NARCOTRAFFICO e INTELLIGENCE: una sfida multidimensionale alla SICUREZZA NAZIONALE
🇬🇧 The perspective developed at the University of Calabria reveals a phenomenon rooted in history yet constantly reshaped by today’s digital and financial dynamics. The analyses of Mario Caligiuri and Antonio Nicaso portray criminal organizations able to navigate regulatory systems, economic circuits and territorial spaces, while the growing spread of both legal and illegal substances exposes a deeper distress running through younger generations. Within this framework, the ability to detect weak signals and interpret cultural, social and technological interconnections becomes essential to anticipating future developments and strengthening the resilience of democratic institutions.
🇮🇹 La lettura offerta dall’Università della Calabria mostra un fenomeno che affonda le sue radici nella storia ma si rinnova nelle dinamiche digitali e finanziarie del presente. Le analisi di Mario Caligiuri e Antonio Nicaso delineano organizzazioni criminali capaci di muoversi tra normative, economie e territori, mentre la crescente diffusione di sostanze – legali e illegali – rivela un disagio profondo che attraversa le giovani generazioni. In questa cornice, la capacità di cogliere segnali deboli e comprendere le interconnessioni culturali, sociali e tecnologiche diventa decisiva per anticipare evoluzioni future e rafforzare la tenuta del sistema democratico.
L’Università della Calabria torna a proporsi come laboratorio privilegiato per l’analisi delle minacce alla sicurezza nazionale, mettendo a fuoco il narcotraffico in una duplice chiave: quella pedagogico-culturale e quella strategico-Intelligence. Due appuntamenti recenti – il corso di Pedagogia dell’Antimafia e l’apertura del Master in Intelligence all’Università della Calabria – hanno offerto, attraverso le voci di Mario Caligiuri e Antonio Nicaso, una lettura che non si limita alla cronaca criminale, ma ricompone un fenomeno globale dentro coordinate storiche, economiche, sociali e soprattutto cognitive.
Caligiuri, ordinario di Pedagogia all’Unical e presidente della Società Italiana di Intelligence, colloca la questione in una lunga durata che incrina ogni tentazione di considerare la droga un’emergenza contingente. Dal monito degli Aztechi alla “polvere bianca” che avrebbe portato alla rovina, fino alle guerre dell’oppio ottocentesche, il docente richiama un passato in cui le sostanze psicoattive vengono usate come strumenti di pressione geopolitica. Nulla di distante dall’oggi: nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina la droga sintetica è divenuta tema di confronto a livello di vertici di Stato, quasi un indicatore sensibile dei nuovi rapporti di forza planetari. L’arco geografico che va dall’Afghanistan all’Iran e all’Asia centrale continua a costituire una cerniera strategica delle rotte globali, confermando come certe porosità territoriali restino decisive anche nell’era della digitalizzazione del crimine.
Il narcotraffico, tuttavia, non è solo geopolitica: è un’industria che prospera là dove la distinzione tra legale e illegale si fa opaca. Caligiuri riporta l’esempio della City londinese, snodo finanziario di primaria importanza e, al contempo, epicentro di attività di riciclaggio: una “bipolarità” che riflette la capacità delle mafie di inserirsi nei gangli della globalizzazione. È in questa intersezione tra finanza, logistica e sistemi normativi che le organizzazioni criminali trovano la loro forza, in un ambiente dove i perimetri sfumano e ogni area d’ombra diventa opportunità.
Nicaso – storico delle organizzazioni criminali, uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta nel mondo e docente di Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen’s University – riprende e approfondisce questo tema descrivendo mafie sempre meno riconducibili a modelli arcaici e sempre più strutturate come organismi adattivi, capaci di manovrare tra reale e virtuale, di dialogare con tessuti economici legittimi, di costruire consenso tanto nei territori d’origine quanto in quelli di insediamento. L’esempio canadese della ’ndrangheta, radicata in una comunità che le fornisce protezione sociale e infrastrutture relazionali, testimonia la capacità delle organizzazioni di combinare tradizione e innovazione in una continuità culturale che sfugge agli approcci meramente repressivi.
Sul piano interno, i numeri restituiti da Caligiuri delineano una pressione sociale crescente. I 231 morti per droga registrati nel 2024 – il doppio dei femminicidi – sono solo la punta di un iceberg che attraversa le carceri, dove quasi un detenuto su tre è tossicodipendente, e lambisce una gioventù in cui un ragazzo su quattro fa uso di sostanze. A questa evidenza si somma un dato parallelo ma ugualmente rivelatore: il boom degli antidepressivi. Con quasi 50 milioni di confezioni vendute nell’ultimo anno e crescite a doppia cifra nelle fasce 15-34 anni, la farmaco-dipendenza legale si intreccia alla diffusione delle droghe illegali, disegnando un sistema di compensazione chimica che parte ormai dall’infanzia, come mostra il raddoppio delle prescrizioni ai minori dal 2016 al 2024.
Il quadro che emerge è quello di un Paese dove la domanda di sostanze – legali o illegali – risponde a un vuoto culturale. La citazione di Pier Paolo Pasolini – il capitolo delle Lettere luterane, uscito originariamente sul “Corriere della Sera” del 24 luglio 1975, dal titolo La droga: una vera tragedia italiana – non è casuale: indica la radice di una crisi di senso che attraversa la società e che si manifesta, oggi, in forme più precoci e pervasive. Se un giovane su quattro ricorre alle droghe e un minore ogni 175 assume psicofarmaci, il problema non è soltanto criminale, ma riguarda la capacità della comunità nazionale di fornire orientamento, valori, appartenenza. Di fronte a un disagio che si traduce in consumo, repressione e prevenzione rischiano di diventare strumenti monchi se non accompagnati da una riflessione culturale di lungo periodo.
In questo scenario, l’Intelligence non è più un settore confinato al monitoraggio e alla neutralizzazione delle reti criminali. Come ricorda Nicaso, la sfida consiste nell’anticipare: leggere segnali deboli, ricostruire nessi invisibili, mappare flussi finanziari e dinamiche culturali con la stessa perizia con cui si analizzano i movimenti di un attore ostile nello scacchiere internazionale. Le mafie digitali, ibride, transnazionali richiedono un apparato statale capace di un’analoga sofisticazione, di una sensibilità interpretativa che incorpori metodi analitici e intuizioni culturali. Da qui l’importanza di quelle che Nicaso definisce “antenne culturali”: dispositivi cognitivi in grado di percepire il passaggio delle informazioni e delle pratiche da un ecosistema criminale a un altro.
La riflessione converge così su un punto: il narcotraffico non è un comparto criminale da isolare, ma un fenomeno-soglia che rivela fragilità strutturali della società contemporanea. Richiede un intervento che unisca tecniche operative e rigenerazione culturale, capacità di anticipazione e ricostruzione del senso. In questa prospettiva, l’Università della Calabria assume un ruolo che trascende l’ambito accademico: forma competenze analitiche, alimenta una cultura della complessità, prepara profili in grado di comprendere un mondo in cui il confine tra lecito e illecito è diventato un campo di battaglia cognitivo prima ancora che giuridico. Una sfida che riguarda, insieme, la sicurezza dello Stato e la tenuta del suo tessuto valoriale.

