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MARIO CALIGIURI al Meeting «Le due culture»: ARTE e INTELLIGENCE per leggere la METAMORFOSI DEL MONDO

Biogem, centro di ricerche in biologia e genetica molecolare di Ariano Irpino (AV), ha ospitato la XVIII edizione del Meeting Le Due Culture, dedicata al tema La scienza, l’umano, l’Occidente. Tra i relatori Mario Caligiuri, con Arte e Intelligence per disegnare il futuro. Caligiuri – professore ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria, dove nel 2007 ha fondato con Francesco Cossiga il primo master in Intelligence in Italia, è presidente SOCINT e autore della voce Intelligence dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Tesi dell’intervento : nell’incertezza del presente, arte e Intelligence condividono la stessa funzione. Il punto di partenza? Charles Percy Snow.

Nel 1959, con la frase Le due culture – usata per la prima volta nella Rede Lecture all’Università di Cambridge – Snow individuò nella separazione tra saperi umanistici e scientifici un fattore di indebolimento della capacità di governare il futuro. La scienza orienta il futuro, ma la scienza è probabilità. Caligiuri lo mostra citando il congresso di Bruxelles del 1927, ricostruito da Benjamín Labatut in Quando abbiamo smesso di capire il mondo. Lì Niels Bohr e Werner Heisenberg presentarono una meccanica quantistica fondata sulla probabilità. Albert Einstein obiettò che “Dio non gioca a dadi con l’universo”; Bohr replicò che “non spetta a noi dire a Dio come manovrare il mondo”. Quel limite si ripresenta oggi sul terreno dell’intelligenza artificiale. Magnifica Humanitas – la prima enciclica di Leone XIV firmata il 15 maggio scorso – lo riconosce apertamente: “tutti sappiamo davvero poco del loro funzionamento, […] le intelligenze artificiali sono più coltivate che costruite“.

Siamo immersi, osserva Caligiuri, in una guerra di intelligenze, umana e artificiale, e tutto appare fuori controllo. Ne è un sintomo la dimissione di Jacob Coxon, giovane ricercatore di Anthropic, secondo il quale lo sviluppo incontrollato della superintelligenza potrebbe condurre alla scomparsa dell’umanità entro pochi anni. Non è una voce isolata. Alla presentazione dell’enciclica in Vaticano, il cofondatore della stessa azienda, Christopher Olah, ha riferito di aver individuato nei modelli stati interni che rispecchiano funzionalmente emozioni come gioia, paura e dolore, ammettendo di non saperne il significato. Per Caligiuri è in corso una metamorfosi del mondo, che non coincide con l’attacco alle Torri Gemelle. Il 2001 ne ha però prodotto alcune premesse: l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio e l’avvio della dottrina dell’esportazione della democrazia da parte degli Stati Uniti. Entrambe le scommesse sono fallite. La Cina non è approdata alla democrazia, ma ha trasformato il capitalismo di mercato in capitalismo di Stato. L’esportazione della democrazia ha proiettato all’esterno un sistema già in difficoltà nei territori di origine. Richiamando Aristotele, Caligiuri ricorda che ogni forma politica degenera: la democrazia in demagogia, che oggi chiamiamo populismo. Allo stesso modo, è una fotografia e non un giudizio che New York e Londra abbiano oggi un sindaco musulmano.

Non è la caduta dell’Impero romano né la presa della Bastiglia. È, sottolinea Caligiuri, il bruco che diventa farfalla, quasi un salto di specie. Eppure continuiamo a leggere il presente con parole, categorie, teorie giuridiche e pratiche educative di un mondo in via di estinzione, e interpretiamo il pensiero digitale in chiave analogica. Nel dibattito il presidente SOCINT ha richiamato Guerra senza limiti (ed. italiana LEG Edizioni, 2016) scritto da due militari cinesi –  Liang Qiao  e Xiangsui Wang  – ben prima dell’11 settembre. Oggi non esiste ambito che non possa essere letto in termini di conflitto: l’energia, l’intelligenza artificiale, le religioni. È la guerra di un mondo alla fine di un mondo. Il nodo è la sovranità. Caligiuri riconosce all’Unione Europea il merito di aver regolato, prima a livello globale, l’AI: senza regole vince il più forte. Ma un continente di 450 milioni di abitanti può davvero governare una materia che muta di momento in momento, su un pianeta di oltre 8 miliardi di persone? Il suo giudizio è che l’AI Act sia forse necessario, ma più dimostrativo che risolutivo.

Le alleanze tecnologiche sono ora più solide di quelle militari. Nel Nagorno-Karabakh la ricostruzione avviene con intelligenza artificiale e cybersecurity incorporata: tecnologie di sicurezza israeliane, sensoristica cinese. Si può ancora dire che l’Azerbaigian controlli quel territorio? L’enciclica descrive la stessa dinamica come una competizione “non più solo militare ma economica e cognitiva”, una corsa all’algoritmo più performante per consolidare un vantaggio geopolitico. Carl Schmitt, nel saggio Teologia politica, scriveva che sovrano è chi decide sullo stato di eccezione; oggi, sostiene Caligiuri, sovrano è chi decide sullo stato di connessione, cioè a chi concedere la linea, l’accesso, il credito. Magnifica Humanitas illumina lo stesso fenomeno: quando ogni gesto lascia tracce nasce “un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti”. Questo potere incide, tra l’altro, sull’“accesso al credito”. Chi controlla la memoria digitale controlla anche il passato e, dunque, con George Orwell, il futuro. Alvin Toffler lo aveva anticipato nel 1990: il potere sarebbe scivolato dalla forza alla conoscenza e dallo Stato ai privati. L’enciclica ne prende atto: un tempo erano gli Stati a guidare l’innovazione, oggi sono “attori privati, spesso transnazionali”. La sequenza, conclude Caligiuri, è Stato, mercato, piattaforme.

Più aumenta l’incertezza, più è necessario anticipare. La tendenza dominante va nella direzione opposta: l’adhocrazia, il decidere volta per volta, con scelte spesso irrazionali e contraddittorie. È una pratica che il presidente USA, Donald Trump, ha esasperato ma che nella politica statunitense risale almeno a Bill Clinton. L’arte, invece, è profezia: descrive, secondo Karl Kraus, “non ciò che il mondo è, ma ciò che diventerà”. Caligiuri ha osservato le ultime edizioni della Biennale di Venezia con gli occhi dell’Intelligence. Nel 2022 Il latte dei sogni mostrava una duplice ibridazione, tra uomo e macchina e tra uomo e natura. Nel 2024 Stranieri ovunque indicava che le energie per far ripartire il mondo non vengono più dall’Occidente né dall’Asia, ma dall’Africa e dall’America Latina, continenti storicamente perdenti. Dall’edizione 2026, In Minor Keys, affiorano i segnali deboli, le tonalità minori che disegnano l’avvenire. È la stessa tensione dell’arte del Novecento: Fontana che taglia le tele, Burri che cuce i sacchi, Rotella che strappa i manifesti. “Mehr Licht” implorava spegnendosi Johann Wolfgang Goethe; “più in là”, scriveva Eugenio Montale (Maestrale, Ossi di Seppia, 1925). E come non ricordare Paul Klee, secondo cui “l’arte non riproduce il visibile, ma lo rende visibile”, o Pablo Picasso, per il quale “l’arte è una menzogna che ci permette di giungere alla verità”.

Caligiuri distingue tre significati di Intelligence. Il primo è un apparato dello Stato. Il secondo è un metodo di trattamento delle informazioni che tutti usano per decidere. Il terzo sono le fasi di quel metodo: raccolta, analisi, utilizzo. La definizione più efficace, sostiene, l’ha data Bill Gates: si prevale eccellendo nel modo in cui si raccolgono, analizzano e utilizzano le informazioni. L’etimologia, come gli spiegava Tullio De Mauro, rimanda a intelligere e a inter legere: collegare, scegliere tra. Le funzioni ne discendono. L’Intelligence serve a selezionare ciò che conta in un mondo in cui, con Yuval Noah Harari, il potere consiste nel sapere cosa ignorare. Serve a contestualizzare, unire i punti, esercitare il pensiero critico e laterale, cogliere i segnali deboli, contenere i bias cognitivi. E serve a difendere la democrazia da se stessa, dalle sue inevitabili degenerazioni. È una necessità sociale per persone, aziende e Stati. La Cina, ha ricordato Caligiuri nel dibattito, ne possiede una cultura antichissima. Sun Tzu indicava nella divina manipolazione delle trame il dono più grande del sovrano, e nella vittoria senza combattimento il miglior trionfo. Una saggezza che non insegue l’urgenza dei social ma guarda lontano.

L’Intelligence serve ad affrontare l’emergenza educativa e democratica del tempo presente, cioè la disinformazione. È una diagnosi che l’enciclica condivide quasi alla lettera. Vi si legge di una verità “spesso piegata agli interessi e alle strategie comunicative”, e della constatazione di “quanto siamo impreparati sul piano educativo”. Per Caligiuri le fake news ne sono la forma più banale, la più facile da riconoscere. La disinformazione reale è quella praticata ogni giorno da governi e multinazionali, a fini politici e commerciali. È uno strumento di regolazione sociale, usato per controllare i cittadini tanto nei regimi autoritari quanto nelle democrazie. La disinformazione non è quella degli altri. Régis Debray, in Lo Stato seduttore (Editori Riuniti, 1997) riporta la risposta del pubblicitario Jacques Séguéla alla domanda su chi sia un ministro: una pagina di pubblicità. Qualsiasi telegiornale lo conferma. Trenta secondi bastano per uno slogan o un insulto, non per un ragionamento, ed è lo stesso spazio concesso a uno spot. Non è dibattito pubblico: è propaganda, in una campagna elettorale divenuta permanente. Sul piano geopolitico, la manipolazione dell’informazione e le campagne di influenza sono ormai parte di quella che l’enciclica chiama la nuova “grammatica dei conflitti”. Restare umani significa incrociare arte e intelligence. Caligiuri lo ha fatto nel progetto Treccani Le parole valgono, individuando dieci lemmi attraverso un’analisi degli abstract delle riviste internazionali di Intelligence e associando a ciascuno un’opera d’arte.

Il Mossad recluta da anni hacker e laureati in filosofia: i primi per raccogliere informazioni nei recessi della rete, i secondi per interpretarla. Sono figure che vanno oltre i codici e oltre le idee correnti. Caligiuri lascia aperta la domanda se il futuro possa essere assicurato dalle minoranze creative. Arnold J.Toynbee lo sosteneva, Benedetto XVI ne ha ripreso l’idea, e Chantal Delsol ne ha tratto per i cristiani il dovere di essere testimoni, agenti segreti di Dio. Il 6 settembre 1943, Winston Churchill – parlando all’università di Harvard – disse che gli imperi del futuro sarebbero stati gli imperi della mente. Oggi il rischio è che la mente diventi il campo di battaglia definitivo, perché i conflitti si combattono sul terreno della percezione. Artisti e analisti possono vedere prima, mostrando i meccanismi della propaganda e i simboli che anticipano le trasformazioni sociali. All’Occidente, nell’anniversario dell’11 settembre, Caligiuri chiede di allargare i perimetri e recuperare la propria cultura. Con Christopher Dawson, chiede di investire non sulle tecnologie ma sui valori. Per García Lorca l’ispirazione è un’evasione, approdo improvviso in una terra immaginaria. L’opera nasce dopo, nel lungo lavoro di chi, tornato a casa, deve dare forma a ciò che ha visto. Tra il guizzo creativo e il risultato c’è sempre un tratto di strada faticoso, e lo percorrono allo stesso modo l’artista, lo scienziato e l’analista. L’intuizione non si programma. E’, secondo Leone XIV, “un dono di Dio […], un movimento dello spirito, quella intelligenza del cuore che i dotti non hanno, perché presumono di conoscere”. L’enciclica invita a “governare in anticipo la trasformazione”. Caligiuri lo sostiene con una formula laica, concisa ed essenziale: arte e Intelligence insegnano che “il futuro non si aspetta. Si prepara”.

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