Alfabetizzazione democratica e metodo dell’Intelligence: una proposta culturale per la società della disinformazione
🇬🇧 In his interview on Buongiorno InBlu2000 , Mario Caligiuri emphasizes the cultural nature of Intelligence and argues for its diffusion as a civic skill amid information overload, low literacy levels, and the growing influence of artificial Intelligence. The conversation spans cognitive vulnerabilities, democratic fragility, emerging strategic domains, the risks of magical thinking, and the urgent need for awareness in the face of rapid technological change. Intelligence appears as a civic method essential for navigating today’s complexity.
🇮🇹 Nell’intervista rilasciata a Buongiorno InBlu2000, Mario Caligiuri ribadisce la natura culturale dell’Intelligence e la necessità di diffonderne il metodo come competenza essenziale dei cittadini in una società segnata da sovraccarico informativo, scarsa alfabetizzazione e potere crescente dell’intelligenza artificiale. La conversazione affronta temi cruciali: fragilità cognitiva, crisi della democrazia, nuove aree strategiche (spazio, fondali marini, guerra normativa), rischi del pensiero magico, rapporto tra creatività umana e macchine, e urgenza di una consapevolezza adeguata alla trasformazione tecnologica in corso. Ne emerge una visione dell’Intelligence come strumento civile, critico e responsabile, necessario per orientarsi nella complessità contemporanea.

L’intervista di Chiara Placenti a Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, offre uno sguardo esteso sul ruolo dell’Intelligence nel mondo contemporaneo. Sullo sfondo delle ipotesi riportate dal Financial Times, di una possibile squadra europea di intelligence, Caligiuri ricorda che l’Intelligence non è solo un apparato dello Stato, bensì un metodo culturale per trattare le informazioni e orientare le decisioni. È un’operazione che ciascuno compie quotidianamente per orientarsi nella complessità.
Da qui si innesta una diagnosi severa del presente. Viviamo in una società della disinformazione caratterizzata da un duplice squilibrio: un eccesso di dati e un deficit di istruzione sostanziale. Caligiuri, che è autore del volume Intelligence (Treccani, 2025), richiama limiti neurologici: il cervello umano può mantenere attivi pochi concetti per volta; nel nostro Paese, una quota molto ampia della popolazione fatica a comprendere un testo complesso; oltre il 30% risulta analfabeta funzionale secondo le rilevazioni internazionali. E, come osserva, queste sono le stesse persone che rispondono ai sondaggi, interagiscono sui social e votano: la qualità della democrazia è inevitabilmente toccata dalla qualità cognitiva dei cittadini.
La conversazione si sposta poi sul nesso tra parole e democrazia. Placenti si sofferma sull’importanza della competenza linguistica come fondamento del tessuto sociale; Caligiuri approfondisce con un riferimento al Vangelo di Giovanni – “In principio era il Verbo” – per sottolineare che la parola non è solo uno strumento comunicativo, ma un atto di identità e di apertura al mondo. Non comprendere le parole significa perdere presa sulla realtà, indebolire la capacità di giudizio e rinunciare a una cittadinanza consapevole.
Sul piano storico-politico, Caligiuri ricorda come, dal 2015 in poi – dopo l’attacco alla redazione del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo – la parola “Intelligence” sia entrata stabilmente nel linguaggio mediatico, quasi percepita come “arma segreta delle democrazie”. È un cambiamento culturale profondo, che accresce l’attenzione pubblica ma impone maggiore rigore nell’uso dei concetti. Distinguere tra Intelligence come apparato, come metodo e come insieme delle funzioni operative è essenziale per evitare fraintendimenti.
L’intervista affronta poi i nuovi fronti strategici: dal disagio sociale alla guerra normativa, dalle infrastrutture sottomarine allo spazio, fino all’esplosione delle tecnologie dell’informazione. La complessità del quadro richiede capacità analitiche nuove e una visione integrata, non più limitata alla sicurezza tradizionale.

Il nodo forse più delicato riguarda il rapporto tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Per Caligiuri, lo scontro è inevitabile e già in corso; l’unico strumento realmente competitivo per l’essere umano è la consapevolezza. Parafrasando Gunther Anders, il vertice SOCINT ribadisce che l’uomo non è pienamente cosciente delle conseguenze delle sue azioni, e ancor meno delle implicazioni dell’IA. Nelle democrazie occidentali, la maturità collettiva sul tema è insufficiente: deleghiamo funzioni sempre più complesse alle macchine e compensiamo il calo demografico con l’efficienza artificiale, rischiando di indebolire le nostre facoltà cognitive.
Sul fronte culturale, Placenti evidenzia la crescita del pensiero magico, dei pregiudizi e delle teorie complottiste in assenza di competenze critiche. Caligiuri concorda: la mente umana è naturalmente incline al sospetto e alla costruzione narrativa del complotto. Per questo servono esercizi costanti di pensiero laterale e contrario, competenze intellettuali indispensabili per distinguere il vero dal falso in un’epoca in cui persino testi e immagini possono essere generati artificialmente con indistinguibile verosimiglianza.
In chiusura, Caligiuri richiama la trasformazione del rapporto tra cittadini e sicurezza. Citando Francesco Cossiga, ricorda che l’Italia ha fatto significativi progressi nella cultura della sicurezza. I dati Eurispes sul gradimento dell’Intelligence testimoniano una crescente fiducia del pubblico, superiore a quella accordata ad altre istituzioni.
L’intelligence, nella visione di Caligiuri, è uno degli strumenti più potenti per ricostruire la capacità di comprensione, interpretazione e decisione in un mondo che evolve più rapidamente delle strutture mentali che abbiamo ereditato. La sua natura culturale non è un’affermazione retorica, ma un invito alla formazione di cittadini più consapevoli, più attrezzati e più liberi.

