STABILITÀ ATTRAVERSO IL CAMBIAMENTO. Resilienza, allostasi e sicurezza nazionale nell’epoca delle minacce ibride
🇮🇹 La resilienza non consiste nel tornare a una condizione precedente. Nel framework NATO è definita come una capacità misurabile di preparazione, resistenza, risposta e adattamento, che deve garantire la continuità funzionale nel tempo. Ma nei sistemi contemporanei la continuità non coincide più con il ritorno alla normalità: dipende dalla tenuta di infrastrutture inserite in catene globali di interdipendenza e sottoposte a stress simultanei, come mostrano le crisi nello Stretto di Hormuz e nei principali chokepoint marittimi. Il punto critico non è più resistere agli shock, ma sostenere il costo dell’adattamento.
🇬🇧 Resilience is not a return to a previous condition. In NATO’s framework, it is defined as a measurable capacity to prepare for, resist, respond to, and adapt from shocks, ensuring functional continuity over time. Yet in contemporary systems, continuity no longer coincides with a return to normality; it depends on infrastructures embedded in global interdependence chains and exposed to simultaneous stressors, as illustrated by the crises in the Strait of Hormuz and other maritime chokepoints. The critical issue is no longer withstanding shocks, but sustaining the cost of adaptation.
La resilienza è diventata una delle categorie centrali della sicurezza; la sua diffusione ne ha, tuttavia, attenuato la precisione concettuale. Dalla cybersecurity alla protezione civile, dalla sicurezza energetica alla deterrenza militare, essa è invocata come risposta alle crisi sistemiche. Come spesso accade ai concetti che entrano stabilmente nel discorso pubblico – la geopolitica ne è un esempio emblematico – l’estensione semantica tende a superarne la definizione. La resilienza finisce così per indicare insieme resistenza, adattamento, robustezza e capacità di recupero.
E’ in questo ambito che il lavoro della NATO Science & Technology Organization restituisce al termine una funzione circoscritta. La resilienza è definita come la capacità – individuale e collettiva – di prepararsi, resistere, rispondere e recuperare da shock e perturbazioni garantendo la continuità delle funzioni essenziali dell’Alleanza.
Non uno stato, ma una capacità che va costruita, mantenuta e aggiornata nel tempo. La tenuta di ciascun Paese contribuisce alla sicurezza dell’intero sistema. È questo il senso dell’Articolo 3 del Trattato Nord Atlantico del 1949.

La resilienza non è una qualità generica dei sistemi politici, ma una funzione strategica misurabile: la capacità performativa sotto stress. La continuità operativa, tuttavia, non coincide necessariamente con il ritorno a una condizione precedente. E’ proprio su questo punto che il paradigma della resilienza incontra i suoi limiti.
Il punto di svolta è rappresentato dai Sette Requisiti Baseline definiti al vertice di Varsavia del 2016 nel contesto delle trasformazioni successive all’annessione della Crimea. Essi riguardano la continuità del governo, la sicurezza energetica, la gestione dei movimenti di popolazione, la disponibilità di risorse essenziali, la capacità sanitaria, la resilienza delle comunicazioni e delle infrastrutture digitali, la continuità dei trasporti. Per l‘Italia, questi elementi assumono un significato specifico. La continuità del governo riguarda la capacità decisionale sotto pressione. La sicurezza energetica è componente della deterrenza ma resta spesso interpretata in chiave economica o di transizione. La dimensione digitale e infrastrutturale incrocia il tema della sovranità tecnologica in uno spazio ancora incompiuto.
La NATO ha integrato la resilienza nella pianificazione della deterrenza secondo una logica che coinvolge interi sistemi-paese e società. Questa evoluzione è stata ulteriormente sviluppata attraverso il Layered Resilience Concept, che distingue tre dimensioni interdipendenti della resilienza: societale, civile e militare. La prima riguarda la preparazione e la consapevolezza della popolazione; la seconda la continuità delle istituzioni, dei servizi essenziali e delle infrastrutture critiche; la terza la capacità delle forze armate di continuare a svolgere le proprie funzioni di deterrenza e difesa. La resilienza dell’Alleanza emerge dall’interazione tra questi livelli e dalla loro capacità di rafforzarsi reciprocamente.In questo quadro, il dato più rilevante è empirico: meno del due per cento delle attività di ricerca della Science & Technology Organization risulta allineato ai requisiti di resilienza definiti dall’Alleanza. Una distanza significativa.

Nel nostro Paese, il dibattito sulla sicurezza nazionale ha registrato negli ultimi anni una progressiva strutturazione, con attenzione crescente a formazione, comunicazione strategica e consapevolezza pubblica. Si tratta di una dimensione necessaria, senza la quale nessuna architettura di resilienza può consolidarsi.
Il confronto con la cornice NATO consente di distinguere piani funzionali differenti: da un lato la costruzione della cultura strategica e della consapevolezza collettiva, dall’altro la definizione di strumenti operativi, criteri di misurazione e architetture di governance della resilienza. Non si tratta di livelli in contrapposizione, ma di componenti complementari di uno stesso processo.
La questione non è se l’Italia stia sviluppando una cultura della sicurezza – processo in corso e visibile – ma in che misura tale evoluzione si accompagni allo sviluppo di capacità istituzionali e operative coerenti con le trasformazioni dell’ambiente strategico.
Le implicazioni emergono a tre livelli.
Il primo è istituzionale. L’assenza di un riferimento ai requisiti NATO segnala una distanza tra resilienza intesa come categoria descrittiva e resilienza intesa come insieme di standard verificabili e processi misurabili. È in questo scarto che si riflettono molte delle successive discontinuità.
Il secondo è geopolitico e infrastrutturale. La continuità strategica italiana dipende sempre meno dalla geografia nazionale e sempre più dalla sicurezza di infrastrutture distribuite lungo catene globali di interdipendenza. La resilienza energetica è parte integrante della deterrenza. Le crisi che interessano lo Stretto di Hormuz e, più in generale, la fragilità dei principali choke points marittimi evidenziano quanto la sicurezza italiana dipenda da rotte globali caratterizzate da crescente instabilità. La progressiva erosione della capacità americana di garantire la libera circolazione nei punti di passaggio strategici – dal Golfo Persico al Mar Rosso fino al Mediterraneo allargato – introduce una variabile nel sistema della sicurezza euro-mediterranea. In questo quadro – come osserva anche Lucio Caracciolo, direttore di Limes – il Mediterraneo non appare più come un bacino stabilizzato, ma come uno spazio di intersezione tra competizione tra potenze e vulnerabilità logistica. A questo livello si aggiungono le infrastrutture sottomarine – cavi, condotte, reti energetiche e digitali – che costituiscono una componente essenziale ma spesso invisibile della continuità strategica. La dimensione sanitaria, resa evidente dalla pandemia, completa questo perimetro di dipendenza sistemica.
Il terzo livello è cognitivo e metodologico. Nel dibattito italiano la resilienza è utilizzata come categoria descrittiva, più che come capacità operativa soggetta a misurazione e verifica. La NATO suggerisce invece un principio fondamentale: ciò che non viene misurato difficilmente può essere governato. Il punto non riguarda la consapevolezza del tema, ma la sua traduzione in strumenti, indicatori e processi decisionali.

Il Report Resilience segnala una trasformazione ampia della sicurezza.
Per gran parte del Novecento la sicurezza è stata concepita prevalentemente in termini militari. Oggi dipende dalla continuità delle funzioni essenziali dello Stato: energia, comunicazioni, trasporti, capacità decisionale. La resilienza non sostituisce la deterrenza: la rende praticabile. Essa non riguarda solo la risposta alla crisi, ma la capacità di anticipare vulnerabilità e apprendere da esse. La stessa evoluzione della riflessione NATO mostra come la resilienza non possa essere ridotta a mera capacità di recupero. I concetti di adattamento, apprendimento e trasformazione sono progressivamente entrati nella dottrina dell’Alleanza. Resta tuttavia aperta una questione: come valutare il costo di tali processi nel lungo periodo? È proprio a questo livello che emergono i limiti del paradigma della resilienza. Anche quando il concetto incorpora apprendimento e trasformazione, continua infatti a descrivere con difficoltà ciò che accade ai sistemi sottoposti a stress cronico e prolungato.
E’ qui che il concetto di allostasi offre qualcosa che la resilienza non riesce a dare.
Nelle neuroscienze, l’allostasi descrive la capacità degli organismi di mantenere la stabilità non preservando uno stato fisso, ma modificando continuamente parametri e configurazioni in risposta alle variazioni ambientali. A differenza dell’omeostasi – che tende al ripristino di un equilibrio predefinito – l’allostasi riconosce che la stabilità è sempre il risultato di un processo di accomodamento. La stessa letteratura introduce un elemento che il dibattito sulla sicurezza tende a trascurare: il costo dell’adattamento. Ogni processo adattativo consuma risorse: materiali, organizzative e cognitive. Siamo di fronte al cosiddetto carico allostatico: l’usura cumulativa prodotta dall’esposizione prolungata allo stress.
Un sistema istituzionale può continuare a funzionare sotto pressione, ma a condizione di non esaurire le risorse che rendono possibile l’adattamento futuro.
È questa la domanda che l’allostasi pone ai sistemi di sicurezza del XXI secolo: quanto adattamento continuo può sostenere una democrazia esposta a crisi persistenti e simultanee senza compromettere la sua capacità di risposta agli shock successivi?
La resilienza non si misura sulla singola crisi superata, ma sulla capacità di preservare nel tempo il potenziale adattativo del sistema. Un sistema che consuma nell’adattamento le risorse necessarie ad adattarsi ancora non è resiliente: è esausto. In questa prospettiva, la sfida strategica non consiste soltanto nel resistere agli shock, ma nel preservare nel tempo la capacità stessa di adattarsi.

