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Formare sistemi per fare sistema: la sfida cognitiva dell’Italia tra IA e declino demografico

In un mondo attraversato da transizioni epocali – tecnologiche, geopolitiche e culturali – la formazione delle élite non è più questione accademica, ma priorità di sicurezza nazionale. È la tesi di Valerio De Luca, presidente Fondazione AISES e direttore di SPES Academy “Carlo Azeglio Ciampi”, che in un’intervista a Euroborsa disegna l’architettura di una nuova infrastruttura cognitiva: ecosistemi ibridi uomo-macchina, governance algoritmica, inclusione della neurodivergenza come risorsa strategica, venture capital come leva di un’EdTech destinata a diventare piattaforma sistemica. Obiettivo dichiarato: rigenerare capitale umano ad alta intensità strategica e rendere la conoscenza fondamento della resilienza democratica del Paese.

Mario Caligiuri e Valerio De Luca

Il progetto si fonda su una pedagogia della complessità che trasforma l’Intelligence da pratica operativa a disciplina educativa. In questa prospettiva, l’informazione non è più strumento riservato ma grammatica invisibile della realtà, metodo per leggere ambiguità, collegare segnali deboli, anticipare scenari. L’accordo con la Società Italiana di Intelligence, presieduta da Mario Caligiuri, istituzionalizza questa metamorfosi, proiettando l’Accademia dentro una frontiera in cui sicurezza cognitiva ed educazione si sovrappongono. Ma dietro il linguaggio visionario si cela un dilemma strutturale: come conciliare resilienza democratica e formazione delle élite senza scivolare in un ossimoro operativo?

Il contesto demografico rende la sfida ancora più ardua. Come ha mostrato Alessandro Rosina – professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e docente al Master in Intelligence dell’Università della Calabria – nei prossimi venticinque anni i giovani italiani sotto i 35 anni caleranno di 4 milioni mentre gli over 65 diventeranno 18-20 milioni. La piramide rovesciata non è solo numero, ma degiovanimento qualitativo che erode la base stessa da cui reclutare le nuove leadership. De Luca risponde valorizzando la neurodivergenza come anticorpo cognitivo e creando uno Young Advisory Board, ma la tensione resta irrisolta: come formare élite inclusive in assenza di un ricambio generazionale?

Paradossalmente, la risorsa potrebbe annidarsi non solo nei giovani, ma nella fascia 50-64 anni: occupati quasi raddoppiati in vent’anni, menti competenti e allenate da affiancare a élite under 30 in fase di addestramento.

Olafur Eliasson, Beauty, opera-manifesto realizzata nel 1993

Gli ecosistemi ibridi uomo-macchina costituiscono il nucleo strategico del disegno. Non semplice convivenza con l’intelligenza artificiale, ma costruzione di intelligenze cooperative, in cui l’umano diventa modulatore critico. La metafora è più artistica che tecnologica: come Olafur Eliasson trasforma lo spettatore in coautore dell’opera, costringendolo a incorporare l’idea, così la formazione mira a trasformare l’élite in soggetto capace di plasmare la complessità anziché subirla. Nei caleidorami dell’artista danese la luce piega lo spazio e lo riconfigura; nella pedagogia della complessità la percezione viene manipolata per orientare l’azione. Quel “non adattarsi alla macchina, ma dirigerla”, pensiero formulato da De Luca, rivela l’ambizione di una sovranità cognitiva fondata su rivoluzione percettiva più che su superiorità tecnica.

La dimensione geopolitica completa il quadro. L’Italia è proposta come ponte euro-atlantico, valorizzando la doppia anima culturale e industriale. Gli accordi con Commissione europea, Centro Studi Americani e American Chamber of Commerce collocano il progetto in una cornice precisa di soft power, dove la formazione diventa diplomazia cognitiva. La start-up EdTech nata con il CNR è il primo tassello di una “nazione dell’innovazione” sul modello israeliano e americano: piattaforma modulare, multilivello e interoperabile, da finanziare con capitale di rischio e fondi privati disposti a scommettere sul capitale umano come nuova infrastruttura critica. Ma la scommessa si misura con vincoli rigidi: emigrazione dei laureati, fragilità delle PMI, carenza di competenze digitali, ritardo nell’attuazione della direttiva europea NIS2.

De Luca intercetta vulnerabilità reali e propone strumenti innovativi, ma in gioco non c’è solo la formazione di una nuova classe dirigente. C’è la possibilità di trasformare il vincolo demografico in vantaggio competitivo, la debolezza percettiva in sovranità cognitiva, la tradizione culturale in primato geopolitico. E il tempo per riuscirci coincide con quello che serve a un nuovo nato per diventare adulto: l’orizzonte del 2050. È questa la finestra entro cui il progetto dovrà radicarsi per trasformare vincoli demografici e tecnologici in risorsa strategica. Non un’illusione estetica, ma un banco di prova decisivo: rigenerare capitale umano ad alta intensità cognitiva resta la condizione imprescindibile perché l’Italia possa giocare un ruolo da protagonista nell’età delle metamorfosi.

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