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DAUA. Il campo di battaglia è la mente

C’è una parola, nel romanzo d’esordio di Sebastiano Caputo, che non viene mai spiegata del tutto: Daua. E’ il nome di un fiume del Corno d’Africa ma nel romanzo diventa la matrice invisibile che orienta spirito e destino dei personaggi. Il simbolo di un sistema che – proprio come l’acqua – attraverso il fluire e le alluvioni influenza la dinamica e la scansione del tempo. Il grande gioco del mondo, con regole non dichiarate ma condivise.

Giornalista di guerra, classe 1992, con esperienze in Siria, Iraq, Afghanistan, Ucraina e altri fronti caldi, Caputo usa la narrativa per dire ciò che il giornalismo deve tacere. Questioni che – per ragioni di riservatezza, sicurezza, complessità – nessun articolo può contenere. Il risultato è un romanzo che si muove tra Roma e il Medio Oriente, tra i palazzi vaticani e il deserto libico, tra teoria dei giochi e solitudine di chi vive nell’ombra.

Il campo di battaglia postmoderno non ha più confini geografici. Si combatte dentro sistemi percettivi da alterare, memorie collettive da riscrivere, volontà individuali da orientare. È questa la guerra cognitiva: conflitto ibrido che utilizza disinformazione, operazioni psicologiche e tecnologie persuasive. Caputo la rende esperibile attraverso la narrazione: “Prima le grandi potenze si sfidavano sulla terra, sul mare e in cielo, ora invece hanno spostato il perimetro di gioco dentro al nostro sistema cognitivo. La maggior parte della gente finisce in una realtà parallela, mentre una minoranza ha scelto di sprofondare in una realtà aumentata, un grande gioco in cui non ci si annoia mai. In questa dimensione si produce costantemente adrenalina, il più forte stupefacente che possa esistere su questa terra: Daua.

Il romanzo prende avvio con una promessa sospesa: “Prima o poi sarebbe arrivata”.

Giovanni Scorretti è in attesa di Maria, la giornalista che lo ha sedotto incidendo sulla sua traiettoria, pelle e cuore. In casa la tv trasmette il Grande Fratello VIP , non semplice intrattenimento ma dispositivo di massa della guerra delle percezioni. Il reality diventa trasposizione diffusa della competizione cognitiva. La sua filosofia si condensa in poche righe: la vita come linea instabile, la sopravvivenza come regola primaria, il tempo come unico alleato.

La credibilità geopolitica è centrale. L’Iraq post-ISIS è frammentato, attraversato da linee tribali, religiose e politiche spesso irriducibili alla lettura occidentale. Il rapimento di Alessandro si colloca in questo perimetro: avviene pochi giorni dopo che Trump ha eliminato Suleimani e Al Muhandis. Un clima di tensione e sospetti in cui un imprenditore italiano può essere assimilato a un attore ostile. La logica dell’influenza iraniana per procura opera come campo di forze più che come schema.

La Libia del finale è ancor più aderente al vero. La scena tra il generale Stranges e lo Sheikh tuareg nel Fezzan restituisce la centralità delle relazioni claniche come infrastruttura sostitutiva dello Stato. L’Italia emerge come mediatore relazionale, capace di muoversi negli spazi interstiziali del sistema internazionale. Forte Braschi diventa ancoraggio implicito di una tradizione nazionale dell’Intelligence consapevole del proprio costo umano.

La metodologia operativa si condensa in una sequenza essenziale: analisi del contesto, raccolta delle informazioni, ricomposizione dei dati in scenari, definizione dell’exit strategy. La citazione di Sun Tzu – “La strategia senza la tattica è la strada più lenta per raggiungere la vittoria. La tattica senza la strategia è il rumore che precede la sconfitta” – rafforza una deontologia trasmessa sul campo più che teoricamente.

Il Vaticano è rappresentato come diplomazia parallela sotto soglia, Non come spazio di complotto, ma come ambito operativo discreto dove il potere si esercita sottovoce e si preserva nella sottrazione.

Il contributo più rilevante del romanzo è il profilo psicologico di Giovanni: non eroe classico, ma soggetto esposto a contesti ad alta intensità. E se Alessandro attraversa Daua come civile e ne subisce l’urto, Giovanni vi permane, con un logoramento lento e progressivo.

Capri è sospensione apparente: “Non ti stancar di strappar spine, di seminare all’acqua e al vento. La storia non miete a giugno, e non vendemmia a settembre, ha una sola stagione: il tempo“.

Ma il tempo non sempre mantiene le promesse.

Maria innesca una crisi esistenziale che investe ogni ambito della vita di Giovanni.

Quando il generale Stranges – durante una telefonata fuori dai protocolli – gli domanda “Come sta?”, Scorretti descrive così la sua tristezza:

“Ho perso tutto”.

Il Direttore – che qui incarna perfettamente Daua – non solo avverte dell’errore ma insegna la virtù: “il carattere è il destino. E’ la mappatura del nostro sangue a inchiodarci di fronte a quelle responsabilità che determinano il nostro futuro” . Come le acque che scorrono non tollerano macerie o cadaveri, ma li allontanano con moto ondoso, così gli spiriti intelligenti non possono oziare, lasciarsi affatturare, distrarre, annoiare

Giovanni, allora, non può esimersi dal chiedergli quale sia, ora, la sua responsabilità:

“Ritrovare te stesso“.

Ma il ritorno a sé, per un uomo che ha operato nell’invisibilità, è una missione priva di coordinate.

L’ultimo passaggio si apre con una domanda affilatissima:

“Si può morire di solitudine?”.

L’assenza è presenza ” rammenta don Tancredi, poi fra Placido, nel silenzio di Norcia.E’ nell’oscurità che si preservano gli Uomini e si tengono a bada i nemici. Il potere è come un esercizio monastico: bisogna allenare la sobrietà, per porla a capo della nostra esistenza e rifuggire l’adulazione, che è l’anticamera della vanità” .

Perché in un’epoca in cui il campo di battaglia è la mente, chi è davvero al sicuro da Daua?

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