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RAGAZZI (DIS)ARMATI. Radicalizzazione minorile e violenza giovanile tra Intelligence e ricerca sociale

Due documenti elaborati in perimetri istituzionali differenti ma che offrono prospettive convergenti su una stessa area di vulnerabilità sociale: il rapporto tra adolescenza e violenza. Da un lato la Relazione annuale del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica; dall’altro il rapporto (Dis)Armati di Save the Children Italia. I fenomeni analizzati appaiono distinti – radicalizzazione online e comportamenti violenti tra adolescenti – ma l’analisi dei due documenti consente di individuare elementi di contatto tutt’altro che marginali.

La Relazione del DIS 2026 segnala un aumento delle operazioni di polizia giudiziaria che hanno coinvolto minorenni in procedimenti legati a processi di radicalizzazione, passate da 7 nel 2023 a 27 nel 2025, con un incremento del 285% in due anni. Nel 2025 il 77% dei minori coinvolti risultava riconducibile ad ambienti dell’estremismo di destra internazionale.

Il rapporto (Dis)Armati, pubblicato con il contributo del Ministero della Giustizia e del Ministero dell’Interno, analizza la diffusione dei comportamenti violenti tra adolescenti utilizzando dati quantitativi e interviste agli operatori del sistema minorile. Dallo studio ESPAD Italia 2024, condotto su oltre ventimila studenti tra i 15 e i 19 anni, emerge che il 45% degli adolescenti dichiara di aver messo in atto almeno un comportamento violento nell’ultimo anno, con una maggiore incidenza tra i maschi (53%) rispetto alle femmine (37%). Il 40,6% ha partecipato a zuffe o risse, mentre l’uso di un’arma per ottenere qualcosa da altri mostra un incremento rispetto agli anni precedenti.

Entrambi i documenti evidenziano il ruolo degli ambienti digitali. La Relazione dell’Intelligence descrive gli “ecosistemi digitali” come fattore rilevante nei percorsi di radicalizzazione. Molti minori coinvolti si avvicinano all’estremismo prevalentemente online, attraverso piattaforme social, forum o canali di messaggistica. In questi contesti la violenza appare inizialmente come contenuto mediale – video, immagini, meme – e solo successivamente può assumere una dimensione ideologica.

Il rapporto di Save the Children richiama analogamente il peso del digitale nella diffusione di comportamenti aggressivi tra pari. Lo studio sottolinea anche la forte esposizione mediatica al fenomeno delle baby gang: tra gennaio e aprile 2022 sono stati pubblicati quasi duemila articoli dedicati alle gang giovanili, più del doppio rispetto al 2020, contribuendo a una rappresentazione pubblica amplificata del fenomeno.

La Relazione 2026 dell’Intelligence evidenzia come i minori radicalizzati non presentino, nella maggior parte dei casi, un’adesione ideologica compiutamente strutturata. Spesso emerge piuttosto un’esposizione marcata a contenuti violenti online, associata a posture antisistema generiche e a dinamiche di emulazione o appartenenza simbolica.

Indicazioni analoghe emergono dal rapporto (Dis)Armati. I minori che entrano nel circuito penale per reati violenti presentano frequentemente difficoltà scolastiche, contesti familiari complessi o interruzioni dei percorsi educativi. In tali condizioni il gruppo dei pari, reale o virtuale, assume una funzione centrale nella costruzione dell’identità e nel riconoscimento sociale.

Il rapporto sottolinea come dietro un atto violento possano coesistere due dimensioni di vittimizzazione: quella della persona colpita e quella del minore autore del reato, la cui traiettoria di vita può subire una svolta con l’ingresso nel circuito giudiziario. La considerazione richiama il sistema di giustizia minorile italiano, fondato sul principio educativo sancito dal D.P.R. 448/1988.

Sebbene con linguaggi diversi, entrambi i report mostrano come misure esclusivamente repressive siano insufficienti. La Relazione dell’Intelligence osserva che interventi di contrasto possono generare reazioni nei circuiti estremisti senza incidere sui fattori che favoriscono la radicalizzazione. Il rapporto di Save the Children enfatizza invece la necessità di potenziare prevenzione sociale.

Considerati congiuntamente, i due lavori mostrano come fenomeni diversi – per natura e contesto – si inseriscano in trasformazioni più ampie, sottolineando l’urgenza di rafforzare politiche mirate, servizi educativi di prossimità e interventi contro la povertà educativa.

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