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Anatomia della guerra economica: l’Intelligence come arma del XXI secolo

Acquisizioni, dazi, algoritmi: Giuseppe Gagliano smonta pezzo per pezzo le armi della guerra economica contemporanea, rivelando un conflitto permanente che l’Europa rifiuta di riconoscere.

La stagione delle guerre convenzionali è conclusa, non quella dei conflitti. Oggi la competizione si svolge nei mercati, nelle reti digitali, negli apparati industriali e negli algoritmi. È in questo scenario che Giuseppe Gagliano – presidente Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec) e docente al Master in Intelligence dell’Università della Calabria –  colloca l’Intelligence economica: non attività accessoria, ma strumento strategico della contesa globale.

Il volume, Guerra economica e nuovo disordine globale: teorie, conflitti e strategie (Cestudec/Opig) è uno dei contributi più ampi e sistematici alla comprensione delle logiche di potere contemporanee. Organizzato in quattro parti – dalle teorie della guerra economica ai casi di studio, dalle crisi dell’ordine internazionale ai grandi pensatori strategici – mostra come la conflittualità economica ridisegni i rapporti fra Stati, imprese e società civile.

Gagliano, formatosi all’École de Guerre Économique di Parigi, attinge alla scuola francese di Christian Harbulot per aggiornare il paradigma clausewitziano: la guerra economica non è un’anomalia, ma la normalità del sistema internazionale, politica con altri mezzi. Centrale la distinzione fra mondo materiale e immateriale, dove il cyberspazio e i flussi di dati assumono un peso pari al controllo territoriale. La teorizzazione delle guerre immateriali – conflitti combattuti con algoritmi, manipolazione dell’informazione e dominio delle reti – costituisce uno degli apporti più originali.

Rilevante è la diagnosi della cecità strategica europea. L’egemonia del pensiero liberale ha rimosso il conflitto dalle categorie interpretative, sostituendolo con l’illusione del “tutti vincono”. Stati Uniti e Cina hanno continuato a ragionare in termini di potenza, mentre l’Europa si è consegnata a una visione ingenua del mercato come spazio neutrale. Questa debolezza non è un errore episodico, ma il risultato di un impianto intellettuale che ha sistematicamente escluso la dimensione competitiva dall’economia, con conseguenze dirette sulla subordinazione europea agli interessi americani.

L’analisi dei casi traduce la teoria in prassi. L’“affaire Gripen” in Brasile illumina l’uso extraterritoriale del diritto statunitense come strumento di coercizione; la vicenda UniCredit-Commerzbank mette a nudo le contraddizioni dell’integrazione europea; le crisi di Ilva e Alitalia documentano l’impotenza italiana nella difesa dei propri asset strategici; la cessione di Piaggio Aerospace al gruppo Baykar dimostra come la fragilità industriale apra spazi a potenze determinate a espandere la propria influenza. La Cina impiega l’antitrust come arma geopolitica, gli Stati Uniti trasformano il cosiddetto “Golden Power” in estensione diretta della loro strategia. Ogni episodio, smontato con gli strumenti dell’Intelligence economica, rivela obiettivi e tattiche celati dietro operazioni solo in apparenza commerciali.

La crisi dell’ordine internazionale emerge con chiarezza. L’ONU appare ridotta a spettatore impotenteLe operazioni clandestine – dal Safari Club all’Operazione Condor fino alle guerre per procura in Ucraina – testimoniano la convergenza fra dimensione militare, informativa ed economica. La dottrina attribuita al generale Gerasimov, spesso fraintesa in Occidente, non è “innovazione russa” che avanza ma adattamento a pratiche già sperimentate dall’Occidente stesso. La guerra ibrida diventa così il superamento definitivo delle categorie novecentesche di conflitto.

Il confronto con i classici della strategia colloca queste dinamiche in una continuità storica. Richelieu e Mazarin, letti attraverso Raymond Aron, incarnano la genesi della ragion di Stato. Mahan mostra la persistenza della logica del controllo delle comunicazioni globali, dalle rotte oceaniche alle infrastrutture digitali. Spykman trova conferma nella contesa per le zone costiere strategiche. L’evoluzione del potere culturale americano – dalla USIA alla CIA fino al National Endowment for Democracy – illustra la trasformazione della diplomazia culturale in strumento di guerra. Xi Jinping e Shashi Tharoor offrono, rispettivamente, la chiave per comprendere l’ascesa della Cina come potenza sistemica e il posizionamento dell’India in un mondo multipolare.

Il valore metodologico del volume è indiscutibile. L’integrazione fra scuola francese, geopolitica statunitense, riflessioni cinesi sul conflitto asimmetrico e contributi delle Intelligence europee produce un quadro ricco e multidimensionale. L’uso delle fonti – da documenti declassificati a inchieste giornalistiche – è accurato e conferisce solidità alle argomentazioni. La prevalenza di casi occidentali riduce la trasversalità comparativa e l’enfasi sulla dimensione conflittuale tende a sottostimare gli spazi di cooperazione, che pure esistono e incidono. Ma si tratta di limiti che non intaccano la portata complessiva dell’opera la cui forza sta nel mostrare che la competizione economica non è cornice ma struttura del sistema internazionale. E chi non la riconosce è destinato a soccombere. Per l’Europa e l’Italia in particolare, la lezione è inequivocabile: senza strumenti di difesa e senza una classe dirigente capace di pensare criticamente, resteremo spettatori passivi di trasformazioni che determineranno il nostro destino.

Non è superfluo sottolineare che le linee di analisi sviluppate nel volume trovano significative conferme nella Relazione annuale del DIS, che identifica nella competizione economica una dimensione strategica della sicurezza nazionale e nel dominio digitale una linea di frattura per gli equilibri di potere.

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