Dialogo senza concessioni
Ad Anchorage Trump e Putin si sono parlati per quasi tre ore, il vertice bilaterale più lungo dal 2018. La scenografia di pace ha lasciato spazio a uno stallo sostanziale: nessun passo avanti sull’Ucraina, nessuna concessione sull’Artico. I due leader hanno mostrato disponibilità al dialogo senza intaccare le rispettive linee rosse. L’Europa resta ai margini.
Dopo due ore e quarantacinque minuti di colloqui alla Joint Base Elmendorf-Richardson di Anchorage, il vertice Trump-Putin si è concluso senza risultati concreti sulla crisi ucraina. L’incontro, il più lungo tra i due leader dopo Helsinki 2018, ha prodotto dichiarazioni di circostanza e un comunicato congiunto privo di impegni vincolanti.

La conferenza stampa, durata dodici minuti, ha messo in evidenza la distanza fra obiettivi annunciati e risultati. Putin ha parlato di “atmosfera costruttiva” e di interesse a porre fine al conflitto, evitando di rispondere alla domanda diretta sul cessate il fuoco. Trump, che alla vigilia aveva indicato la tregua come obiettivo, non ha mai pronunciato le parole “pace” o “cessate il fuoco”.
Secondo il New York Times, se il presidente – che indossava i colori della Old Glory – puntava a un Nobel per la pace, l’esito lo allontana dall’obiettivo. La retorica della “produttività” non ha celato l’ammissione di “un paio di grossi punti” su cui persiste il disaccordo. Il mancato progresso riflette anche la strategia negoziale russa, radicata nella tradizione del Cremlino. Vladimir Putin si muove nel solco di Andrej Gromyko: chiedere il massimo, non cedere nulla, usare il tempo come tattica.

La scelta di Anchorage ha fornito un palcoscenico ad alto valore simbolico e a basso rischio politico. Il fondale con la scritta “Pursuing Peace” ha costruito l’immagine, non la sostanza. L’applauso di Trump all’arrivo di Putin – poi rimosso dai video ufficiali della Casa Bianca – e la condivisione della limousine presidenziale hanno trasmesso rispetto formale. L’invito di Putin “Next time in Moscow” segnala la volontà di mantenere aperto il canale.
La composizione delle delegazioni ha rispecchiato le priorità. Washington ha schierato il Segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff, Mosca il ministro Sergej Viktorovič Lavrov, e il consigliere Yuri Viktorovich Ushakov. Lavrov ha affermato che gli Stati Uniti “allenteranno sicuramente alcune sanzioni”, rivelando un obiettivo russo di progressi economici graduali più che di svolte diplomatiche. Putin ha ribadito che “con Trump presidente non ci sarebbe stata la guerra”, riproponendo la strategia di personalizzazione per dividere l’Occidente.

Nella posizione russa si confermano due costanti: spartizione dell’Ucraina ed esclusione dell’Europa dal negoziato. Putin non riconosce la legittimità di Zelensky e tratta alla pari con Washington, lasciando fuori Kiev e Bruxelles. L’Unione Europea ha reagito convocando per oggi, sabato 16 agosto, una riunione ristretta del Coreper per un resoconto del vertice e un punto sulle relazioni commerciali con gli Stati Uniti. Il formato “solo-ambasciatori” segnala la preoccupazione per sviluppi bilaterali che marginalizzino l’Europa nella crisi ucraina.
Come previsto, l’Artico si conferma teatro di competizione strategica. Trump ha mostrato capacità di dialogo diretto con Mosca, inviando un segnale a Cina ed Europa sulla centralità americana. Putin ha ottenuto legittimazione internazionale senza concessioni sostanziali. L’esito non chiude il dossier ma lo ridefinisce. Trump dovrà confrontarsi con NATO e Zelensky portando il peso di aspettative disattese. Putin rientra a Mosca con il canale aperto. A noi la conferma della saggezza tibetana: “è impossibile cucire con un ago a due punte”.

