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DISARMARE l’IA

L’intelligenza artificiale è, prima di tutto, una questione di potere.

Questa ipotesi, maturata in ambienti strategici e di Intelligence, trova una formulazione inattesa nel magistero pontificio. Con Magnifica Humanitas, Leone XIV consegna alla Chiesa e alla comunità internazionale un testo che, letto in chiave analitica, rivela una densità geopolitica raramente esplicitata nei documenti ecclesiastici e poco frequente nelle riflessioni sulla governance dell’IA.

Il documento descrive uno spostamento degli equilibri: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali , dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi“. Ne deriva una migrazione della sovranità tecnologica verso soggetti che controllano infrastrutture globali, standard tecnici e ambienti cognitivi. L’effetto è una crescente opacità dei processi decisionali che tende a ridurre la governabilità del sistema.

Il testo insiste su questo slittamento: “quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, sfugge al controllo pubblico”. Parlare di bene comune, in questa cornice, significa nominare “la nuova asimmetria epistemica, economica e politica” prodotta dai nuovi monopoli dell’IA.

Il nodo centrale non riguarda la moralità delle macchine, ma la titolarità della definizione morale: “Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. Il problema è la concentrazione del potere di stabilire ciò che viene ottimizzato, escluso o reso desiderabile.

Sul piano epistemico, il documento introduce una distinzione: “Le moderne intelligenze artificiali sono più coltivate che costruite“. Rappresentazioni non pienamente accessibili, processi non completamente interpretabili, comportamenti non previsti delineano una condizione di imponderabilità in cui la capacità d’azione eccede la comprensione.

Ne deriva una scissione tra informazione e conoscenza. Quest’ultima non è elaborazione di dati ma “dimensione relazionale”: si costruisce attraverso pratiche condivise e legami di fiducia. In assenza di questa dimensione, i sistemi producono una simulazione della conoscenza priva di comprensione.

Sul piano strategico, il documento introduce la categoria di disarmo dell’intelligenza artificiale: “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata”. Il punto non è la tecnologia in sé, ma la dissociazione crescente tra azione e responsabilità.

La trasformazione della guerra è letta come commistione tra domini fisici e digitali: “Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione“. Punto critico rimane la possibilità di delegare decisioni letali/irreversibili: “Il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona”. Affermazioni che intercettano il dibattito internazionale sui Lethal Autonomous Weapons Systems (LAWS) oggetto di negoziati in sede ONU.

Il conflitto, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione militare. Esso viene preparato culturalmente sul piano cognitivo e narrativo. Il linguaggio diventa così territorio di contesa: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”: non un’esortazione alla gentilezza, bensì una tesi sulla causalità politica del discorso.

La comunicazione non è solo trasmissione di informazioni, è creazione di cultura”. Il controllo delle piattaforme digitali implica la “capacità di orientare l’immaginario collettivo e definire ciò che appare desiderabile”. In questa prospettiva, la conoscenza richiede lentezza ed esperienza. Come ricorda Platone, nasce da una lunga consuetudine con la cosa stessa, come “luce accesa dallo scoccare di una scintilla” (Epistola VII, 341c). Per questo il documento introduce anche l’idea di undigiuno dall’IA” inteso come igiene cognitiva: una sospensione necessaria per preservare la capacità di giudizio e la formazione autonoma del pensiero, soprattutto nelle giovani generazioni.

Anche la responsabilità scientifica segue la stessa logica: “Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio”.

Infine, il documento affronta la questione del neocolonialismo digitale: “Il colonialismo mostra oggi un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati“: informazioni sanitarie, genetiche, demografiche e comportamentali sono le nuove ‘terre rare’ del potere“. Accanto a questa dimensione immateriale, permane una dimensione materiale spesso invisibile: quella della catena di approvvigionamento tecnologico, in cui l’estrazione di minerali critici sostiene l’infrastruttura computazionale globale.

La categoria di disarmo dell’IA diventa così il punto di convergenza dell’intero impianto.

La governance tecnologica non dipende solo dalle regole formali, ma dalla qualità delle relazioni tra chi costruisce i sistemi, chi li utilizza e chi ne subisce gli effetti.

Magnifica Humanitas articola un principio antropologico: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione”.

La cura non è supplemento emotivo alla governance, ma il criterio con cui si distingue tra sistemi che servono l’umano e sistemi che lo riducono a pura astrazione operativa. Anche il dolore, il desiderio e l’amore non sono eliminabili senza una perdita radicale dell’umano stesso. “Chi ama e desidera attraversa necessariamente la prova e la sofferenza, e in questo attraversamento si depositano, nel tempo, tracce che restano come memoria del cammino tra libertà e cadute”.

È in questa sedimentazione che prende forma l’esperienza e si rende possibile il riconoscimento. Ciò che i sistemi di intelligenza artificiale non possono replicare non è la complessità del calcolo, ma questa stratificazione temporale: il fatto che conoscere implichi aver attraversato, aver sbagliato, aver atteso. Governare l’IA significa anzitutto non dimenticarlo.

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