Una stagione dell’INTELLIGENCE italiana. FULVIO MARTINI e l’autonomia dello Stato
🇬🇧 On the occasion of the posthumous award of the Francesco Cossiga Prize for Intelligence to Admiral Fulvio Martini, his daughter Adriana offers a vivid, non-celebratory portrait. Moving from the private sphere to operational doctrine, from Trieste’s border identity to the strategic centrality of the Mediterranean, the interview outlines the vision of a Navy officer and former director of SISMI who understood Intelligence as an autonomous function of the State, grounded in institutional loyalty, ethical rigor and the ability to perceive weak signals.
🇮🇹 In occasione del conferimento del Premio Francesco Cossiga per l’Intelligence alla memoria dell’Ammiraglio Fulvio Martini, la figlia Adriana ne restituisce un ritratto vivido e non retorico. Dalla dimensione familiare al metodo, dall’identità triestina alla centralità del Mediterraneo, emerge la figura di un ufficiale di Marina e direttore del SISMI che concepì l’Intelligence come funzione autonoma dello Stato, fondata su rigore, lealtà istituzionale e capacità di leggere i segnali deboli.
Quando Fulvio Martini assunse la direzione del SISMI, nel novembre 1984, l’Intelligence italiana era un terreno di frizione: sospesa tra logiche di apparato e controllo politico, fedeltà atlantica e autonomia nazionale, prassi consolidate e necessità di riforma. Quando lasciò l’incarico, nel febbraio 1991, il quadro era mutato: all’Unione Sovietica restavano pochi mesi di vita, il Golfo era in fiamme, il Mediterraneo tornava a essere epicentro di instabilità. Martini, dal canto suo, aveva già maturato una convinzione: l’Intelligence non poteva ridursi a strumento del governo di turno, ma doveva restare una funzione autonoma dello Stato.
Il conferimento della sesta edizione del Premio Cossiga SOCINT alla sua memoria non è, dunque, soltanto un riconoscimento postumo, ma l’occasione per interrogarsi su una visione oggi in tensione: quale idea dell’Intelligence ha preso forma in quella stagione e quale parte di essa risulta ancora verificabile ai giorni nostri?
L’intervista con Adriana Martini – figlia dell’Ammiraglio, testimone di un metodo prima che di una carriera – non ricostruisce una cronaca, ma illumina una dottrina: la capacità di leggere i segnali deboli, la difesa dell’indipendenza di giudizio, la consapevolezza che la credibilità delle fonti dipende dalla rettitudine di chi le gestisce. Dalla dimensione privata alla centralità del Mare nostrum, dal nazionalismo triestino all’orgoglio della Marina, emerge il ritratto di una Intelligence segnata da un ethos in evoluzione: il rispetto tra avversari, l’autonomia dai governi, la professionalità come fondamento della fiducia. Un ricordo che restituisce l’Intelligence come cultura dello Stato, non come racconto di potere.

Professoressa Martini, suo padre scelse “Ulisse” come nome in codice. Era un richiamo all’eroe del viaggio o del ritorno? In che misura questa figura mitica rispecchiava la tensione tra esplorazione e radicamento?
Ulisse fu realmente un nome in codice di mio padre durante alcune operazioni condotte in ambito NATO. La scelta non aveva un intento letterario, ma nasceva da un richiamo personale, concreto: il mare. Ulisse, per lui, era soprattutto l’eroe che naviga il Mediterraneo. Gli ricordava gli anni della giovinezza trascorsi come ufficiale imbarcato, quando aveva toccato quasi tutti i porti del bacino mediterraneo. Dovendo scegliere tra le due dimensioni, direi senza esitazione che prevaleva la curiosità del mondo, l’attrazione mai sazia per l’esplorazione più che il tema del ritorno domestico.
Riservato e frugale, quasi ascetico, ma dotato di un’ironia affilata e di uno sguardo penetrante. Così è ricordato l’Ammiraglio. Come si manifestava questo contrasto nella vita familiare?
In pubblico era una persona riservata. In casa, invece, era il più allegro di tutti noi. Mia madre era una donna seria e composta; lui, al contrario, amava scherzare, prendere in giro, nascondere oggetti. In famiglia era, senza timore di usare un termine improprio, un giocherellone. Quanto alla frugalità, quando divenne capo dei Servizi avrebbe potuto trasferirsi nell’appartamento di rappresentanza vicino alla sede del SISMI, ma preferì restare a casa. Aveva bisogno di momenti di libertà, di indossare le sue camicie scozzesi e dedicarsi al giardinaggio sul terrazzo. La complessità più profonda del suo carattere emerse soprattutto negli ultimi anni, quando, come Autorità nazionale per la sicurezza e Consigliere del Presidente, rifletteva con preoccupazione sui cambiamenti strutturali prodotti dall’uso incontrollato delle tecnologie.
“Galantuomo” è un aggettivo che ricorre spesso nel ricordarlo. In che modo questa idea di rettitudine si traduceva nel suo modo di concepire l’esercizio dell’autorità e la gestione del potere?
Per mio padre essere un galantuomo significava, prima di tutto, essere una persona perbene. Dietro questa definizione si celava un’eredità complessa. Proveniva da un intreccio di culture e religioni: cattolici, ebrei e luterani; italiani, croati, boemi e ungheresi. Crescere in questo contesto gli insegnò il rispetto assoluto delle diversità. Ho avuto la fortuna di conoscere le mie bisnonne, autentiche “signore” nel senso più rigoroso del termine, portatrici di un’etica concreta e silenziosa. Da loro derivava quell’idea di rettitudine che si manifestava prima nei comportamenti quotidiani e solo dopo nelle scelte pubbliche.
Trieste e l’identità nazionale: che tipo di italianità rappresentava per lui?
Mio padre si sentiva profondamente triestino. Trieste era una città di confine nel senso più pieno: storico, culturale, linguistico. Proprio per questo la sua identità nazionale non nacque per esclusione, ma per sintesi. Pur provenendo da un ambiente multietnico, scelse con convinzione l’italianità, identificandola nel servizio come ufficiale della Marina Militare. Essere italiano implicava assumersi una responsabilità, non rivendicare un’appartenenza astratta.
È celebre la sua capacità di “vedere lungo”, di intercettare segnali deboli. Da dove nasceva questa lucidità?
Era certamente un uomo istintivo, ma l’istinto era sempre accompagnato dall’analisi. Da bambina mi mostrava fotografie scattate durante operazioni di Intelligence e mi insegnava a osservare i dettagli. L’episodio dei missili sovietici diretti a Cuba nacque così: durante una missione NATO sul Bosforo notò carichi insoliti su navi sovietiche, li fotografò con una macchina privata e ne comprese il significato. Fu una combinazione di curiosità, intuito e capacità di sintesi, un metodo che ritornò più volte nella sua vita.
Rifiutò incarichi internazionali di prestigio per non accettare una doppia fedeltà…
Alcune offerte importanti, in ambito NATO, arrivarono in un momento personale difficile: mia madre era gravemente malata e lui non volle lasciare l’Italia. Ma vi era anche una ragione più profonda. Mio padre si sentiva, prima di tutto, un ufficiale di Marina italiano. Aveva un’idea molto netta della fedeltà: servire lo Stato comportava non accettare ambiguità. In questo senso, la sua scelta fu coerente con tutta la sua vita.

Cosa significava per lui essere un marinaio?
Tutto. E qui si apre un capitolo significativo. Suo padre – mio nonno – era un generale dell’Esercito. Durante la guerra aderì alla Repubblica di Salò, non per convinzione ideologica, ma perché riteneva che il dovere di un ufficiale fosse seguire il comando militare cui apparteneva. Per questa scelta, al termine del conflitto, fu degradato e trascorse alcuni anni di prigionia alla Maddalena. Solo in seguito, durante la presidenza Saragat, gli furono restituiti gradi e onore, quando emerse che aveva salvato alcune famiglie ebree di Trieste nascondendole in casa. Mia nonna era di origine ebraica. Nel 1938, quando furono promulgate le leggi razziali, nonno stracciò la tessera del Partito Fascista, affermando che la dignità propria e quella della famiglia di sua moglie non erano negoziabili. E’ un dettaglio che restituisce tutta la complessità – e anche le contraddizioni – di una generazione educata al dovere come obbedienza. Quando mio padre scelse la Marina Militare, e non l’Esercito, mio nonno smise di parlargli per sette anni. Lo visse come un tradimento. Per mio padre, invece, quella scelta era una affermazione identitaria. Gli anni da ufficiale imbarcato furono, con ogni probabilità, i più felici della sua vita e costituirono il fondamento profondo del suo modo di intendere il servizio allo Stato.
È descritto come colui che seppe difendere il Servizio con fermezza. Quali episodi lo mostrano meglio?
Credeva fermamente nell’autonomia dei Servizi come condizione imprescindibile della democrazia. La crisi di Sigonella rappresentò uno snodo emblematico: fu in quella circostanza che si manifestarono con chiarezza sia l’idea di indipendenza dell’Italia, sia il ruolo dell’Intelligence nella gestione di una crisi ad alta intensità politica e internazionale. Sigonella costituisce, non a caso, uno dei punti fermi anche nell’autobiografia Nome in codice: Ulisse. Non fu, tuttavia, l’unico passaggio critico della sua direzione. La fase finale della sua carriera fu attraversata da dossier complessi e da tensioni che alimentarono in lui una riflessione ampia sul ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. I ricordi che evocava con maggiore forza riguardavano, in particolare, il potenziale inespresso del Paese – in particolare durante la presidenza Craxi, con cui ebbe un rapporto di forte sintonia – e, più in generale, la centralità dell’Italia nel Mediterraneo. A suo avviso l’Italia avrebbe dovuto esprimere al meglio le sue capacità, non solo come Stato, ma come popolo.
Costruì relazioni complesse con interlocutori anche ostili. Come riusciva a stabilire questa fiducia senza compromettere l’autonomia?
Devo premettere un elemento decisivo: durante la Guerra Fredda, quando mio padre era operativo, esisteva un rispetto profondo per l’avversario. Il primo aneddoto risale al Natale del 1967 o del 1968. Mio fratello, più piccolo di me, doveva essere operato d’urgenza per una peritonite fulminante. Vivevamo a Belgrado, dove mio padre era addetto navale. Ricevemmo una telefonata che lo invitava a un incontro non meglio specificato. Quando arrivò, trovò l’addetto navale della Repubblica Democratica Tedesca, appartenente al Patto di Varsavia, che gli portò un dono per mio fratello: aveva saputo che stava molto male. Il secondo episodio risale al giorno della morte di mio padre. Ricevetti una telefonata da un uomo che parlava in dialetto triestino e piangeva disperatamente. Era l’ex capo della polizia politica di Tito, ormai anziano e in pensione. Mi disse che in gioventù aveva persino sparato contro mio padre durante un’operazione. Eppure, il rispetto per la persona era rimasto intatto.
Il rapporto con Francesco Cossiga fu anche umano. Come lo ricorda?
Cossiga, testimone delle seconde nozze di mio padre, frequentava la nostra casa in forma riservatissima. Papà cucinava per lui – spaghetti con le acciughe, carbonara e amatriciana – e le loro conversazioni si protraevano fino a notte fonda. Ricordo un episodio quasi surreale: una sera le rispettive scorte, otto uomini ciascuna, finirono per giocare a pallone in una stradina della Balduina. Gli schiamazzi indussero i vicini a chiamare la Polizia; quando gli agenti giunsero sul posto compresero la situazione, si scusarono e si allontanarono. La nostra abitazione affacciava sulla ferrovia che sale da San Pietro verso Anguillara. Papà vi salvò un gattino investito da un treno; con l’aiuto della scorta lo portò in una clinica veterinaria, dove gli amputarono una zampa e la coda. Lo chiamò Zoppetto e rimase con lui per diciannove anni.
Lasciò il SISMI con alcuni mesi di anticipo. Come visse quel passaggio?
Avrebbe dovuto andare in pensione molti anni prima: ebbe cinque proroghe. Lasciò l’incarico il 28 febbraio 1991. Continuò comunque a essere coinvolto come Consigliere e Autorità per la sicurezza. Gli fu chiesto di rientrare in campo, ma ritenne che il suo ruolo fosse ormai quello di trasmettere esperienza.
Se potesse osservare il mondo di oggi, quali intuizioni apparirebbero più profetiche?
Credo sarebbe profondamente colpito dall’incapacità della politica di tenere insieme tutela dello Stato e crescita culturale ed economica. Dopo il 2001 era molto pessimista: riteneva che si fossero rotti equilibri fondamentali della civiltà occidentale. Parlava di una vera e propria frattura antropologica, non solo geopolitica.

C’è qualcosa che vuole aggiungere per restituire pienamente la sua figura?
Due aspetti. Il primo: l’orgoglio assoluto di essere stato un ufficiale di Marina per trentasei anni. Il secondo: un’integrità totale, quasi fastidiosa nella sua intransigenza. Scrisse Nome in codice: Ulisse da solo, senza ghostwriter, accettando soltanto minime correzioni linguistiche.
Un messaggio per chi oggi veste la divisa della Marina?
La Marina italiana resta un gioiello all’interno della NATO e delle marinerie occidentali. Ricordo un ufficiale britannico che, conoscendo i marinai italiani, confessò come il rispetto per le loro capacità continuasse a crescere. Questo, credo, riassuma bene il lascito di mio padre.

