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Disinformazione: l’arma invisibile del nostro tempo

La mente umana è un campo di battaglia dove si combatte una guerra fatta di narrazioni bugiarde. Una competizione strategica che plasma le percezioni, influenza le decisioni e avvelena le democrazie. Il saggio di Mario Caligiuri e Alberto Pagani, arricchito dalla prefazione di Giovanni Nistri, indaga origini, tattiche e implicazioni di questo nuovo terreno di scontro, a due anni dall’inizio dell’operazione militare speciale russa che ridefinisce la carta d’Eurasia.

A due anni dall’aggressione russa, l’Ucraina è in stallo militare, il sostegno internazionale vacilla e Mosca si prepara alle elezioni presidenziali all’ombra della morte in carcere, nel gelo siberiano, del dissidente Aleksej Naval’nyj.

Nel pieno di una guerra a più dimensioni, il cui esito resta ancora incerto, Disinformare: ecco l’arma. L’emergenza educativa e democratica del nostro tempo (Rubbettino), emerge come uno sforzo di sincerità di fronte a “un eccesso di informazioni verosimili, ma che si pretendono vere”.

Mario Caligiuri – presidente dalla Società Italiana di Intelligence nonché direttore del Master in Intelligence e ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria – e Alberto Pagani – docente di Sociologia all’Università di Bologna con esperienze parlamentari – esaminano la dimensione geopolitica e umanistica del conflitto che serve a Mosca per confermarsi impero e indagano origini, tattiche e implicazioni della guerra cognitiva che stravolge la nostra epoca.

Articolato in due parti, il saggio evidenzia le interazioni tra fattori sociopolitici rimarcando il ruolo cruciale dell’istruzione nel promuovere il pensiero critico come risposta alla disinformazione.

Quid est veritas?

Il volume si apre con l’introduzione del Comandante generale emerito dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, il quale mette in luce come simulazione e dissimulazione permeino ogni aspetto della comunicazione, trasformandola in un “terreno di scontro”.

Una questione “di immensa rilevanza”, non solo operativa ma “per la tenuta valoriale e democratica della collettività”.

Giovanni Nistri

Nistri rivela anche “il segreto” del libro: “dare l’impressione di descrivere un evento bellico, di grande impatto mediatico e storico, mentre in realtà si affrontano temi universalistici e di stringente attualità, la cui importanza va oltre le contingenze della cronaca”.

Un approccio che richiama le parole di Sun Tzu: “L’inganno è il Tao della guerra”, concetto comune a tutti i conflitti della storia, approfondito da tanti studiosi, non ultimo il generale prussiano Carl von Clausewitz che definiva la guerra “uno scontro di volontà”.

Nell’attualità, il concetto si è evoluto e oggi la guerra è una “competizione strategica” che va oltre i domini tradizionali: terra, mare, cielo, spazio, cyberspazio, sottomarino. Questa nuova forma di scontro è la guerra cognitiva, basata sul potere tossico della disinformazione che manipola e logora l’opinione pubblica. La definizione – introdotta nel 2017 dal generale David Goldfein, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica degli Stati Uniti – ha attirato l’attenzione di politologi, militari, analisti, scienziati e perfino della NATO, che ha riconosciuto la mente umana come nuovo campo di battaglia.

E così – citando il Vangelo di Giovanni – Nistri pone agli autori una domanda: “Avete chiarito cosa è la menzogna, ma… Quid est veritas?”.

La disinformazione è guerra

Alberto Pagani, partendo dall’assunto che “la prima vittima della guerra è la verità”, delinea come lo scontro cognitivo – basato su “narrazioni bugiarde” – formi l’opinione pubblica costruendo e consolidando rappresentazioni mentali “che influenzano emozioni, atteggiamenti, ragionamenti, scelte e comportamenti delle persone”.

Questo fenomeno, “adotta strategie mirate a convincere, perché entrambe le parti mentono, consapevoli che l’informazione è strumento di guerra”.   L’esito di un conflitto, pertanto, non dipende più solo dalla superiorità militare, ma anche dalla capacità di sfruttare processi conoscitivi e comunicativi, sia a livello nazionale sia internazionale.

La cosiddetta infowar – orchestrata contro l’Occidente e pianificata all’interno di una strategia globale attraverso operazioni psicologiche, le PsyOps“serve a creare la situazione più favorevole per gli attori in campo. Questo approccio – che il generale Valerij Vasil’evič Gerasimov, capo di Stato Maggiore della Difesa russa, chiama ‘approccio olistico al danno’ – integra, nella guerra asimmetrica, milizie irregolari, hacker e troll”.

Alberto Pagani

E mentre la propaganda tende a influenzare le persone per convincerle, così come spiega Pagani, “ad adottare o evitare uno specifico atteggiamento”, la guerra cognitivamescola informazioni reali e distorte, fatti esagerati e notizie inventate, per generare impressioni e accrescere confusione e sfiducia. Il tutto, senza che le persone si rendano conto di essere manipolate“.

La prima di queste fake news ha fatto dell’Occidente “un nemico da combattere, narrazione che ha alimentato rancore e desiderio di rivalsa.

Nulla di nuovo sotto il sole, poiché le bugie sono “parte costitutiva della guerra” fin dalla notte dei tempi: la differenza risiede negli strumenti di diffusione, che ora includono “piattaforme, come i social media globali, e siti di controinformazione. Strumenti efficaci – assai più di quei volantini lanciati da Gabriele D’Annunzio, durante il suo folle volo su Vienna – e perfetti per diffondere o rilanciare contenuti divisivi, spesso generati da algoritmi, con una rapidità e una portata senza precedenti”.

Gli attori coinvolti in questa nuova forma di conflitto – agenzie governative e di intelligence, imprese, media, gruppi di interesse e singoli individui – creano comunità con opinioni polarizzate, alimentando odio”.

Uno scenario raccapricciante: la “prosecuzione della dezinformacija sovietica” ma con dispositivi moderni, per massimizzare l’efficacia delle strategie impiegate: pubblicità, deception, disinformazione, intossicazione e propaganda. Tattiche in grado di soggiogare e devitalizzare una società senza ricorrere alla forza o alla coercizione.

DISINFORMARE: ECCO L’ARMA.
L’EMERGENZA EDUCATIVA E DEMOCRATICA
DEL NOSTRO TEMPO
Rubbettino

La disinformazione, rimarca Pagani, non può essere considerata un’appendice alla guerra: è la guerra”. Una guerra ambigua, senza limiti, che ha richiesto un ripensamento nevralgico delle operazioni di combattimento. E che, con l’avvento dei social media, “si è fatta più complessa e pericolosa. Le informazioni sono diventate contenuti da condividere e commentare online, che influenzano non solo l’opinione pubblica ma anche le strategie militari e, non di rado, accrescono l’ostilità tra le parti in conflitto”.

Sebbene la propaganda russa attiri su di sé grande attenzione, Pagani avverte: “la maggior parte delle notizie false è prodotta in casa nostra”. Storie che hanno dell’incredibile ma che pure proliferano, fino a diventare virali.

Tutto ciò trova fondamento nei meccanismi sociali e psicologici, perfino nelle neuroscienze che, analizzando il funzionamento del nostro cervello, registrano dipendenza compulsiva da social” in soggetti di tutte le età, complici e vittime della manipolazione su larga scala. Negli USA, la città di New York e prima ancora 41 Stati e il Distretto di Columbia hanno dichiarato guerra aperta ai giganti della tecnologia – tra cui Meta, società madre di Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger – sostenendo proprio che le piattaforme social inducono bambini e ragazzi a un utilizzo patologico con evidenti danni alla salute mentale. E la situazione non è meno grave nel nostro Paese dove, da una ricerca di Demoskopika, si evince che circa 1,1 milioni di connazionali con meno di 35 anni è a rischio di dipendenza da social. In Sicilia, Campania e Umbria le “comunità” maggiormente vulnerabili.

“Le informazioni sono il petrolio del nostro tempo, alimentano il progresso ma condizionano le masse. Non è un caso che la NATO le abbia collocate in vetta alla lista delle emerging and disruptive technologies, identificandole come principali minacce future alla sicurezza nazionale, poiché possono essere utilizzate come armi e produrre effetti incredibili destabilizzando l’opinione pubblica e intossicando il funzionamento delle democrazie”.

La ricerca della verità nell’era ibrida: un atto rivoluzionario

L’antidoto alla disinformazione è l’istruzione“. Lo ricorda Mario Caligiuri con un richiamo alla consapevolezza: i fatti sono sempre davanti agli occhi di tutti ma, benché evidenti, non interessano a nessuno, perché la verità è sopravvalutata”.

La disinformazione strutturale, nella società contemporanea, “è alimentata dall’eccesso informativo e dal basso livello di istruzione: un cortocircuito cognitivo che obnubila e disorienta le persone, impedendo loro di percepire la realtà“.

Una possibile soluzione, per contrastare questa deriva, sta nell’ignorare le informazioni superflue. Ma ciò richiede criteri di selezione ben definiti. Perché le parole “parlano”, e se da un lato hanno il valore attribuito loro da chi le ascolta, come ebbe a dire Giovanni Verga, dall’altro rilevano l’intento di chi le pronuncia. A patto però che siano comprese: da chi comunica e da chi porge l’orecchio.

Mario Caligiuri

Del resto, fake news e complottismi non sono che la parte più evidente della questione.

La vera minaccia risiede nella disinformazione di Stato, la comunicazione istituzionale” che stritola le coscienze e sbriciola la fiducia nelle istituzioni. “Il sistema mediatico, anziché generare informazione e conoscenza, produce disinformazione , abbagli ed equivoci, alimentando disuguaglianze sociali e mettendo a dura prova la stabilità democratica. La comunicazione – ammonisce Caligiuri – si è trasformata fattore diseducativo che indebolisce il pensiero critico e riduce la capacità di giudizio. Questa situazione è aggravata dallo sfilacciamento della funzione educativa della famiglia e dal declino del sistema educativo formale che non contribuisce ad arginare il divario sociale”.

Affrontare la sfida significa, quindi “proposte educative più funzionali, alta formazione per gli insegnanti e ampliamento dei saperi”. Perchè la Scuola sia sempre più un vivaio dove germogliare e non l’arena dove competere. E In tale prospettiva “l’Intelligence si conferma scienza del futuro e merita pieno riconoscimento accademico“.

Questo libro – così lo compendia Caligiuri – “è un atto di responsabilità nel contrastare l’idea che la verità possa essere sacrificata sull’altare della menzogna e della propaganda”.

La molteplicità dei significati del testo, si rivela lentamente al lettore, evidenziando l’attenzione con cui è stato pensato e costruito, pagina dopo pagina. Seguendo uno dei precetti della scrittura, la teoria dell’iceberg di Hemingway: alla parte visibile corrispondono altri sette ottavi nascosti sott’acqua.

L’invito finale è, quindi, a non “rilanciare”, ma a “pensare”.

E a mantenere elevati standard di fedeltà al vero.

Un atto rivoluzionario in questa società dove la verità, lo estrinseca magnificamente il filosofo Byung-chul Han, “si disintegra in polvere di informazioni, spazzata via dal vento digitale”.

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