L’ITALIA nella transizione tecnologica: tra sovranità digitale e dipendenza sistemica
Gianluigi Greco e Giuseppe Rao, rispettivamente coordinatore del Comitato IA e consigliere della Presidenza del Consiglio, hanno illustrato alla quinta edizione dell’Università d’Estate di Soveria Mannelli le contraddizioni della strategia italiana: leadership teorica nell’IA europea ma fragilità strutturali che limitano l’implementazione, dalle PMI vulnerabili alla globalizzazione cinese fino alle dipendenze sistemiche del capitalismo finanziario.
La quinta edizione dell’Università d’Estate promossa dalla Società Italiana di Intelligence (SOCINT) con il patrocinio dell’Università della Calabria, di Rubbettino Editore, della rivista Formiche e della Fondazione Italia Domani, ha ospitato la sessione Intelligence e Intelligenza Artificiale con Gianluigi Greco e Giuseppe Rao, rispettivamente coordinatore del Comitato IA e consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri: al centro l’apoteosi dell’accelerazione, macchine che anticipano scenari a velocità oltre la comprensione umana e il problema di preservare il controllo.
Dal confronto emerge un quadro antitetico: l’Italia possiede una strategia sull’intelligenza artificiale all’avanguardia, unica in Europa per l’inclusione della formazione come pilastro strategico, ma resta frenata da debolezze strutturali. Dall’inconsapevolezza delle PMI, che cedono valore alla Cina, alle vulnerabilità dei nostri sistemi tecnologici, dalla contrazione del PIL pro-capite nel periodo 2000-2019 al controllo delle Big Three sul capitalismo finanziario globale, l’Italia naviga tra ambizioni di sovranità digitale e una realtà di crescente dipendenza. La lezione di Adriano Olivetti, che negli anni Trenta aveva già realizzato l’integrazione tra cultura scientifica e umanistica poi teorizzata da Charles Percy Snow, offre un modello storico per superare questa contraddizione, ma richiede una trasformazione che va ben oltre le strategie di governo.

La “valanga della storia” di cui parlava Ryszard Kapuściński, evocata da Rao nel suo intervento, sembra aver investito in pieno l’Italia, sospesa tra ambizioni di sovranità tecnologica e una realtà di crescente dipendenza sistemica. L’intelligenza artificiale, ha ricordato Greco, nasce nei laboratori di Alan Turing durante la Seconda Guerra Mondiale per decrittare i codici delle SS, e rappresenta oggi il nuovo campo di battaglia per l’egemonia globale. L’Italia si trova a navigare questa transizione con una linea d’azione avanzata ma un’implementazione che, secondo le analisi emerse, rivela i limiti strutturali del sistema-paese.
Greco ha illustrato come l’approccio italiano all’IA – elaborato nel 2022 e attualmente in fase di conversione legislativa – presenti tratti distintivi nel panorama europeo. È l’unico documento continentale che include la formazione come pilastro portante, anticipando persino la Cina che solo recentemente ha reso obbligatorio lo studio dell’IA nelle scuole. Un primato che nasconde però una contraddizione che Rao ha messo in luce attraverso la sua esperienza diplomatica: mentre il governo delinea visioni pionieristiche, il tessuto produttivo italiano mostra una inadeguatezza nella globalizzazione tecnologica.
“Le PMI italiane – ha osservato Rao riprendendo le considerazioni di Greco – mancano della cultura e dei mezzi per l’internazionalizzazione, figuriamoci per competere nell’arena della geotecnologia.” Quando un imprenditore rifiuta un pranzo di lavoro in Cina perché “ha l’aereo che lo aspetta”, ha proseguito citando la sua esperienza diretta, non sta solo commettendo un errore diplomatico: “sta rivelando l’assenza di quella cassetta degli attrezzi che Kapuściński considerava essenziale per comprendere il mondo”.
La questione assume contorni ancora più complessi se si inquadra la transizione dal capitalismo industriale a quello finanziario. Le Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street) controllano oggi il 90% delle multinazionali dell’indice S&P 500, condizionando le strategie economiche di governi e imprese. In questo scenario, l’Italia si trova nella posizione di essere stata, nel periodo 2000-2019, tra i pochissimi Paesi al mondo a registrare una contrazione significativa del PIL pro-capite. Il contrasto con le ambizioni di leadership tecnologica nella strategia sull’IA appare stridente.
Eppure, la storia del nostro Paese offre precedenti di eccellenza che potrebbero illuminare il percorso futuro.

Rao ha richiamato l’esperienza di Adriano Olivetti a Ivrea come caso di integrazione anticipatrice tra le “due culture” teorizzate da Snow nel 1959. “Se Snow fosse venuto a Ivrea 15 anni prima – ha osservato – avrebbe capito che un grande imprenditore, lungimirante e geniale, aveva già realizzato questo prima della Seconda guerra mondiale”. Negli anni Trenta Olivetti aveva creato un ecosistema aziendale dove ingegneri e tecnici collaboravano con scrittori, sociologi, matematici, designer, grafici, architetti e fotografi. Ne faceva parte anche Mario Tchou – il figlio di un diplomatico cinese che lavorava all’ambasciata della Cina imperiale presso il Vaticano – progettista dell’Elea 9003, il primo computer italiano totalmente a transistor, arrivato con alcuni mesi di anticipo rispetto a quello dell’Ibm.
“La Olivetti – ha ricordato Rao – è stata l’unica multinazionale italiana capace di primeggiare in tutti i continenti, inventando uno stile riconosciuto e celebrato ovunque“. L’intuizione olivettiana, sul valore della contaminazione culturale, trova oggi eco nelle riflessioni sull’intelligenza artificiale. I sistemi di deep learning, che dal 2012 hanno rivoluzionato il riconoscimento delle immagini, operano secondo logiche che sfuggono alla comprensione umana. Come ha spiegato Greco, citando pionieri come Frank Rosenblatt, il neurone artificiale richiama un computer, ma ciò che avviene nelle reti neurali rimane incomprensibile. “Un sistema riconosce una chitarra al 98% ma può essere ingannato da semplici modifiche, pixel invisibili all’occhio umano, che ne evidenziano la vulnerabilità intrinseca“. Una vulnerabilità tecnologica e geopolitica: “gli attacchi di poisoning ai sistemi di intelligenza artificiale, la manipolazione dei dataset di addestramento, la facilità con cui si possono alterare i risultati utilizzando idiomi poco rappresentati nei modelli linguistici, sono tutte manifestazioni di un problema sistemico. Perché la cyberdifesa non passa più solo attraverso i sistemi tradizionali, ma richiede competenze interdisciplinari che l’Italia fatica a mettere a sistema”.
l test di Turing misurava l’intelligenza di una macchina dalla sua capacità di ingannare un umano. Oggi questo concetto assume dimensioni geopolitiche. I sistemi AI producono contenuti perfetti nella forma ma poveri di sostanza, creando un circolo vizioso che impoverisce il linguaggio stesso. Emerge dunque la necessità di mantenere competenze umane che sembravano destinate all’estinzione. Greco ha illustrato come l’Italia riconosca questa complessità proponendo un approccio duale: sviluppo economico e tutela dei cittadini. Il governo ha stanziato un miliardo di euro per un fondo di venture capital dedicato all’IA, mentre dichiara i dati sanitari di interesse nazionale per superare i vincoli del GDPR che impedivano la ricerca. Agenas dovrebbe certificare gli algoritmi medici, come già fa con i farmaci riconoscendo che gli algoritmi sono un farmaco quando influenzano diagnosi e terapie”.
Ma la vera sfida rimane culturale, come ha sottolineato Rao citando Yuval Noah Harari: “In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere”. L’operatore di Intelligence del futuro dovrà padroneggiare linguaggi diversi, dai codici informatici alle espressioni simboliche, mantenendo quella capacità di “guardare dietro i numeri” che distingue l’analisi dalla mera raccolta dati. “L’empatia – ha osservato Rao – spesso considerata un lusso nelle relazioni internazionali, diventa strumento operativo essenziale: solo chi comprende le ragioni dell’altro può anticiparne le mosse“.
La riflessione di Hermann Hesse sulla necessità di aprirsi agli altri, il richiamo di Albert Camus alla riconoscenza verso i maestri, la definizione di Kurt Vonnegut dei “santi” come “gente che si comporta in maniera decorosa all’interno di una società clamorosamente indecorosa”, non sono per Rao orpelli letterari ma indicatori. In un’epoca in cui l’etica viene spesso sacrificata sull’altare dell’efficienza, il richiamo di Zygmunt Bauman alla “responsabilità morale come condizione inevitabile, inesauribile e ineludibile della convivenza” assume valenza strategica.
La questione demografica europea aggiunge un ulteriore livello di complessità. “Paesi con una media di 60 milioni di abitanti, molti dei quali anziani, e in declino demografico, dovranno confrontarsi con le masse crescenti del Sud globale”, ha avvertito Rao. La connettività, che il politologo Parag Khanna considera “la forza più rivoluzionaria emersa nella storia dell’umanità”, ridisegna costantemente gli equilibri di potere. Dall’Impero britannico alla Silicon Valley, dal controllo dei cavi sottomarini alle server farm cinesi, il controllo delle infrastrutture tecnologiche determina le gerarchie mondiali.
Dal canto suo, Greco ha illustrato come l’AI Act europeo, pur non bloccando ricerca e innovazione, introduca vincoli che riflettono una visione del mondo ancora legata alla regolamentazione tradizionale. Sistemi ad alto rischio richiedono complesse procedure di compliance, creando opportunità per consulenti e certificatori ma anche barriere all’innovazione. La distinzione tra sistemi vietati (controllo biometrico di massa), ad alto rischio (ambito medico e giuridico) e a rischio limitato (trasparenza obbligatoria) rivela un approccio prudenziale che potrebbe rallentare l’Europa nella corsa tecnologica globale.
L’Italia si trova così di fronte a una scelta fondamentale. Può continuare a oscillare tra velleità di grandezza e inadeguatezze strutturali, oppure riscoprire quella capacità di sintesi che rese unica l’esperienza olivettiana.
La lezione di Francis Bacon – “knowledge is power” – rimane attuale. Ma oggi quel sapere deve essere necessariamente interdisciplinare, capace di integrare competenze tecniche e sensibilità umanistiche, consapevolezza geopolitica e responsabilità etica. La “penombra” di cui parlava il giudice William Orville Douglas, quella fase in cui “tutto sembra apparentemente immutato” ma i cambiamenti sono già in corso, caratterizza perfettamente il momento presente. L’Intelligence italiana deve sviluppare la capacità di cogliere i segnali che preannunciano i cambiamenti, non basta più la tradizionale raccolta informazioni: serve quella autonomia cognitiva che Angela Mongelli definisce “essenza della libertà individuale”.
La modernità nata con Bacon nel rapporto tra scienza e tecnica, la spiritualità laica intesa con Michel Foucault come “ricerca, pratica ed esperienza attraverso le quali il soggetto opera su se stesso per trasformarsi”, la visione sistemica necessaria per comprendere un mondo diventato “mosaico” di complessità interconnesse, sono tutti elementi di una metodologia che l’Italia deve saper padroneggiare per non rimanere “passante inconsapevole” della propria epoca.
Il futuro dipenderà dalla capacità di trasformare le contraddizioni in sintesi creative. L’Italia che ha prodotto Olivetti e che oggi teorizza strategie IA all’avanguardia possiede gli strumenti culturali per questa trasformazione. Ma il tempo stringe, e come ricordava Kapuściński “nothing is for free”: impegno e sacrificio, quando accompagnati dalla qualità, portano sempre a risultati positivi. La qualità, però, richiede quella “vita interiore di studio e di affetti” che Cesare Pavese suggeriva alla giovane Fernanda Pivano: non solo l’arrivare, ma l’essere. Perché, come concludeva Pavese, solo così “la vita avrà un significato”.

