fumetti, musica. Una scelta che risponde a un’esigenza precisa: difendere la profondità senza rinunciare alla leggibilità e all’estetica, perché anche la forma è sostanza.

Messa ha riportato il discorso nell’infosfera, divenuta campo di battaglia tra apparati di Intelligence. In un mondo in cui l’opinione pubblica si forma scrollando feed di TikTok più che leggendo quotidiani, la questione non è più raccogliere informazioni riservate, ma saper decodificare il flusso ipertrofico di informazioni pubbliche. Qui si colloca la sfida dei deepfake e della disinformazione, strumenti offensivi che Paesi meno democratici usano senza esitazione per promuovere i loro interessi. Da questa consapevolezza nasce l’idea di una comunità nazionale di Intelligence che non si limiti ai professionisti dei Servizi, ma includa accademici, manager, studenti: un’Intelligence intesa come responsabilità collettiva.

Il parallelismo con l’informazione diventa inevitabile. Il giornalismo non è un mestiere qualunque, ma una vocazione che obbliga a disciplina, indipendenza e responsabilità. In questa definizione si ritrova la stessa fatica dell’Intelligence: discernere, verificare, selezionare ciò che conta, resistere a pressioni e poteri che deformano la verità. Servilismi, invenzioni, superficialità fotografano la crisi di un sistema informativo che sacrifica la sostanza all’urgenza del mercato, confonde il rumore con la notizia, riduce l’informazione a spettacolo.

L’Intelligence, nel suo metodo più rigoroso, offre un modello alternativo: non accumulare dati ma ordinarli, non inseguire il clamore ma riconoscere le priorità, non piegare l’informazione all’utile immediato ma concepirla come servizio alla collettività. Informazione e Intelligence, quando restano fedeli alla loro natura, coincidono in un medesimo imperativo etico: non compiacere, non intrattenere, non manipolare, ma cercare la verità pur sapendo che non sarà mai definitiva. Se l’informazione dimentica questa vocazione, se l’intelligence abdica a questo metodo, non resta conoscenza ma caos, non resta libertà ma propaganda.

Il filo che attraversa i tre interventi è chiaro: l’Intelligence non è più solo la scienza del segreto, ma la capacità di distinguere l’affidabile dal manipolato nel magma dell’infosfera globale. In questo senso diventa bene comune, patrimonio democratico, strumento di resilienza per un Paese che voglia difendere i propri interessi senza rinunciare ai propri valori.

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