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Ecco perché l’Intelligence è una sfida formativa

Nel suo intervento su Il Mattino, Mario Caligiuri – presidente della Società Italiana di Intelligence e ordinario di Pedagogia della comunicazione all’Università della Calabria dove dirige anche il Master in Intelligence – ha indicato nella riduzione della dispersione scolastica nel Mezzogiorno, e in particolare a Napoli, un segnale di possibile inversione di tendenza. Caligiuri collega questo dato a un risveglio culturale e istituzionale, richiamando esperienze locali come i Maestri di strada, il patto educativo del cardinale Battaglia, l’installazione del supercalcolatore Megaride. L’idea sottesa è che Napoli possa diventare un laboratorio educativo alternativo rispetto al declino nazionale.

La lettura è stimolante, ma per comprendere a fondo le dinamiche che investono la scuola italiana occorre confrontarsi con trasformazioni strutturali che toccano l’identità stessa della scuola, il ruolo della docenza, l’architettura delle politiche pubbliche e la natura delle sfide cognitive in un’epoca digitale.

Il primo nodo è la perdita di centralità dell’istituzione scolastica nella costruzione della conoscenza. A partire dagli anni Ottanta, la figura del docente ha perso peso simbolico e culturale. Il Magister, riferimento del sapere critico e guida formativa, è stato progressivamente sostituito da un modello burocratico e prestazionale. L’insegnamento si è piegato a logiche di efficienza, standardizzazione e misurazione, a scapito della sua funzione pedagogica e civile. In questo contesto, è legittima la richiesta di un recupero di autorevolezza della docenza. Ma la rivitalizzazione non può coincidere con la restaurazione. Confondere autorità con autoritarismo, rigore con esclusione, significherebbe replicare le distorsioni di un passato idealizzato. La scuola del dopoguerra, infatti, era spesso strutturalmente selettiva e socialmente escludente. Oggi occorre costruire una scuola esigente ma aperta, rigorosa ma inclusiva, capace di conciliare qualità formativa e giustizia sociale. Il compito dell’educazione pubblica non è trasmettere verità incontrovertibili, ma offrire strumenti critici. La scuola forma la libertà di pensiero, non il suo contenuto.

I dati del Rapporto Invalsi 2025 confermano la necessità di un approccio sistemico. Il peggioramento generalizzato delle competenze, anche nelle regioni settentrionali, smentisce l’idea di un miglioramento strutturale del Sud. Il 41% degli studenti al termine della scuola media non raggiunge il livello minimo in italiano, il 44% in matematica. Diminuiscono le eccellenze, aumentano le disuguaglianze. La scuola non corregge più gli squilibri: li replica.

In una recente intervista a Il Mattino,  il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha evidenziato che grazie al Decreto Caivano – DL 123/2023, convertito nella Legge 159/2023, che coinvolge oltre 2 mila scuole del Mezzogiorno e impone la segnalazione obbligatoria ai Comuni nei casi di prolungata assenza scolastica – in Campania, 5 mila notifiche hanno portato al rientro in classe di oltre 3.200 studenti. Valditara ha definito il risultato come “decisamente positivo e di forte impatto sociale”, ma la questione della dispersione scolastica al Sud e nelle periferie rimane significativa. Le cause sono connesse a questioni socio-economiche, carenze infrastrutturali, mancanza di reti di sostegno. Se il nuovo quadro normativo rappresenta una risposta sotto il profilo repressivo, la strategia dovrà passare, come indicato anche dallo stesso Valditara, da “risorse dedicate e interventi strutturali”, affinché la scuola torni a essere motore di crescita sociale.

Altro fronte decisivo è la gestione dell’intelligenza artificiale nei processi formativi. Studi del MIT e della Swiss Business School evidenziano che un uso passivo dell’IA compromette lo sviluppo cognitivo autonomo degli studenti. Tuttavia, una sua integrazione mirata può potenziare l’apprendimento. Il nodo critico è la mediazione umana. Solo docenti competenti e consapevoli possono governare l’uso dell’IA in senso formativo. Una scuola che abdica al pensiero autonomo in favore della generazione digitale non è solo inefficace: è pericolosa. Entro dieci anni l’IA potrebbe sostituire fino a 3,8 milioni di posti di lavoro (dati Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano). Un approccio non inclusivo rischia di amplificare le disuguaglianze esistenti – dal digital divide alla marginalità occupazionale – aggravando fratture sociali, culturali e territoriali. In Italia, dove solo il 45,7% della popolazione possiede competenze digitali, la sfida è colmare questi divari per affrontare una metamorfosi che ridefinirà il vivere sociale.

Qui si innesta il ruolo cruciale della cultura dell’Intelligence.

In un ambiente cognitivo saturo, polarizzato e disinformato, l’Intelligence diventa un sapere strategico. Non solo per lo Stato, ma per i cittadini. Come metodo di selezione e interpretazione delle informazioni, come strumento di lettura sistemica del reale, come educazione all’incertezza. Edgar Morin lo ha già indicato tra i saperi fondamentali del futuro.

Come ricordava Carlo Mosca, la sicurezza è un diritto di libertà.

In un’epoca in cui il consenso si costruisce più con la persuasione che con la forza, dominare l’informazione diventa decisivo. La scuola, in quanto spazio formativo primario, deve incorporare questa consapevolezza.

La lettura di Caligiuri ha il merito di riportare al centro l’educazione come snodo politico. La scuola deve tornare a essere il cuore di una politica culturale e di sicurezza democratica. L’Intelligence, intesa come metodo e cultura, ne è componente essenziale.

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