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Dall’informazione alla comprensione

C’è un’etimologia che attraversa l’intervista a Mario Caligiuri – firmata da Massimiliano Cannata sulla piattaforma Eurispes – e che ne costituisce una possibile chiave di lettura. Intelligere, dal latino, significa comprendere e collegare: leggere tra gli elementi delle realtà per ricomporli in un quadro coerente. È la medesima logica che la tradizione fa risalire a Sun Tzu quando attribuisce valore alla conoscenza del contesto e delle intenzioni dell’avversario. In questa prospettiva, l’Intelligence precede ogni specializzazione e si configura come strumento di comprensione orientato alla decisione.

L’intervista offre anche l’occasione per ripercorrere il processo attraverso il quale gli studi di Intelligence hanno acquisito, in Italia, legittimazione accademica. Dal Master dell’Università della Calabria, istituito nel 2007 su impulso di Francesco Cossiga, alla laurea magistrale avviata nel 2018, fino alla costituzione della Società Italiana di Intelligence e al consolidamento di un’attività editoriale dedicata, emerge il percorso di una disciplina che ha progressivamente definito i suoi ambiti di ricerca, ottenuto riconoscimento scientifico e ampliato lo spazio nel dibattito pubblico. La recente configurazione della laurea magistrale in Intelligence per la legalità e la tutela del patrimonio culturale e archeologico testimonia, inoltre, la tendenza a estendere il campo di applicazione della disciplina oltre gli ambiti della sicurezza nazionale.

Particolarmente significativa appare la riflessione proposta da Caligiuri per descrivere l’evoluzione della percezione dell’Intelligence. Da luogo opaco dello Stato a risorsa delle democrazie; da strumento orientato alla previsione del futuro a metodo per interpretare il presente; da sapere riservato a pochi a patrimonio culturale ampio. Se il primo passaggio può dirsi acquisito nel discorso pubblico, più complesso appare il terzo. La diffusione di competenze legate alla valutazione delle informazioni, alla comprensione dei contesti e all’analisi critica delle fonti coinvolge, infatti, la scuola, l’università, il giornalismo e, più in generale, la formazione del cittadino.

In questo quadro si inserisce la riflessione sull’intelligenza artificiale. Caligiuri la descrive come il confronto tra un’intelligenza umana, costruita nel corso dei millenni, e un’intelligenza artificiale destinata a sviluppare forme crescenti di autonomia. La questione non riguarda soltanto la potenza tecnologica, ma la capacità di attribuire significato alle informazioni disponibili. Richiamando Yuval Noah Harari, il tema diventa quello di stabilire quali informazioni meritino attenzione e quali possano essere trascurate. L’Intelligence assume così il valore di una disciplina della selezione e dell’interpretazione in un ambiente informativo caratterizzato da abbondanza, velocità e intermediazione algoritmica.

Di interesse è anche la definizione dell’Intelligence come componente di quel complesso di istituzioni che assicura continuità allo Stato: magistratura, diplomazia, forze di polizia, alta amministrazione e università. Al di là della formula impiegata, il tema richiama una questione classica delle democrazie: il rapporto tra le strutture permanenti dello Stato e i meccanismi di legittimazione e controllo propri dell’ordinamento democratico. La riflessione conduce inevitabilmente al nesso tra ragion di Stato, responsabilità istituzionale e sistemi di garanzia, elementi che accompagnano ogni attività svolta nell’interesse della sicurezza collettiva.

Un ulteriore profilo riguarda la dimensione etica della disciplina. Il richiamo a Francesco Sidoti e alla funzione dell’Intelligence come attività orientata alla salvaguardia della vita umana introduce un tema che accompagna la maturazione degli studi di settore. Se la disciplina rivendica una crescente autonomia scientifica e accademica, appare naturale che si sviluppi parallelamente una riflessione sui principi che ne guidano l’azione, sui limiti che ne circoscrivono l’esercizio e sulle responsabilità che derivano dall’impiego delle informazioni nei processi decisionali.

Le considerazioni conclusive -dedicate all’infocrazia descritta da Byung-chul Han e al cyberspazio come arena della competizione geopolitica – riportano la discussione sul terreno della guerra cognitiva. In un contesto nel quale la capacità di influenzare percezioni, convinzioni e comportamenti assume un peso crescente, l’Intelligence tende a essere interpretata non soltanto come funzione istituzionale, ma anche come competenza culturale diffusa. Più che un sapere elettivo, emerge come bussola per orientarsi nella complessità. È probabilmente in questa dimensione educativa che si coglie una delle implicazioni più rilevanti dell’intervista: l’idea che la sicurezza, prima ancora di essere una questione di apparati, sia una questione di conoscenza.

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