Leone XIV, Trump e la logica della pace
🇮🇹 Tra deterrenza e parola: il confronto tra Washington e Santa Sede rivela due logiche della pace e il ruolo della comunicazione come leva geopolitica.
🇬🇧 Between deterrence and word: the confrontation between Washington and the Holy See reveals two logics of peace and the role of communication as a geopolitical lever.
C’è un momento in cui un motto episcopale cessa di essere iscrizione e diventa linea d’azione. Per il motto di Carlo Maria Martini (1927-2012) Pro veritate adversa diligere – amare l’avversitĂ per la veritĂ – quel momento può dirsi compiuto.
Leone XIV, attaccato dal Presidente degli Stati Uniti – che lo accusa, con termini carichi di implicazioni geopolitiche, di complicitĂ nella proliferazione nucleare iraniana – rilancia con queste parole:“La missione della Chiesa è predicare il Vangelo e la pace. Se qualcuno vuole criticarmi lo faccia con la veritĂ “. Non è solo una replica: è insieme una risposta teologica, una presa di posizione diplomatica e un atto di resistenza simbolica.
La disputa verbale prende forma il 13 aprile quando Donald Trump, intervistato da una emittente cristiano-conservatrice – scelta tutt’altro che casuale – rivolge al Pontefice accuse mirate. Leone XIV risponde ai giornalisti, non direttamente al suo interlocutore.

Carlo Maria Martini
Per comprendere la portata di questi scambi non basta fermarsi al ciclo mediatico.
La questione rinvia a un nodo antico e profondo: quale idea di pace orienta l’azione dei principali attori internazionali?
Su questo punto, il confronto richiama due intellettuali del Novecento, Carlo Maria Martini e Norberto Bobbio. Le loro riflessioni – diverse ma in parte convergenti – aiutano a leggere la situazione, anche nella sua dimensione istituzionale, come pure il volume curato da Mario Caligiuri, Il Vaticano e l’intelligence (Rubbettino, 2025).
Cinque mesi prima dell’attacco di Trump – il 12 dicembre 2025 – Sua SantitĂ aveva ricevuto i vertici del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica italiana. In quell’occasione aveva affermato: “Difendete il Paese senza calpestare la dignitĂ umana, perchĂ©etica e veritĂ sono le armi piĂą potenti”. Aveva inoltre precisato che le informazioni non devono essere usate “per intimidire, manipolare, ricattare o screditare”. Letti oggi, quei passaggi acquistano un significato ampio.
Il Pontefice accusato di “indulgenza” è lo stesso che ha definito etica e veritĂ come fondamento della sicurezza: il quadro è geopolitico, ma il livello su cui interviene non coincide con quello della deterrenza.
In questo senso, il legame tra Vaticano e Intelligence passa attraverso la parola: non solo comunicazione ma conoscenza, interpretazione e capacitĂ di orientare le realtĂ . Un gesto lo rende evidente: l’invito ai fedeli a esercitare pressione sui parlamentari affinchĂ© lavorino per la pace.
La parola, dunque, come attivazione concreta: ciò che, senza ricorrere alla forza, orienta i rapporti di forza.

Da questa prospettiva, il Vaticano può essere visto come una rete informativa, un punto di incontro di flussi di conoscenza e, al tempo stesso, un osservato speciale. Le nunziature e le organizzazioni cattoliche operano spesso in contesti dove le Agenzie di Intelligence non arrivano: non raccolgono informazioni, nel senso tecnico del termine, ma beneficiano di accesso fiduciario in ambiti ai più inaccessibili.
Caligiuri si chiede se il Vaticano possa essere considerato un’Agenzia. Una domanda che è giĂ una risposta poichĂ© la Santa Sede, lungi dall’essere una voce periferica, agisce come interlocutore internazionale, capace di influenzare parlando sottovoce. Il richiamo a Sun Tzu – vincere senza combattere – descrive bene la sua postura. Leone XIV non risponde al tycoon sul terreno dell’accusa, non entra nella dinamica dell’escalation, non calibra il messaggio in funzione dell’avversario. Deflette coerentemente e affida alla parola una funzione simbolico/operativa.
Il riferimento alle “minoranze creative” – ripreso da Benedetto XVI sulla scorta di Arnold J. Toynbee – aiuta a interpretare questa scelta: attori privi di potere coercitivo possono incidere – piĂą o meno consapevolmente – nei momenti che fanno la Storia. Una linea su cui si colloca anche l’idea di Chantal Delsol sugli “agenti segreti di Dio” (La fine della cristianitĂ e il ritorno del paganesimo, Cantagalli, 2022).
Bobbio, nel suo Il terzo assente. Saggi e discorsi sulla pace e sulla guerra (Sonda, 1989), pone un interrogativo ancora attuale: la pace ha un futuro?
La risposta individua un paradosso: la pace è necessaria ma non realizzata.
Necessaria, perchĂ© la capacitĂ distruttiva delle armi rende la guerra un rischio per l’umanitĂ intera.
Non realizzata, perché mancano le condizioni istituzionali per sostenerla.
Servirebbero regole condivise, un patto di non aggressione e, soprattutto, un “terzo” capace di farli rispettare. In sua assenza, la pace resta un equilibrio basato sul timore reciproco.
Il sistema internazionale si muove ancora dentro questa logica.
La postura statunitense privilegia deterrenza e asimmetria come strumenti di stabilizzazione. Il dossier iraniano è affrontato in termini di accesso alla potenza, piĂą che di regole comuni. Un approccio che produce effetti nel breve periodo, senza incidere sulla struttura del conflitto. Anche all’interno del sistema atlantico si osserva la coesistenza di due livelli: uno normativo e uno basato sui rapporti di forza. Quando entrano in tensione, prevale il secondo.

Norberto Bobbio
Martini (Da Betlemme al cuore dell’uomo, Edizioni Terra Santa, 2013) propone una prospettiva diversa. Se Bobbio analizza le condizioni che impediscono la pace, il Cardinale ne mette in luce il costo.
La distinzione tra pace di Dio e pace del mondo è determinante: la prima non ha confini, la seconda è sempre limitata.
Ne deriva che la pace non è mai gratuita. Richiede rinuncia, sospensione della rivendicazione delle proprie ragioni e superamento della ritorsione.
Lo snodo tra queste due visioni è, per l’appunto, la figura del “terzo”, condizione che Bobbio reputa necessaria per uscire da una situazione di conflitto permanente.
Nel sistema internazionale questa figura non esiste in forma compiuta.
Il Vaticano, tuttavia, esercita un’autoritĂ che può influenzare senza ricorrere alla forza. Non è un caso che il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sia atteso dal Pontefice per una “conversazione franca” , espressione che nel linguaggio diplomatico indica un confronto diretto e, potenzialmente, duro.
Il sistema non corregge la rotta: cerca un interlocutore “altro”, qualcuno che non si comporti come un avversario.
Non si tratta di una metamorfosi, ma piuttosto del modo in cui esso integra/metabolizza ciò che non riesce a classificare.
Uno spazio in cui il ruolo della Santa Sede è segnale di equilibrio.

