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MENTI in RETE

Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence, firma oggi sulla Gazzetta del Sud un articolo dal titolo Intelligence contro algoritmi: la sfida per il controllo delle menti.

Il focus è chiaro: il vero conflitto del nostro tempo non riguarda solo territori o mercati, ma la capacità di orientare pensieri, scelte e percezioni collettive.

L’intelligenza artificiale offre opportunità immense, tuttavia senza cultura critica – che è consapevolezza e responsabilità umana – rischia di indebolire proprio ciò che ci rende liberi: discernimento, autonomia, coscienza.

Un tema che si riverbera su più fronti: scuola, università, istituzioni e democrazie.

A questa riflessione si lega una ricorrenza.

Quarant’anni fa l’Italia entrò in Internet. Il 30 aprile 1986, da Pisa – più precisamente dal CNUCE, il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico – partì il primo collegamento italiano alla rete globale. Un evento che, al di là della portata tecnica, rappresentò l’ingresso del Paese in una nuova geografia del potere, nella quale distanza/tempo/sovranità avrebbero assunto significati diversi.

Ogni nazione possiede date che, rilette a posteriori, segnano un cambio di passo e di epoca. Quel primo segnale – inviato alla velocità di 64 kbit/s verso un computer della Pennsylvania e tornato in una manciata di millisecondi – fu, da un lato, una connessione riuscita e, dall’altro, la prova che l’Italia disponeva di una comunità scientifica capace di intuire il mutamento e posizionarsi, con mezzi limitati ma ampia visione, dentro la modernità.

Non si trattò di un episodio isolato.

Le radici di quella giornata affondavano in una stagione formidabile, fatta di competenze e ambizioni. Il finanziamento che negli anni Cinquanta aveva incentivato la nascita della Calcolatrice elettronica pisana (CEP) – come pure il ruolo dell’Università di Pisa, il contributo del CNR, la costruzione di competenze distribuite tra scienza, ingegneria e istituzioni – delineava un tratto oggi trascurato: l’innovazione non nasce dall’improvvisazione, ma da investimenti pazienti e da classi dirigenti capaci di sguardo lungo e pensiero indipendente.

È qui che l’entusiasmo di ieri incontra il timore di oggi.

Se nel 1986 l’Italia ebbe accesso alla rete grazie a uomini che pensavano prima delle macchine, oggi il rischio sta nel confidare nelle macchine mentre gli uomini rinunciano a pensare.

L’automazione promette efficienza, l’intelligenza artificiale accelera processi, gli algoritmi semplificano decisioni. Ma nessun sistema può sostituire il giudizio politico, la responsabilità morale, la comprensione del contesto. Le macchine elaborano dati. Non conoscono prudenza, memoria storica, senso del limite. Non distinguono l’utile dal giusto, il probabile dal desiderabile, il possibile dal legittimo. Quando una società smette di coltivare tali facoltà, la tecnologia non la emancipa: la rende più esposta.

Il rapporto ACN–ANVUR, sullo stato della ricerca italiana in cybersicurezza, conferma indirettamente questa prospettiva. La produzione scientifica nazionale dedicata al settore resta quantitativamente modesta rispetto alla centralità assunta dal dominio cyber nella competizione internazionale. Ciò significa che la minaccia cresce più rapidamente della capacità di studiarla, comprenderla, anticiparla.

La cybersicurezza, del resto, non coincide con la difesa delle reti.

Riguarda la tenuta delle infrastrutture energetiche, la continuità dei servizi pubblici, la protezione delle filiere industriali, la sicurezza dei dati sanitari, la credibilità delle istituzioni democratiche. Riguarda anche il controllo delle narrative, la manipolazione percettiva, l’erosione della fiducia sociale. In breve, riguarda la qualità dello Stato. Per questo il nesso evocato da Caligiuri, tra Intelligence e algoritmi, è così pertinente (Il fuoco di Prometeo, Rubbettino).

L’Intelligence nasce per ridurre l’incertezza, interpretare segnali deboli, comprendere intenzioni ostili, fornire al decisore strumenti di orientamento. Gli algoritmi possono supportare e, talvolta, potenziare tale funzione, ma mai sostituirla. Dove il metodo cede il passo alla tecnologia, cresce il rischio di decisioni formalmente efficienti ma profondamente azzardate.

L’anniversario di Pisa ci ricorda, allora, una verità essenziale.

Il progresso non è mai solo questione di dispositivi o reti. È il risultato di ecosistemi culturali che formano competenze, valorizzano il merito, connettono università, ricerca e interesse nazionale. Quando questi ecosistemi si indeboliscono, o peggio si frantumano, anche la tecnologia più avanzata diventa dipendenza. L’Italia dispone ancora di menti e tradizioni accademiche di valore. Ciò che spesso manca è la continuità strategica e l’onestà intellettuale necessarie a trasformare menti singolari in potenza collettiva.

Nel Novecento la sfida era industriale, nel XXI secolo è cognitiva.

L’Italia fu tra le prime nazioni al mondo – quarta in Europa – a connettersi alla “rete delle reti”. Oggi la sfida è assai più complessa: non basta più essere connessi, occorre restare lucidi.

Le macchine continueranno a evolvere.

La domanda decisiva è se continueranno a farlo anche gli uomini.

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