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IA e CONFLITTI: “STIAMO GIOCANDO CON IL FUOCO”. Intervista ad ALBERTO PAGANI

Settembre 2026. Jacob Coxon, ricercatore che ha trascorso tre anni tra OpenAI e Anthropic, si dimette con un’accusa pubblica: entrambe le aziende procedono in modo imprudente nella corsa verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi. Evan Hubinger, responsabile della ricerca sull’allineamento di Anthropic, gli dà ragione e ammette che un piano per garantire il controllo di questi sistemi ancora non esiste. L’allarme non viene da critici esterni, ma da chi quei sistemi li costruisce. Negli stessi giorni Anthropic documenta l’impiego dei propri modelli in un’operazione di spionaggio compatibile con un gruppo che Washington collega all’Intelligence russa. Sul campo di battaglia, Minab: il 28 febbraio un missile statunitense colpisce una scuola elementare, oltre 150 vittime tra cui 120 scolari. I sistemi di targeting segnalavano dati obsoleti; l’avviso è stato ignorato, in nome della rapidità. Il 17 settembre la Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sull’Iran indica fondati motivi per ritenere che l’attacco configuri un crimine di guerra. Washington ne respinge le conclusioni. Laboratori, dominio cyber, teatri operativi. Lo schema si ripete: segnali di rischio sottovalutati, controlli che non tengono il passo, competizione che prevale sulle regole. Ne parliamo con Alberto Pagani, docente, advisor e socio fondatore SOCINT.

Alberto Pagani

Le macchine non ragionano: calcolano. Non hanno sentimenti, non provano pietà né paura; sono strumenti. Un martello non è buono o cattivo in sé: può piantare un chiodo o colpire la testa di uno sventurato. Decide chi lo impugna, e può farlo con prudenza e perizia oppure in modo incosciente e sciagurato; la colpa, però, non sarà mai del martello. Un sistema di targeting basato sull’IA processa milioni di dati in pochi secondi, secondo prescrizioni e regole stabilite dall’uomo. È l’uomo a tracciare la linea rossa tra prudenza ed efficienza.

Inevitabilmente: integra un’infinità di dati in pochissimo tempo, e la mente umana non può tenere il passo. L’uomo può insegnare all’IA le regole d’ingaggio con cui analizzare i dati e proporre soluzioni. Il processo, però, non è percorribile a ritroso: non si può ricostruire se e dove l’IA abbia sbagliato. Per questo i meccanismi di verifica e di controllo incrociato vanno costruiti dentro il processo, non collocati a posteriori.

L’analista non è un mago né un indovino. Se i database sono sporchi, non può ripulirli. Può esercitare a valle tutti i controlli possibili, ma la responsabilità principale resta a monte, in capo a chi le basi informative le gestisce e ne cura la manutenzione. I sistemi di IA attingono a moltissime fonti, militari e civili, da cui estraggono i dati grezzi che compongono il quadro informativo. Sono fonti tenute da soggetti diversi, alcuni con grande perizia, altri con superficialità. Un esempio? Lo SDI, la banca dati del Ministero dell’Interno, è alimentato da una miriade di fonti, non tutte accurate. Si denuncia il furto dell’auto e la targa risulta rubata. Poi l’auto ricompare, perché era soltanto parcheggiata altrove, ma per imbarazzo la denuncia non viene ritirata. Da quel momento, a ogni varco con lettura automatica delle targhe, il proprietario risulta alla guida di un veicolo rubato e deve essere fermato come presunto ladro della propria auto. Qui il malinteso si chiarisce con la Polizia, che certamente non spara senza aver prima identificato la persona. Ma se accadesse in una zona di guerra, dove le autobombe sono all’ordine del giorno?

Non credo che il problema sia risolvibile del tutto. In guerra la velocità può fare la differenza tra vivere e morire. Se un sistema automatico decide in una frazione di secondo come rispondere a una minaccia, mentre il soldato morirebbe prima di aver finito di valutarla, è ovvio che si affiderà ciecamente alla macchina. Occorre allora distinguere per casi d’impiego, come avviene in altri ambiti. Il pilota di un drone d’attacco opera al sicuro dentro un container in Arizona, mentre il velivolo sorvola il teatro operativo e una macchina lo supporta nel targeting: a lui spetta sempre un controllo accurato prima di premere il pulsante. Ma se quel container si trova in zona di guerra e il radar intercetta un missile destinato a colpirlo entro pochi secondi, la priorità diventa salvare la vita dei soldati. Conviene, allora, affidare la risposta a un sistema autonomo di controllo del tiro: un “cervello” radar e informatico interno al sistema d’arma, che rileva la minaccia, ne calcola la traiettoria balistica, designa automaticamente il bersaglio e indica con quale arma colpirlo. Lo stesso criterio andrebbe applicato all’intelligenza artificiale, dove però tutto diventa più complesso.

Nessuno dei tre. La minaccia risiede in chi utilizza questi sistemi e ne stabilisce le regole d’ingaggio. Sono tutti strumenti potenti, impiegabili con prudenza o in modo sciagurato; con la loro potenza cresce la minaccia che ne discende, e con essa il rischio. Si pensi all’IA nella guerra cognitiva. Può generare deepfake per alimentare l’odio e produrre disgregazione e conflittualità sociale in un Paese avversario. Oppure può analizzare un attacco coordinato da un Paese ostile, ricostruirne forma e narrativa e tentare di neutralizzarlo con una contronarrativa. Sono attività simili nella forma, ma radicalmente diverse nella sostanza.

Un dato classificato non è pubblico, ma resta utilizzabile dall’Intelligence per i riscontri necessari a verificare l’accuratezza degli strumenti. Quanto al merito, un’accuratezza del 90% è superiore alla media delle analisi umane, che al rischio di errore aggiungono i bias cognitivi di analisti e decisori. Un termine di paragone aiuta: in Italia la percentuale di errori giudiziari che portano in carcere degli innocenti supera il 10%.

Non credo sia questo il punto centrale. Partirei da un fatto su cui credo siamo tutti d’accordo: la guerra è orribile, perché muoiono sempre degli innocenti. I miei nonni mi raccontavano dei civili uccisi dai bombardamenti inglesi e americani durante la Seconda guerra mondiale. Eppure non hanno mai saltato un 25 aprile: festeggiavano la liberazione dalla dittatura nazifascista, anche se era costata un prezzo alto in vittime innocenti. Oggi ci spaventa che sia una macchina a calcolare la percentuale dei danni collaterali. Ma i danni collaterali ci sono sempre stati, in tutte le guerre: prima si calcolavano a occhio.

È un problema drammatico, che investe la dottrina militare di tutte le Forze armate del mondo: stabilire a monte quando un certo numero di vittime civili sia da considerare accettabile come danno collaterale di un attacco. Non è un caso che organizzazioni terroristiche come Hamas collochino i propri centri di comando negli ospedali o negli asili. Sono organizzazioni che non attribuiscono alcun valore alla vita dei civili e semmai ne usano la sofferenza come strumento di propaganda. Il nemico viene così posto davanti a un’alternativa: rinunciare all’attacco per non uccidere innocenti, oppure attaccare comunque e consegnare le vittime civili alla loro strumentalizzazione.

Nel software una verifica analoga a quella nucleare è, purtroppo, materialmente impossibile. L’algoritmo è opaco, mutevole, privo di tracciabilità fisica. Verificarlo richiederebbe tre condizioni: l’accesso al codice sorgente, che nessuna potenza concederebbe mai; una certificazione continua, di fatto inattuabile; una standardizzazione internazionale vincolante, che non esiste. Nel nucleare il sistema regge perché la deterrenza è simmetrica, fondata sulla mutua vulnerabilità. La dottrina atomica si basava sulla Mutua Distruzione Assicurata, e non a caso l’acronimo scelto fu MAD, “pazzo” in inglese. Nell’IA militare questa simmetria manca: gli incentivi competitivi restano superiori ai vantaggi della verifica.

Resta un principio simbolico, senza struttura operativa. Non è vincolante, non contiene una definizione condivisa di “controllo umano”, è bilaterale ed è sprovvista di meccanismi di verifica e di sanzioni. Resterà lettera morta finché non interverrà uno shock, cioè un incidente reale legato all’IA che provochi un’escalation non voluta. Oppure finché un mutamento strategico non farà percepire il rischio comune come maggiore del vantaggio relativo.

Non lo so, e mi piacerebbe molto saperlo. So però che stiamo giocando con il fuoco, e che dovremmo essere tutti più prudenti. Se le big tech americane avvertono che esiste un pericolo serio per l’umanità e propongono di rallentare, di prendersi una pausa e di procedere insieme con maggiore cautela, la risposta cinese mi pare sbagliata. Comprendo la sfrenata ambizione di superare gli americani e arrivare primi: chi dominerà l’intelligenza artificiale dominerà il mondo, come ha ricordato Donald Trump (e Vladimir Putin prima di lui, ndr). Ma senza la prudenza necessaria a impedire che l’evoluzione dell’IA ci sfugga di mano, rischiamo di farci davvero molto male. Sto con padre Paolo Benanti: occorre “umanizzare la tecnica e non macchinizzare l’uomo”. La diplomazia deve promuovere un’algoretica mondiale, anche nei confronti dei competitor ostili, come la Cina.

Nessuno. Il diritto internazionale si fonda sul consenso: non si può costringere un Paese ad accettare una limitazione che non ha deciso, lo si può soltanto convincere. Accade lo stesso con le emissioni di gas serra, che accelerano il cambiamento climatico e rischiano di rendere il pianeta inabitabile in tempi brevi. Tutti i Paesi dovrebbero assumersi la responsabilità di misure restrittive sulle emissioni climalteranti; poi persino gli Stati Uniti di Trump fanno spallucce e si ritirano dagli accordi sottoscritti. I vecchi possono pensare che il problema non li riguardi, perché hanno pochi anni davanti: “chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Ma quando una gerontocrazia egoista e ottusa ha in mano le sorti dell’umanità e ragiona così, il prezzo lo pagano le generazioni più giovani. Lo sviluppo dell’IA segue la medesima traiettoria. Parlare di “vecchi” è, naturalmente, una generalizzazione ingiusta. Basta leggere l’ultimo libro sull’IA di Henry Kissinger, scomparso centenario, per rendersene conto: non tutti i vecchi sono uguali, così come non tutti i giovani pensano responsabilmente al proprio futuro.

Storicamente l’attribuzione di un cyberattacco si fondava su indizi di sofisticazione. Mantenere una persistenza silenziosa, eludere i sistemi di Endpoint Detection and Response, orchestrare campagne complesse: erano il biglietto da visita esclusivo delle Advanced Persistent Threat statali. Oggi esistono agenti di IA capaci di analizzare i log di sicurezza, individuare le falle e ricompilare autonomamente i payload malevoli per sfuggire ai rilevamenti. Con questi strumenti singoli individui o piccoli gruppi criminali operano con l’efficienza di un’agenzia d’intelligence. E quando chiunque può replicare tecniche di livello statale, la sofisticazione tecnica cessa di essere un indicatore affidabile di chi si cela dietro l’attacco. Si apre così la strada a operazioni sotto falsa bandiera molto più economiche e credibili. Attori criminali possono imitare le tattiche di nazioni ostili, alimentando la confusione strategica. Viceversa, le nazioni possono negare plausibilmente la propria responsabilità mascherandosi da hacktivisti privati.

Il rapporto tocca il cuore del dibattito contemporaneo sulla guerra cognitiva e sull’influenza informativa. La minaccia principale non risiede nella qualità intrinseca dei contenuti generati dall’IA. Risiede nella scala e nel basso costo della produzione, che consentono di inondare l’ecosistema informativo con una pressione costante e diversificata. Bloccare alla fonte la generazione di testi e immagini è tecnicamente impossibile, data la diffusione globale dei modelli open source. Per questo la difesa non può ridursi al fact-checking dei singoli contenuti, che arriva sempre in ritardo. Deve articolarsi su tre piani. Il primo riguarda gli algoritmi delle piattaforme social e i canali di distribuzione formali: occorre ridurre la viralità artificiale e riconoscere i pattern di coordinamento inorganico, cioè le reti di bot e i siti-specchio di disinformazione. Il secondo riguarda gli standard di autenticazione dei contenuti, come i metadati crittografici e il watermarking digitale, che permettono a cittadini e sistemi automatizzati di risalire rapidamente all’origine di una notizia. Il terzo, il più importante e il più difficile, è l’educazione. Si tratta di spostare l’alfabetizzazione digitale dal semplice riconoscimento della bufala tecnica alla comprensione delle tecniche di manipolazione psicologica, insegnando a riconoscere i tentativi di fabbricazione artificiale del consenso.

Il quantum computing sarà una rivoluzione profonda, destinata a trasformare il futuro. Una internet non intercettabile è un mondo che non conosciamo e che non riusciamo neppure a immaginare con chiarezza. Ma il quantistico possiede anche una forza “retroattiva”: i computer quantistici renderanno decifrabili tutte le comunicazioni oggi protette dagli attuali algoritmi di cifratura. Ciò che adesso non si può decodificare viene messo da parte, “preso ora per allora”, e sarà decriptato in futuro dalle macchine di nuova generazione, con conseguenze profonde.

Temo di no. Spendere molto oggi per un problema che si presenterà domani non è politicamente remunerativo per chi governa: si preferisce togliere il bollo auto per un anno, piuttosto che investire su problemi che ancora non si vedono.

Non è una materia in cui i singoli Stati possano fare qualcosa di realmente significativo. L’Italia incide sugli standard NATO nelle sedi opportune, insieme agli altri Paesi membri, non in proprio. I parlamentari italiani possono intervenire nel dibattito di indirizzo in seno all’Assemblea parlamentare della NATO, dove sono rappresentati dalla delegazione nazionale. Ne ho fatto parte e posso testimoniare che la discussione è libera e il confronto autentico, che tutte le posizioni vengono ascoltate e rispettate. Alla fine, però, le decisioni devono comporre una sintesi e tengono conto di molti altri aspetti, soprattutto di carattere strategico e tecnico-militare.

No, perché il costo umano non si riduce affatto. Le armi sono sempre più sofisticate e potenzialmente distruttive, e la distinzione tra obiettivi civili e militari si è fatta sfumata. Un’infrastruttura critica che eroga servizi essenziali diventa un target militare, e colpendola si colpisce la popolazione, per costringere l’avversario ad arrendersi e a rinunciare alla resistenza. La guerra è crudele anche quando in prima istanza sono macchine a combattersi e distruggersi a vicenda, perché non si ferma alla prima linea: arriva ovunque. E alla fine uccide sempre gli innocenti.

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