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Interfacce, vulnerabilità e sicurezza cognitiva: l’ambizione sistemica del modello neuro-adattivo

Pubblicato da SOCINT Press – portale editoriale della Società Italiana di Intelligence diretto da Alice Felli – il paper di Francesco Paolo Pinello si colloca in un contesto in cui il dominio cognitivo è assunto come area rilevante per la sicurezza. Per l’autore – sociologo e ricercatore che innesta questo contributo all’interno di una proposta di“sociologia del profondo incarnata”il design delle interfacce digitali è una componente infrastrutturale dei processi di comunicazione pubblica, con effetti sulla distribuzione della capacità di accesso e comprensione dei contenuti digitali.

L’architettura teorica si sviluppa attraverso una sintesi interdisciplinare ampia. Pinello collega la biologia della cognizione di Maturana e Varela – secondo cui il sistema nervoso opera in chiusura organizzativa e non riceve informazione ma perturbazione – con la sociologia sistemica di Luhmann, nella quale l’individuo è “ambiente” del sistema comunicativo. Integra poi la fenomenologia del corpo di Merleau-Ponty, la teoria dei media di McLuhan, il principio della free energy di Friston, la dual process theory di Kahneman e gli studi di LeDoux sull’attivazione/regolazione dell’amigdala, entro un perimetro autopoietico. Il rapporto tra utente e sistema non è descritto come interazione lineare, ma come processo di accoppiamento tra sistemi cognitivi e ambienti informativi: una cornice che interpreta l’esclusione digitale come fenomeno biologico, cognitivo e comunicativo prima ancora che tecnico.

Il nucleo operativo del modello – la cosiddetta “legge di compensazione termodinamica dell’Information Design” – prevede che l’interfaccia adegui il livello di complessità informativa allo stato dell’utente: riduzione del rumore morfologico nei contesti di sovraccarico, incremento della densità semantica nei contesti di deprivazione, modulazione della struttura linguistica nei casi di barriere educative.

Il sistema Deep BI raccoglie e analizza segnali comportamentali digitali per inferire stati cognitivi ed emotivi e modulare l’interfaccia di conseguenza, una relazione continua tra osservazione del comportamento e adattamento dell’ambiente informativo.

La proposta si rivolge a utenti in condizioni di vulnerabilità cognitiva o sensoriale: persone neurodivergenti, persone con disabilità, soggetti in condizioni di povertà educativa. L’assunto è che la qualità dell’interazione digitale non sia una variabile di comfort, ma una componente della sicurezza. Cittadini che non riescono a orientarsi nell’ambiente informativo sono cittadini più esposti alla disinformazione, alla manipolazione, alla marginalizzazione dal ragionamento pubblico. In questa prospettiva, l’interfaccia non è uno strumento neutro: è infrastruttura democratica.

Non è un’idea che circola solo negli ambienti accademici. Nel dicembre 2025, Papa Leone XIV ha dedicato il suo discorso ai vertici dell’intelligence italiana proprio al rapporto tra tecnologia e fragilità umana, un tema poi sviluppato nell’enciclica Magnifica Humanitas, documento interamente centrato sulla “custodia della persona umana” nell’era dell’intelligenza artificiale. Come la Rerum Novarum di fine Ottocento offrì una cornice morale alla trasformazione industriale, così questo documento cerca di dare orientamento a una trasformazione altrettanto strutturale.

Il messaggio convergente è che la tecnologia porta sempre l’impronta dell’intenzione che la governa e che proteggere i più vulnerabili dai suoi effetti è, prima ancora che una sfida tecnica, una questione di responsabilità morale.

Eppure il modello apre una tensione che il paper stesso lascia irrisolta.

Se un sistema è in grado di leggere la vulnerabilità per proteggerla, dispone anche di una mappatura delle sue concentrazioni. Il problema si sposta allora dal piano tecnologico a quello istituzionale: quale architettura democratica può garantire che lo scudo non si trasformi, nel tempo, in una mappa della fragilità collettiva?

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